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La pandemia e l’importanza di un’Italia rurale

Le ultime generazioni sono state sottoposte ad una grande sfida che ha ufficialmente distrutto quell’immagine di benessere che il mondo occidentale ha offerto ai propri cittadini dagli anni ‘60 ad oggi: la pandemia.

Sin dai giorni più antichi l’umanità è stata investita da diverse malattie globali che hanno piegato gli esseri umani all’idea d’impotenza nei confronti della natura e dei suoi fenomeni, ma mai come oggi il richiamo alla realtà è stato così traumatico. Il Covid-19 ha sconvolto le vite di ognuno di noi, dai più potenti ai meno potenti, senza però frenare le ricerche intraprese per spiegare e poi arrestare il fenomeno stesso. Fin dai primi momenti la scienza si è impegnata per capire l’origine della pandemia e la causa di una diffusione così rapida e letale negli esseri umani e attualmente, dopo mesi trascorsi dall’inizio di questo incubo, si possono elencare numerose ipotesi. Quella che andremo a presentare oggi è l’interessantissima posizione assunta da Mauro Agnoletti, Simone Manganelli, e Francesco Piras nell’articolo “Covid-19 and rural landscape: The case of Italy” pubblicato sulla rivista Landscape and Urban Planning (Volume 204, December 2020, 103955).

L’obiettivo di questo studio è quello di associare la diffusione del Covid-19 alle caratteristiche socio-economiche e ambientali del territorio italiano, il quale però ricordiamo è stato soggetto a svariati mutamenti lungo il corso del tempo. Il periodo successivo alla seconda guerra mondiale è stato segnato da un crescente sfruttamento delle pianure e da una urbanizzazione generale accentuata delle migrazioni dalle regioni del sud a quelle del nord comportando una forte industrializzazione e modernizzazione di determinate aree con un ovvio aumento dell’inquinamento delle stesse. Come l’industria anche l’agricoltura, che per l’Italia da sempre riveste un ruolo economicamente rilevante, ha avviato una produzione con ritmi sempre più sostenuti e con varietà di colture ad alto rendimento, favorendo così un aumento sostanziale della produzione alimentare negli ultimi 50 anni.

Ovvio che anche questo tipo di produzione che favoriva filiere agroalimentari lunghe non badava all’impronta ambientale che stava lasciando sull’ecosistema della penisola e che ancora oggi è riscontrabile.

Ciò che i nostri studiosi hanno individuato nella loro analisi come punto di partenza per lo svolgimento della loro tesi è la ripartizione del paesaggio rurale che il Ministero italiano per l’alimentazione, l’agricoltura e le politiche forestali ha svolto.

Le categorie identificate sono:

A. Paesaggi rurali urbani e periurbani

B. Tipi di paesaggi ad alta intensità

C. Tipi di paesaggio di media intensità

D. Tipi di paesaggio a bassa intensità

Andando brevemente a riassumere ciò che le diversifica vediamo che i paesaggi urbani e periurbani hanno un’alta densità di popolazione e bassa estensione territoriale dell’agricoltura, poiché il focus della produzione è sulle attività industriali che richiedono un elevato apporto di energia esterna, avendo di conseguenza un impatto ambientale molto notevole. I paesaggi di tipo B (paesaggi di pianura-rurali) sono specializzati nella produzione agricola e nell’industria alimentare creando problemi di impatto ambientale e di sostenibilità dell’attività agricola. Ancora troviamo i paesaggi C e cioè quelli composti da colline e piccole parti di paesaggi montani i quali sono collocati nel centro Italia, ma anche nel nord e nel sud del paese. L’agricoltura gioca un ruolo significativo, sia in termini di superficie che di occupazione, anche se l’intensità della produzione è più contenuta rispetto alle aree precedenti. La ridotta specializzazione dell’agricoltura, le infrastrutture meno sviluppate, le concentrazioni urbane e industriali più basse e la buona presenza di risorse naturali e paesaggistiche contribuiscono a classificare queste aree a media intensità energetica. In fine abbiamo i paesaggi di montagna e di alta collina significativamente rurale dell’Italia meridionale (D), le montagne centrali e settentrionali con una natura più marcatamente rurale, e alcune aree delle pianure e delle isole meridionali in cui vi troviamo una scarsa presenza di processi di sviluppo locale in tutti i settori e anche una scarsa presenza di abitanti, tanto che alcuni paesini delle stesse zone sono stati soprannominati “Paesi fantasma” diventando reperti storici del territorio. Chiaro che in tali zone l’intensità energetica è assolutamente ridotta dato il loro limitato sviluppo industriale, urbano e infrastrutturale. Questo quadro è utile a dimostrare come l’aumento dell’intensità energetica richiesta dai sistemi di produzione di alcune zone sia connessa al tipo di paesaggio delle stesse e alla presenza di un maggiore inquinamento e una maggiore diffusione del Covid-19 tra i cittadini di tali aree.

Nello specifico lo studio condotto da Agnoletti, Manganelli e Piras è stato uno studio econometrico del fenomeno che ha portato alla consapevolezza che se si riuscissero ad aumentare nel territorio italiano paesaggi di tipo C e D del 10% si avrebbe una diminuzione di diffusione del virus di quasi un 10%. Ciò significa quindi che una maggiore quota di aree a bassa intensità energetica con minor quantità di sostanze tossiche nell’ambiente, permetterebbe una minore propagazione del Covid-19.  Quello che viene in conclusione  scritto è un invito a sperare che la prossima PAC ( Politica Agricola Comune dell’Unione Europa) 2021-2028 si impegni nel promuovere uno sviluppo sostenibile delle aree a minore intensità energetica, volto a ridurre o ripristinare lo spopolamento di questi territori, che nonostante siano stati abbandonati, conservano inesorabilmente il loro valore e le loro potenzialità che se sapute amministrare sarebbero in grado di arricchire letteralmente il paese e le sue tasche.

Rinnovare senza cambiare” dovrebbe essere il motto che permetterebbe a tali luoghi di essere presi finalmente in considerazione, per esempio attraverso l’impiego delle nuove ITC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), le quali attualmente vengono utilizzate solo dal 3,8% delle aziende agricole, di cui più della metà (54%) sono sfruttate unicamente nel nord Italia. In questo paese la disparità tra nord e sud e tra centro e periferia si trascina ormai da decenni e a confermare l’erroneità delle politiche finora condotte è l’articolo che qui abbiamo presentato. Lo stesso, attraverso dimostrazioni matematiche e scientifiche ha riscoperto una possibile migliore condizione sociale, economica e ambientale nella quale potrebbe trovarsi l’Italia se solo scegliesse una politica socio-economica differente.

Potrebbe essere questa pandemia il momento in cui l’Italia sarà soggetto di una svolta positiva per sé stessa?

Potremmo attribuire al Covid-19 il merito di aver riacceso le speranze e le consapevolezze di un necessario cambiamento?

Potrebbe essere questo il momento di fare un salto di qualità sul piano della politica interna ed estera?

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