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Mezzogiorno: dura realtà e scarse prospettive

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Quale è, oggi, lo spirito economico e sociale del Mezzogiorno ? E’ una domanda che tende a mettere a fuoco le cause delle incertezze, dei disorientamenti, delle carenze di prospettive che lo caratterizzano, nonostante vaste sue aree siano oggettivamente favorite, sotto molti aspetti, rispetto ad altre del resto dell’Italia.

Cosa è che non funziona come dovrebbe ? La domanda si ricollega alle considerazioni – assai condivisibili – che Robert Putman, della Harvard University, ha posto a fondamento della sua ricerca su “La tradizione civica delle regioni italiane”.

Nel Mezzogiorno una fitta rete clientelare ha trasformato tante opportunità economico-sociali in affannosi baratti : soprattutto voti in cambio di favori personali o di appalti, in ragione del numero degli elettori controllati.

Mortificato così l’impegno civico, un gran numero di enti locali meridionali è spesso dominato da Amministrazioni inadeguate e da una pletora di enti inutili, che alimentano clientelismo sfrenato, familismo amorale, crisi economica, sfascio sociale, criminalità.

La carenza di impegno politico qualificato, privo di condizionamenti e la sfiducia crescente, irreversibile che hanno pervaso il Mezzogiorno si sono tradotte, assai spesso, nella assoluta impossibilità di realizzare aggregazioni civili o economiche, capaci di perseguire obiettivi che postulano impegno convinto, concreto, diffuso.

La cooperazione, di fatto, è inadeguatamente presente ; l’industria langue, anche per la inadeguatezza del suo raccordo con un settore capace di fornirle materia prima : l’agricoltura. Un settore – quello primario – che sconta, a sua volta, le conseguenze di provvedimenti dettati da ragioni politiche e da una eccezionale frammentazione della maglia aziendale.

Oggi – come sempre nel Mezzogiorno – di fronte a problemi di acuta valenza, permane forte la tendenza a ricercare soluzioni di pronto effetto, le quali, però, si rivelano quasi sempre null’altro che effimeri palliativi, in quanto orientate a curare le conseguenze di situazioni distorte, ormai consolidate ; accettate, peraltro, nel comune sentire e fatalisticamente ritenute pressoché immodificabili.

Ma una cura durevole delle distorsioni economiche, sociali e soprattutto culturali, può avvenire soltanto affrontando i problemi alle radici e non limitandosi a incidere sulle manifestazioni di malessere di un territorio.

Una forte crescita economico-sociale poggia su una partecipata, autentica democrazia ; e, quindi, su di una comunità di cittadini uniti da un alto tasso di educazione civica.

Pasquale Villari, sul finire del secolo scorso, osservò che nel Mezzogiorno si usa troppo dire “io” e troppo poco “noi”.

Chiediamoci come tutto questo è potuto accadere. Chiediamoci come avviare, in tutte le province del Mezzogiorno, un processo virtuoso, capace di dare slancio ad attività produttive sane, per un recupero dei livelli occupazionali, un progressivo affievolimento della piaga della criminalità, l’arresto della emorragia di cultura e di spirito imprenditoriale.

Ma occorre un impegno corale. Occorre rinunciare alla difesa del “particulare” ; bisogna favorire la crescita culturale, con la consapevolezza piena dei propri doveri, prima ancora dei diritti.

Il Mezzogiorno si allontanerà sempre più dall’Europa, se continueremo a delegare tutto – crescita culturale ed economia, in particolare – a politici non tutti affidabili, per inadeguata conoscenza delle questioni da affrontare, nonché di competenza, fattività e disinteresse.

Shakespeare ci ricorda che è “un’epoca terribile quella in cui governano dei ciechi”.

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