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L’agrobiodiversità dell’agricoltura italiana

Roma, tavola rotonda biodiversità, 3 settembre 2014, Sala Convegni CNR. L’agricoltura italiana, è un mix bellissimo di tradizione e di innovazione, ma soprattutto di importazioni e adattamento di colture provenienti da ogni parte del mondo. Grano, piselli e lenticchie addomesticati nel vicino e nel Medio Oriente, arrivarono in Italia qualche migliaio di anni prima di Cristo; l’ulivo e il pero dal Caucaso; il melo dal Kazachistan, il pesco dall’estremo oriente, l’albicocco e il mandorlo dall’Asia centrale, il ciliegio dalla Turchia. Nel Medioevo, con gli Arabi arrivarono agrumi e riso provenienti dall’Asia orientale, le melanzane dall’India, le angurie dall’Africa tropicale. Nel Cinquecento dalle Americhe arrivarono mais, patate, pomodori, peperoni e zucche. La fragola arrivò alla fine del settecento da un incrocio tra due piante selvatiche e solo nel Novecento è arrivata l’attinidia (frutto del kiwi) e, più recentemente, il mango in Sicilia. Ciò che mangiamo ogni giorno è al centro di messaggi contradditori che ci lasciano confusi e talvolta persino spaventati. I consumatori cercano il prodotto naturale come se fosse necessariamente più buono solo perché l’ha prodotto la natura…ma è solo un luogo comune! La maggior parte delle piante di cui ci nutriamo, tutte quelle coltivate, sono state migliorate durante la storia dell’agricoltura, per diventare più produttive, più facili da raccogliere e da mangiare, più saporite, più uniformi nelle forme e nei colori. Più vicine alle necessità dell’uomo.

Essenziale è una efficace comunicazione con il pubblico in generale. La Comunicazione con la società deve essere chiara,  trasparente e aperta. Tutti i  soggetti di  ricerca, formazione, comunicazione, innovazione e business devono essere  preparati, trasparenti, aperti e chiari.

Comincerei dalla scuola, e con un breve aneddoto vissuto in casa qualche giorno fa, quando mia figlia con la sua famiglia si fermata a pranzo dai nonni. Ebbene verso la fine del pranzo di fronte a un vassoio di belle mele, mia nipote Sara, rivolgendosi alla mamma, ha borbottato: “Quelle mele non le mangio… sono troppo belle per essere naturali, sono piene di pesticidi e concimi sintetici”. Da agronomo, impegnato da sempre nel miglioramento dell’agricoltura e quasi offeso dalla repulsione verso quelle ottime mele, le ho chiesto, molto garbatamente, da chi avesse appreso quelle cose. La risposta di Sara, che frequentava la seconda elementare, è stata pronta e ancora più sorprendente: “L’altro giorno è venuta in classe la dietologa a parlarci dell’agricoltura e ci ha detto quali sono le cose più importanti: “via i pesticidi e i concimi sintetici, solo cibo naturale, solo i prodotti biologici e quelli tipici, solo km zero. E poi, nonno, lo sai che dobbiamo salvare la biodiversità!” Ho pensato che quando noi eravamo ragazzi non sapevamo neppure cos’era la biodiversità. In compenso avevamo la festa dell’albero! Credo che nella scuola siano stati fatti passi importanti, dal secolo scorso quando il  famoso entomologo francese Jean Henri Fabre scriveva che: “La storia celebra i campi di battaglia nei quali l’uomo ha incontrato la morte, ma disdegna di parlare dei campi coltivati che sono alla base della sua prosperità; la storia ci annuncia i nomi dei bastardi dei Re, ma non sa raccontarci l’origine del grano. Questo è il senso dell’umana follia”. La comunicazione con la società deve esser chiara, trasparente e aperta,  tanto più deve esserla con i ragazzi. La storia dell’agricoltura va raccontata in modo chiaro, trasparente, aperto e con la necessaria competenza. Oggi l’agricoltura è in grado di nutrire i 7 miliardi di persone che popolano il pianeta, utilizzando 1,5 miliardi di ettari di terreno, ossia poco più della superficie coltivata all’inizio del secolo scorso, quando il pianeta era abitato da 1,7 miliardi di persone e solo pochi potevano alimentarsi a sufficienza. Alla base di tale successo c’è il miglioramento genetico delle piante agrarie. Esemplare è la storia del grano. Un tempo non esisteva il grano come lo conosciamo oggi, era come l’erba che cresce ai lati della strada, con spighe formate da spighette che, alla maturazione, si staccano, “si disarticolano” e cadevano a terra per assicurare la continuazione della specie. Le spighette sono dotate di una specie di “trivella” che consente loro di penetrare nel terreno, avvalendosi del ciclo naturale “secco/umido”, germogliare e produrre una nuova pianta. Si può immaginare che agli albori della civiltà qualcuno abbia notato una spiga che rimaneva compatta, non si disarticolava; l’abbia raccolta e abbia seminato con cura i pochi semi in essa contenuti, ottenendo piante con spighe compatte che non disperdevano le spighette ed i semi. Nasceva l’agricoltura, probabilmente per opera di una donna, non impegnata nella caccia e certamente più interessata a un’attività di tipo stanziale. Cominciava così la selezione dei semi più belli, più utili alle necessità dell’uomo e sempre meno “naturali”! Fin dall’inizio, l’agricoltura è stata una attività volta a soddisfare le esigenze dell’uomo e non funzionale alla legge naturale della conservazione della specie. Per oltre 10.000 anni, gli agricoltori si sono adoperati, con scarso successo, per aumentare la produttività del grano, finalmente, nei primi anni del secolo scorso, quando in Italia la produzione media per ettaro oscillava tra 4 e 6 quintali per ettaro, l’agronomo Nazareno Strampelli, nato a Crispiero di Castelraimondo nelle Marche e laureato a Pisa, incominciò a incrociare diverse varietà di grano con l’obiettivo di ottenere, piante più precoci, più resistenti alle malattie, e soprattutto più basse, in modo da resistere al vento e alla pioggia. Di particolare aiuto fu una varietà di grano giapponese (Aka Komugi) che gli consentì di selezionare e ottenere grani bassi, precoci, resistenti alle malattie e più produttivi (oltre 60-70/quintali ad ettaro!). Egli combinò con gli incroci, tanta biodiversità che proveniva da grani francesi, olandesi, inglesi e giapponesi in un solo tipo, una sola varietà. Fu l’inizio di una rivoluzione che si sarebbe estesa in tutto il mondo: i pro-pro-nipoti dei grani di Strampelli,  forniscono attualmente due terzi dei 6 miliardi di quintali di grano prodotto, annualmente, nel mondo. La rivoluzione del grano, accompagnata dall’analogo sviluppo delle altre colture, è stata favorita dalla meccanizzazione agricola, dall’impiego dei fertilizzanti e dei “fitofarmaci”. Concludo con un riferimento ad alcuni Capitoli della Genesi. Come ricorda il Collega Antonio Saltini, vi si trovano quattro punti che considero interessanti per il  nostro tema della Biodiversità.

Primo. Giacobbe chiede a suo suocero di separare da un lato le capre, pezzate, variegate, maculate e dall’altro lato quelle bianche. L’uomo si sostituisce alla selezione naturale.

Secondo. Abramo fa preparare con il vitello arrosto una focaccia di grano: una economia che integra allevamento e coltivazione!

Terzo.  All’inizio del 30esimo Capitolo, nel patrimonio di un patriarca, insieme con le pecore e le schiave, vengono inclusi dei cammelli, animali estranei al contesto mesopotamico, in quanto originari dell’Asia Centrale. Il cammello, mezzo di trasporto vigoroso e paziente, segno di scambi tra Paesi lontani, mostra l’integrazione tra coltivazione, allevamenti e trasporti.

Quarto e ultimo. Esaù e Giacobbe si separano perché con la prolificità di spose, schiave, armenti, non è più possibile pascolare lo stesso terreno. C’è infatti il rischio di “sovra pascolamento” con selezione di vegetazione sempre più rustica, bovini-ovini-caprini!!! Allora si cominciò a trasformare il pascolamento in terreni arativi. Quella terra, la Palestina, tanto gloriosa quanto travagliata, sarà in grado di alimentare una popolazione immensamente maggiore sia al tempo di Re Davide e ancor di più ai tempi del censimento di Augusto.

In tutto questo c’è il significato e il valore della innovazione che nasce dalla biodiversità e ad essa deve sempre accompagnarsi.

Luigi Rossi

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