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BANCA DATI

Intervento di Antonio Bruno al Forum dell’Odaf Lecce del 16 gennaio 2021

Il territorio del Salento leccese vive il dramma dell’abbandono conseguenza della frustrazione degli imprenditori rimasti, costretti a trasformarsi in commercianti perché oggi tutti vogliono vendere e nessuno vuole più produrre.

La riforma agraria del 1950 si fece espropriando le proprietà superiori ai 300 ettari (2.800 proprietari su 700mila ettari) con l’ottenimento di 120mila intestatari di poderi e quote. Trent’anni dopo i dati ci informano che i cittadini che uscirono dal bracciantato per accedere alla proprietà contadina furono 80 mila.

La riforma 2021 che propongo non prevede l’esproprio ma l’associazionismo obbligatorio di medi proprietari assenteisti e di piccoli proprietari di fazzoletti di terra anziani.

È del tutto evidente che si deve prevedere un incentivo perché queste famiglie accettino di buon grado la perdita di fatto della disponibilità del bene.  Il primo passo quindi è individuarlo e calcolarne il costo.

Poi bisogna elaborare un business plan del consorzio per stabilire la capacità imprenditoriale che lo stesso avrà nello gestire economicamente la grande azienda che si verrebbe a costituire. Ciò è indispensabile perché in assenza di questa capacità anche il consorzio prima o poi lascerebbe incolte queste terre e non avremmo ottenuto invece la prospettiva di sviluppo che tutti speriamo.

E’ mia opinione che il punto di partenza per una nuova “Riforma Fondiaria” dovrebbe essere la consapevolezza che il Paesaggio rurale è produttore di Servizi ecosistemici per tutta la collettività e che la globalizzazione, per gli inferiori costi di produzione dei paesi nostri concorrenti, rende non concorrenziale e fuori mercato la produzione di cibo in Italia ad eccezione di brand di nicchia che, ad oggi, sono detenuti da grandi Imprese di trasformazione.

Inoltre la stragrande maggioranza dei proprietari del paesaggio rurale del Salento leccese, hanno i loro figli, che dovrebbero essere le nuove generazioni in grado di sostituirli, collocati in settori diversi da quello primario. La conseguenza di ciò e che oggi, ad occuparsi del Paesaggio rurale, sono ancora le vecchie generazioni ovvero cittadini che oramai hanno 80 anni a cui noi gli auguriamo di potersene ancora occupare per molti anni, ma siccome sappiamo che la vita umana non è eterna, la deriva non potrà che spiaggiare in un abbandono del Paesaggio rurale senza alternative produttive.

Inoltre si deve prendere atto che il sostegno economico dell’Unione Europea degli ultimi sessant’anni non ha prodotto occupazione in agricoltura. Le cause sono da attribuirsi agli Imprenditori a titolo principale che non investono più, perché ormai rassegnati a subire la concorrenza dei Paesi dell’Africa Mediterranea che li vede disperatamente soccombenti. Invece i piccoli proprietari per la loro età non hanno tra le priorità la creazione di grandissime società multinazionali che potrebbero, a quel punto, affrontare la concorrenza mondiale.

C’è anche da tener conto del fenomeno del riscaldamento globale e della necessità di produrre cibo senza sottrarre altri territori alle foreste. Non mi diffondo in questo tema perché a tutti noto.

La mia proposta è la costituzione di un Consorzio Obbligatorio che sia un Ente di diritto pubblico economico, che desidero sia oggetto di conversazione per un progetto Comune, cioè del Paesaggio gestito direttamente dall’Ente Pubblico.

Prendendo atto che le politiche della Pac non hanno avuto effetto per le ragioni esposte, per ovviare all’abbandono non resta che la gestione diretta attraverso Enti pubblici o di diritto pubblico economico. Osservo inoltre che se in questi sessant’anni gli imprenditori agricoli a titolo principale non hanno aumentato gli occupati nel settore primario, invece la soluzione che propongo, avrebbe come conseguenza un aumento dell’occupazione.

L’obiezione sulla circostanza che, l’Operatore Agricolo, che sia lo IAP oppure l’Ente Pubblico o di diritto pubblico economico, una volta che si confronti con il mercato avrebbe le stesse identiche difficoltà che hanno gli IAP oggi, può essere superata se abbandonassimo l’attuale impostazione che considera il cibo come COMMODITIES.

La mia proposta è considerare il cibo come DIRITTO e quindi di prevedere di affiancare alla produzione una logistica per la sua distribuzione ai cittadini italiani. Con questa impostazione di programmazione economica, unitamente ai servizi ecosistemici, il Paesaggio rurale entrerebbe a pieno titolo nei BENI COMUNI e, di conseguenza, come per i beni culturali, la sua tutela e salvaguardia entrerebbe tra i compiti dello Stato.

Inoltre c’è da tenere conto che i contratti associativi sono stati aboliti nel 1982 e non sono più stati ripristinati e che la Pac finanzia la rendita e non le attività di manutenzione del territorio.

Dalle mie riflessioni e dai contatti che ho preso, i contratti di mezzadria e quelli di colonia parziaria non sarebbero adeguati all’interesse dei nostri giovani. Per loro sarebbe preferibile un contratto di lavoro subordinato per favorire l’ingresso nel settore di personale che non proviene dal Mondo agricolo. La mia opinione deriva dalla circostanza che i figli dei proprietari 80enni del Paesaggio non hanno dimostrato sino ad oggi alcun interesse a tali contratti e, meno che mai hanno interesse gli IAP che, anche loro in maggioranza, preferirebbero transitare nel lavoro dipendente.

L’ipotesi è un’agricoltura parallela a quella delle imprese con attività produttive. Un consorzio obbligatorio – ente pubblico a cui devono aderire i proprietari assenteisti ed i piccoli proprietari di fazzoletti di terra anziani. Il consorzio deve pagare uno stipendio a tutti i lavoratori e deve provvedere alla manutenzione del paesaggio.

Tale opportunità può essere perseguita solo da chi non riesce più a condurre la sua azienda. La mia proposta nasce dalla presa d’atto delle circostanze che vedono le motivazioni nell’abbandono o la mancanza di sostenibilità ambientale ed economica. Invece per chi comunque desideri continuare nell’attività imprenditoriale potrà farlo.

Ci sarà ancora chi sceglierà di fare l’imprenditore agricolo? Perché dovrebbe farlo? Gli aiuti diretti della Pac in questi 25 anni hanno già demotivato ampiamente gli agricoltori deprimendo le loro capacità imprenditoriali. Se si offre loro di diventare dipendenti pubblici, sceglieranno sicuramente questa strada.

A questo punto la domanda che si pone è la seguente: dove l’Ente pubblico troverà le risorse per finanziare tale sistema?

La mia proposta è che i servizi ecosistemici resi dal Paesaggio rurale debbano essere oggetto di un contributo, siccome danno luogo a un beneficio a tutti i cittadini. Tale tassa dovrà essere versata o alla fiscalità generale e poi distribuita ai Consorzi o Enti pubblici, o riscossa attraverso l’emissione, da parte del Consorzio o Ente, di appositi ruoli a carico degli abitanti del territorio in funzione dei benefici ricevuti per abitante. Tali servizi, come noto dalla letteratura scientifica, sono calcolabili e tale redazione dell’ammontare del tributo per cittadino dovrà essere affidata all’Ente o Consorzio.

Inoltre il paesaggio rurale fornisce le commodities necessarie per l’alimentazione, la qual cosa verrà garantita dalla produzione e dalla logistica per la distribuzione.

Il personale del Consorzio obbligatorio o dell’Ente pubblico gestore del Paesaggio rurale, sarà remunerato attraverso le provviste rivenienti dalle rimesse dalla fiscalità generale o dall’incasso di ruoli da parte dell’Ente la cui somma è determinata attraverso il calcolo del ristoro per i servizi ecosistemici e per il riparto delle spese necessarie alla produzione e distribuzione della quantità di commodities consegnate.

Si potrebbe prendere come modello il Sistema Sanitario Nazionale o anche quello scolastico.

In conclusione la provvista dei prodotti agricoli per i cittadini viene garantita a tutti dall’Ente pubblico. Ciò non esclude le produzioni agricole da parte di imprenditori privati.

Siccome lo Stato, come per l’istruzione, e per la sanità, garantisce il diritto al cibo, l’acquisto dei prodotti dei privati dovrà essere a totale carico dei cittadini. Non sottovaluterei la possibilità dei produttori privati di essere presenti nei mercati esteri con il brand Made in Italy che dovrebbe essere interdetto alla produzione pubblica. Inoltre per la funzione sociale degli imprenditori privati che danno lavoro ai cittadini, così come accade per le scuole private, lo Stato riconosce il diritto al ristoro dei servizi ecosistemici e potrebbe riconoscere dei contributi a fondo perduto o dei finanziamenti a tasso agevolato.

La mia è una bozza di discussione aperta al contributo di tutti i colleghi.

Faccio presente ancora una volta che tale proposta nasce dalla consapevolezza che gli imprenditori agricoli professionali del territorio del Salento leccese, hanno dichiarato di non essere in grado di gestire il paesaggio rurale frammentato oltre al che per la loro denuncia quotidiana attraverso tutti mezzi a loro disposizione, dell’insostenibilità economica della loro impresa al punto di preferirle un lavoro subordinato.

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