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Il protocollo FAO per monitorare la gestione sostenibile del suolo

Molte autorevoli istituzioni e società scientifiche internazionali e nazionali, tra cui l’Associazione Italiana delle Società Scientifiche Agrarie (AISSA), indicano nell’ intensificazione sostenibile una possibile risposta alle crescenti necessità agroalimentari di una popolazione mondiale in aumento e all’esigenza di diminuire l’impatto ambientale delle produzioni agricole e forestali. L’intensificazione sostenibile ha l’obiettivo di incrementare le produzioni riducendo gli impatti ambientali dei processi coinvolti, al fine di elevare il livello di sostenibilità dell’agricoltura ed aiutare da un lato la sostenibilità economica delle imprese e dall’altro la salvaguardia dell’ambiente.
Le innovazioni che vengono proposte nei diversi settori produttivi sono molteplici ed hanno tutte bisogno di confrontarsi con degli indicatori di sostenibilità semplici e significativi.
Per quanto riguarda gli indicatori pedologici, la FAO ha recentemente pubblicato un protocollo di riferimento per il monitoraggio di alcune qualità del suolo sensibili ai cambiamenti di gestione http://www.fao.org/fileadmin/user_upload//GSP/SSM/SSM_Protocol_EN_006.pdf Il documento, realizzato con il contributo di molti esperti anche italiani, prosegue l’impegno della Global Soil Partnership per favorire la conservazione del suolo e si pone in continuità con le “Linee guida volontarie sulla gestione sostenibile del suolo”, anch’esse pubblicate dalla FAO http://www.fao.org/3/i6874it/I6874IT.pdf.
Il protocollo costituisce uno strumento pratico e applicativo per valutare i reali effetti sul suolo degli interventi attuati in campo agricolo per implementare tecniche di intensificazione sostenibile, come il miglioramento dei sistemi produttivi, l’innovazione e l’implementazione di nuove tecnologie, il ripristino degli ecosistemi e il sequestro del carbonio. In concreto, il protocollo fornisce indicatori chiave e una serie di strumenti per valutare le funzioni del suolo in base alle sue proprietà fisiche, chimiche e biologiche. Le variazioni dei valori degli indicatori dovrebbero consentire un primo giudizio sull’efficacia delle pratiche introdotte.

Nel protocollo vengono elencati 4 indicatori principali, relativi a produttività, carbonio organico, proprietà fisiche e attività biologica.

Il primo indicatore, la produttività del suolo, o capacità di produrre biomassa, sebbene sia un indicatore indiretto dello stato dei suoli, è un parametro che indica l’impatto complessivo delle pratiche di gestione. Per la sua corretta valutazione, la produttività agricola deve essere misurata utilizzando la stessa coltura nello stadio fenologico ed agronomico, attraverso il peso della biomassa totale o una stima della biomassa secca per unità di superficie.

Il carbonio organico del suolo (SOC) è un indicatore comunemente riconosciuto che riflette lo stato chimico, fisico e biologico dei terreni. Il tasso di carbonio organico ha una relazione diretta con la disponibilità di nutrienti del suolo, la sua struttura, la sua porosità, la capacità di ritenzione idrica e la presenza di macro, meso e microfauna al suo interno. Il SOC può essere misurato nel suolo superficiale ed espresso come percentuale di carbonio o di materia organica.

Per le proprietà fisiche del suolo l’indicatore di riferimento è la sua densità apparente (BD), che misura la massa di terreno asciutto per unità di volume. I cambiamenti in BD offrono un’indicazione dei cambiamenti nella struttura dei suoli, nella porosità e nella compattazione. Indicano inoltre quanto facilmente l’acqua, l’aria e le radici delle piante possano muoversi al suo interno.

L‘attività biologica è infine un indicatore della vita nel suolo. Essa è influenzata da salinità e inquinamento e può rivelare la presenza di un suolo degradato. Per misurarla, il metodo scelto è la respirazione del suolo. Tuttavia, le caratteristiche biologiche del suolo non sono comunemente misurate e alcune analisi complementari possono essere molto utili, come quelle riportate tra gli indicatori aggiuntivi.

Oltre ai 4 indicatori principali, il protocollo FAO infatti elenca una serie di possibili indicatori aggiuntivi, quali:
    • la quantità di nutrienti del suolo, in particolare fosforo disponibile,
    • la presenza di fenomeni di erosione, valutata direttamente in campo, o in remoto, o stimata tramite modelli
    • la salinità del suolo, attraverso la valutazione della conducibilità elettrica
    • l’attività biologica del suolo in termini di biomassa microbica del suolo, attività enzimatiche specifiche, oppure attraverso metodi con misuratori di campo.
    • la diversità biologica (diversità e ricchezza), tramite il conteggio di macro e meso-organismi con metodi anche in questo caso da implementare in campo o in laboratorio
    • il pH, per valutare variazioni di acidità o alcalinità del suolo
    • la resistenza alla penetrazione, particolarmente importante per la stima delle variazioni di consistenza lungo il profilo del suolo
    • la velocità di infiltrazione dell’acqua all’interno del suolo
    • la capacità di trattenuta di acqua disponibile per le piante
    • la presenza di elementi inquinanti, quali minerali pesanti, diversi tipi di pesticidi, nutrienti in eccesso, idrocarburi e plastica.

In generale, il protocollo non è esclusivo, lasciando spazio all’utilizzo di altri indicatori, qualora se ne ravveda la necessità, o se le sperimentazioni e applicazioni evidenzieranno l’utilità di nuovi indicatori, ma l’effettuazione di almeno tutti e quattro gli indicatori principali è considerata fondamentale per poter arrivare a un giudizio corretto.
Una pratica di gestione del suolo sarà considerata sostenibile se i quattro indicatori manterranno i propri valori o mostreranno un cambiamento positivo. Per il primo indicatore, relativo alla produttività del suolo, il valore deve aumentare o rimanere lo stesso per considerare un impatto positivo della pratica sul suolo studiato. Per il carbonio organico del suolo, i valori dovrebbero aumentare, per la densità apparente dovrebbero invece diminuire. Per il tasso di respirazione del suolo, un aumento è considerato un impatto positivo sul suolo, ma la natura del suolo deve essere accuratamente considerata.
Di fondamentale importanza è la scelta dei siti di monitoraggio. Questa è forse la parte più delicata e professionale. Le aree selezionate devono essere rappresentative dei suoli e della pratica di gestione da valutare. Per esempio, in un’area agricola va selezionata un’area rappresentativa della coltura principale (non includendo colture secondarie o accessorie) e omogenea per tipo di suolo. Il monitoraggio deve includere la valutazione dei valori di base di riferimento, misurati prima dell’attuazione delle pratiche in corso di valutazione e / o almeno un’area di controllo, sempre sullo stesso tipo di suolo. Per la pianificazione del rilevamento può essere utile includere strumenti di telerilevamento per delimitare le aree di studio in base alla valutazione in remoto della copertura vegetale (indice NDVI o Bare Soil Index – BSI) o della stima dell’umidità del suolo. Una delimitazione più accurata potrà avvenire sulla base di sensori di rilevamento prossimali, quali quelli geoelettrici, spettrofotometrici e radiometrici.
È dunque cruciale effettuare confronti nell’ambito dello stesso tipo di suolo. Nel protocollo si sottolinea come la grande varietà di proprietà dei suoli, anche all’interno di un territorio limitato, fa sì che le misure degli indicatori dei suoli non possono essere confrontate con quelle di un sito diverso. Una corretta applicazione degli indicatori del protocollo passa quindi da un confronto con le misure effettuate sullo stesso terreno prima di avviare le pratiche di gestione sostenibile, oppure su aree analoghe e vicine che non hanno ricevuto tali azioni.
Altrettanto importante è l’intervallo di misurazione. Il tempo può essere da 1 a 2 anni se la pratica si concentra sulla fertilità del suolo (ad esempio un nuovo piano di fertilizzazione o l’applicazione di micronutrienti). In questo caso, la produttività del suolo potrebbe aumentare ma gli altri indicatori potrebbero non cambiare in modo significativo. In altri casi di pratiche di uso sostenibile, in cui l’obiettivo è ottenere risultati sul suolo a lungo termine, l’impatto positivo potrà essere osservato entro un periodo di tempo più ampio, compreso tra 4 a 8 anni dopo la loro introduzione.
Il protocollo è destinato ad essere testato in numerosi progetti in diverse parti del mondo e potrà essere soggetto a miglioramenti, ma rappresenta già nella sua forma attuale un importante strumento di riferimento per la verifica della sostenibilità ambientale delle innovazioni ed intensificazioni delle tecniche agricole e forestali, come dell’eventuale successo di pratiche di agricoltura biologica, conservativa o rigenerativa. Se la sua adozione è quindi senz’altro raccomandata in molte sperimentazioni di campo, è però da sottolineare l’importanza della competenza specifica di chi applicherà il protocollo, sceglierà gli indicatori, le colture e i suoli in prova, e di chi effettuerà le analisi. Un rischio che si potrebbe correre è quello di arrivare a giudizi sbagliati o approssimativi, come conseguenza di un campionamento non accurato e di una analisi incompleta o imprecisa.

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