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I pascoli oggi e quelli che andrebbero realizzati per meglio utilizzare le terre incolte

Per pascolo notoriamente si intende una qualsiasi superfice di terreno la cui produzione, prevalentemente erbacea, è direttamente utilizzata in campo dagli animali.
Nell’ambito dei pascoli si possono fare due distinzioni: temporanei e permanenti; i primi possono essere inseriti negli avvicendamenti colturali come riposi nei quali la produzione erbacea spontanea viene utilizzata con il pascolamento degli animali, i secondi sono quelli che permanentemente hanno una utilizzazione pascoliva. Questi ultimi di norma si trovano su superfici che dal punto di vista della utilizzabilità hanno delle limitazioni e che non consentono l’accesso alle macchine o le limitano fortemente: pendenza accentuata, scarso profilo colturale, roccia affiorante, pietrosità elevata.
Oggi i pascoli permanenti raramente sono sfalciabili.In Italia nel 2019 la superficie censita dall’Istat come pascolo occupa circa il 10% della totale nazionale e il 23% di quella agraria: 2.738,269; suddivisa in pascoli poveri (1.617.172 ha) e altri un po’ più produttivi (1.121.067 ha); distribuita nel territorio come mostrato in Figura 1

Circa l’utilizzazione dei pascoli per molte aree non si dispone di una statistica sufficientemente accurata. Alcune indagini sono molto datate. Ad esempio in Lombardia (Succi, Maggiore et al.2002) un’indagine puntuale risale all’anno 2000, pubblicata poi nel 2002 e allora delle 870 malghe censite ne risultavano utilizzate circa 470 e cioè quelle più comode, mentre le restanti 400 non erano più monticate. Oggi in base alle denunce di caricamento si ritrovano non solo un numero superiore di malghe (circa 900), forse dovuto allo smembramento di qualcuna che nel 2000 era di più ampia superficie, ma tutte ufficialmente utilizzate. E’ logico chiedersi si tratta di una ripresa o di un diverso modo di utilizzale.

Nei pascoli dell’arco alpino anticamente operavano due diversi imprenditori che utilizzavano prevalentemente bovini:

  • uno, il caricatore d’alpe, che raggruppava gli animali delle piccolissime aziende del fondovalle e ne costituiva mandrie più o meno disformi per razza, età, livello produttivo, ecc., ciò consentiva al proprietario del bestiame del fondo valle di dedicarsi alla raccolta e conservazione dei foraggi senza dovere accudire nel contempo al bestiame;
  • l’altro, in Lombardia il “Bergamino”, proprietario dell’intera mandria che la spostava dalla pianura irrigua, dove era rimasta circa 9 mesi, in malga per un periodo di circa 90 giorni. Le malghe più difficili venivano monticate con ovini prevalentemente da carne.

Già negli anni ’70 del secolo scorso questo secondo imprenditore non esisteva più e pertanto veniva a mancare la transumanza dalla pianura. Grosso modo negli stessi anni nei fondovalle alpini si avviò un modello di allevamento di maggiori dimensioni cercando di emulare quello della pianura e ciò consentì per un certo periodo un raggruppamento di bovine non più provenienti da una miriade di allevatori, bensì di pochi. Gli allevatori dei fondovalle sia per l’aumentato peso delle bovine, sia per la loro maggiore produttività, escludendo le zone vocate per produzioni di pregio, cominciarono a mandare in malga il bestiame da riproduzione, abbandonando via via i pascoli più difficoltosi. Ciò spiega perché agli inizi del 2000 quasi la metà delle malghe non erano più utilizzate. Oggi per ragioni legate alla utilizzazione dei titoli PACacquisiti in pianura e utilizzati in montagna, le malghe appaiono tutte affittate. Aumenta però in tutto l’areale padano-alpino l’utilizzazione dei pascoli con gli ovini e il numero di questi risulta in crescita (Tabella1). L’abbandono descritto per La Lombardia si è verificato in tutto l’arco alpino in modo quasi identico se si escludono alcuni areali con malghe o alpi più facili da raggiungere e più comode per la gestione e dove ancora vengono prodotti formaggi di grande valore qualitativo.   

Spesso i malghesi si sono dimenticati ciò che scrivevano quaranta anni fa gli Autori di uno studio relativo all’Alpicoltura in Piemonte, commissionato nel 1980 dalle CCIAA del Piemonte: “il pascolo è da utilizzare oggi, ma è da considerare per il domani”, operando uno sfruttamento non razionale e con carichi di bestiame inadatti. Ciò ha causato una riduzione della superficie a pascolo, un degrado ambientale, perdita di biodiversità, fenomeni erosivi e, in definitiva, perdita di produttività.
Ne hanno risentito anche le strutture degli alpeggi, nonostante i finanziamenti pubblici, che spesso non offrono buone condizioni per bestiame, ma anche condizioni decorose di vita ai malgari.
Molte Regioni, sempre verso la fine del secolo scorso, avevano fatto effettuare studi sui pascoli caratterizzandoli dal punto di vista vegetazionale, produttivo e gestionale così da ottimizzare la gestione tramite la redazione di un piano pastorale. Esempi validi sono quelli del già citato studio eseguito in Regione Lombardia e quello effettuato in Piemonte dal Dipartimento Agrosilviter dell’Università di Torino e coordinato dal Prof. Andrea Cavallero (Cavallero et al. 2007). A seguito di questi studi le Regioni avevano concesso e concedono aiuti in applicazione dei PSR sia per i pascoli sia per le loro strutture.
I pascoli dell’Italia centrale e meridionale, alcuni con allevamenti stanziali altri con animali transumanti, sono prevalentemente utilizzati con ovini e caprini, che quasi ovunque appaiono in diminuzione (Tabella 1). Solo in poche aree è presente qualche allevamento bovino.
In questa sede non si vogliono affrontare le problematiche relative al miglioramento e alla corretta gestione dei pascoli, note e diffuse già da tempo, ma semplicemente far notare che nel futuro, escludendo alcune aree particolarmente favorite e dove è possibile produrre formaggi di pregio, sarà difficile pensare a una utilizzazione dei pascoli con bovini, mentre bisognerà adottare sistemi di manutenzioni dell’ambiente e del paesaggio con mandrie di ovini e caprini. Vale cioè per questi pascoli quanto si dirà per le terre incolte.

Utilizzazione delle terre incolte

Non si dispone di una statistica specifica relativa alle terre qualche tempo fa agricole e oggi abbandonate; una stima molto grossolana li indica in circa 4.000.000 di ettari.
L’abbandono di dette terre è avvenuto negli ultimi 50 anni nelle aree collinari e montane a ridosso delle Alpi, lungo tutta la dorsale appenninica e nelle zone interne della Sicilia e della Sardegna.
In alcune di queste aree si è sviluppato il bosco, di tipologia varia, come ad esempio sulle Alpi nei cosiddetti “maggenghi”, in altre, come nelle Prealpi, talora insieme a una certa vegetazione arborea si è avuta una occupazione invasiva di felce. Anche lungo l’Appennino e nelle isole oltre all’aumento della macchia tipica mediterranea restano ampie aree dominate da vegetazione erbacea non utilizzata che si vanno ad aggiungere ad aree già pascolive oggi poco e male utilizzate. Si pensi in proposito ad alcuni pascoli appenninici un tempo monticati con greggi transumanti dalle pianure pugliesi. Si aggiungano a queste superfici non utilizzate altre un tempo classificate in catasto come seminativi arborati.
Gli animali che più facilmente possono utilizzare a scopo manutentivo queste aree, costituite spesso da terre difficili e argillose, oggi incolte sono, a parere di chi scrive, gli ovini e i caprini con diverse destinazioni produttive. Il numero dei capi presenti in Italia negli ultimi anni è riportato in Tabella 1.
Dalla stessa si evince che, in generale, il numero dei capi ovini a livello Italiano è oggi del 10% in meno rispetto a 15 anni fa, mentre quello caprino è in leggero aumento. Come fatto notare più sopra, sempre nello stesso periodo, relativamente agli ovini, nelle regioni dell’arco alpino (Piemonte, Lombardia, Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia) si nota un consistente incremento di capi allevati (molte di queste greggi, definite vaganti, sfruttano l’erba disponibile senza grandi costi); nel Lazio e in Puglia un sostanziale equilibrio; mentre in tutte le altre Regioni si assiste a una diminuzione. Relativamente ai caprini incrementi consistenti si sono osservati negli ultimi anni in Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige; di lieve entità è l’incremento nelle zone del centro Italia, mentre sono in diminuzione in tutte le regioni meridionali.
Una utilizzazione pascoliva delle terre incolte richiederebbe un aumento consistente del numero di capi da allevare e lo studio delle strategie idonee a valorizzare le produzioni conseguite da detti animali.
Molte sono le motivazioni che suggeriscono di manutenere e valorizzare le aree incolte con il pascolamento, attività compatibile con la crescente domanda di agricoltura sostenibile sotto il profilo agronomico, ambientale, economico e sociale.
Nelle aree abbandonate, ove la meccanizzazione è difficoltosa o dove si riscontrano condizioni ambientali che limitano le rese, l’azienda zootecnica può ritornare solo riducendo i costi di produzione e pertanto, non essendo conveniente ricorrere allo sfalcio e alla conservazione del foraggio, è giocoforza utilizzarle solo con il pascolamento, ritornando alla transumanza verso la pianura.Questo non significa operare con un allevamento del tutto estensivo ma, per ragioni di economia, è più opportuno pensare ad un allevamento semintensivo. Inoltre il recupero può essere favorito laddove il sistema agro-zootecnico può essere associato alla valorizzazione di produzioni di filiera di qualità.
Qualcuno vede l’utilizzazione delle terre inoltre in un quadro di “agricoltura biologica”, personalmente non sono d’accordo almeno fino a quando non se ne dimostrino i vantaggi economici specie tenendo conto che il bestiame al pascolo può avere necessità di piccole quantità di mangimi, che devono essere a basso costo e soprattutto che nei periodi di non pascolo è necessario ricorrere a foraggi di recupero e sempre a basso costo (es. paglie più o meno trattate per implementarne il valore nutritivo) che non provengono da agricoltura biologica.
Molte aree prealpine abbandonate presentano come detto prima delle situazioni disastrose con infestazioni di felci non più eliminabili con mezzi meccanici o fisici, come si è potuto riscontrare qualche anno fa in una sperimentazione svolta in provincia di Varese ad una altitudine tra i 600 e gli 800 m.s.l.m. La diffusione dell’infestante era tale da richiedere per l’eliminazione un trattamento diserbante con Glifosate, procedendo poi, dopo il completo disseccamento, alla trinciatura per poter realizzare la semina di specie atte a ripristinare pascoli per l’alimentazione di ungulati.
Lungo gli Appennini le terre abbandonate sono sia quelle in parte già comprese nei pascoli, sia in quelle che fino a qualche anno fa erano classificati come seminativi semplici o arborati. L’utilizzo di questi a scopo manutentivo potrebbe essere il pascolo della vegetazione spontanea, ma sarebbe meglio, ove possibile, della vegetazione ottenuta con la semina di specie foraggere. Quasi sempre, specie dopo molto tempo dall’abbandono, la vegetazione spontanea fornisce una produzione scarsa e scadente dal punto di vista qualitativo. Per questa ragione sarebbe da auspicare la semina di specie foraggere idonee ad una utilizzazione pascoliva.
I periodi di utilizzo dei pascoli per l’Italia sono riportati in Tabella 2. 

La scelta della specie sarà ovviamente diversa a seconda degli areali in cui si opera. Nel Nord Italia dovrebbero essere preferite graminacee e leguminose poliennali accompagnate eventualmente da specie annuali auto-riseminanti aventi anche il compito di facilitare l’istallazione della vegetazione in modo repentino evitando in tal modo l’istaurarsi di fenomeni erosivi. La scelta quindi dovrebbe ricadere su varietà di Dactylis glomerataFestuca arundinacea e Festuca pratensis oltre a Phleum pratense, per le zone a maggiore altitudine, sempre in miscugli con Trifolium repens e Trifolium rubens. A queste si potrebbe aggiungere una varietà di Lolium multiflorum diploide (loiessa) avente anche capacità auto-riseminante quando il pascolo viene effettuato tardivamente. La loiessa dovrebbe essere sostituita dal loglio inglese (Lolium perenne) negli areali a maggiore elevazione. Interessante sarebbe, almeno fino ad una certa altitudine, suddividere le superfici pascolive in appezzamenti sui quali turnare il pascolamento con siepi di piante arboree utilizzabili dal bestiame. La siepe di gelso ad esempio, gestita come prato-gelso è in grado di fornire un eccellente alimento proteico al bestiame.
Nel mezzogiorno e nelle isole la scelta della specie dovrebbe ricadere tra quelle annuali auto-riseminanti e in particolare per le graminacee su Lolium rigidum (annuale auto-riseminante) e Lolium multiflorum (biennale e auto-riseminante solo in certe condizioni), mentre per le leguminose la scelta andrebbe orientata sulle seguenti specie: Trifolium subterraneum ssp. subterraneum (adatta ai terreni acidi e sciolti e, tra questa tipologia di trifogli, la meno sensibile al freddo); Trifolium subterraneum ssp. brachycalicinum (adatta a terreni argillosi e tendenzialmente alcalini, che presenta però qualche difficoltà nell’interramento dei semi); Trifolium subterraneum ssp. yamminicum (adatta alle zone più umide e anche a terreni subacidi); Trifolium vessiculosum detto anche Ruffo di Calabria (adatto per terreni sciolti e calcarei, ma non a pesanti e poco permeabili); Trifolium michyelianumMedicago polimorfaMedicago TruncatulaOrnithopus sativus.
Anche in questi areali è pensabile di ottenere appezzamenti recintati con vegetazione arborea o con la stessa funzione, utilizzabile dagli animali. Un esempio potrebbe essere, nelle zone più mediterranee, quello di ottenere un “muro” con un filare di Fico d’India in buona parte utilizzabile dagli animali al pascolo già dal secondo-terzo anno dalla messa a dimora dei clatodi.
Per le capre e le pecore da latte è consigliabile nelle situazioni più favorevoli un pascolo razionato, mettendo a disposizione del bestiame un’area di pascolo atta a garantire la copertura del fabbisogno alimentare giornaliero. Una volta consumato il foraggio gli animali devono essere spostati in un altro appezzamento. Per realizzarlo occorrono recinti fissi lungo il perimetro del territorio destinato al pascolo e recinti mobili elettrificati per la suddivisione in settori. I vantaggi di questo metodo sono:

  • che l’erba cresce indisturbata fino al turno successivo;
  • gli sprechi sono molto ridotti;
  • il bestiame si muove poco e trova tutto il foraggio ad un idoneo stadio di sviluppo;
  • i danni di calpestamento sono ridotti specie nei periodi piovosi e nei terreni argillosi.

Nella collina alta e in montagna in terreni dissestati e con cotiche naturali, specie per animali non in produzione, si può proporre il pascolo a rotazione, suddividendo l’area pascoliva in appezzamenti sufficientemente grandi per consentire alla mandria di rimanervi per 7-15 giorni (rotazione stretta o larga) per poi ritornare sulla stessa superfice dopo circa 35 giorni se le condizioni edafiche e meteorologiche hanno consentito un buon sviluppo dell’erba. Seguendo questa metodologia si riduce l’impiego di manodopera e i recinti elettrici non sono necessari, ma è facile riscontrare sprechi elevati (mediamente del 25%, ma con punte fino al 60% con carico inadeguato o con foraggio troppo maturo) e danni di calpestamento.
Nelle aree poco produttive e spesso dissestate, collinari e montane è praticabile anche il pascolo brado o semibrado per recuperare ampie superfici che rimarrebbero, in caso contrario, inutilizzate. Con questo tipo di gestione si ottiene una grande semplificazione e una minima richiesta di manodopera. Purtroppo con questa modalità di utilizzo del pascolo si raggiungono sprechi elevati (fino all’80%) e talora un peggioramento delle cotiche e la proliferazione di piante infestanti.
Per una corretta gestione dei pascoli è bene sempre ricordare di:

  1. regimare i carichi mettendo in relazione la produzione disponibile e le esigenze del bestiame; 
  2. effettuare sfalci di ripulitura e di spandimento delle deiezioni nel caso siano presenti anche dei bovini;
  3. praticare lo spietramento quando la presenza di pietre non è eccessiva e il decespugliamento meccanico o chimico;
  4. nelle zone più fertili operare una supplementare concimazione minerale tenendo conto della composizione del cotico;
  5. effettuare il diserbo chimico selettivo o localizzato per eliminare le specie non pabulari e invasive.

Non essendo conveniente la raccolta e la conservazione dei foraggi negli ambienti collinari e montani non si può pensare ad una zootecnia stanziale, ma bisogna ritornare ovunque alla transumanza per far trascorrere alle mandrie il periodo di assenza di erba nei pascoli nei fondovalle o in pianura. Qui è necessario approntare ricoveri (può risultare interessante ripristinare quelli non più utilizzati) e alimenti a basso costo per il periodo in cui le greggi non dispongono di possibilità pascolive. La transumanza, un tempo faticosissima per l’uomo e per il bestiame si può praticare oggi con una certa facilità e con relativamente bassi costi. In pianura le mandrie possono recarsi al pascolo per svolgere anche qui una azione manutentiva e di contenimento della vegetazione erbacea ad esempio negli uliveti o nei vigneti e in generale nei fruttiferi. Possono, inoltre, pascolare le colture di copertura oggi impiegate da chi pratica “agricoltura conservativa” o anche gli appezzamenti, in sostituzione del diserbo chimico, nel caso si adottino le tecniche di semina su sodo o di minime lavorazioni presemina.

Conclusioni

Le superfici oggi occupate da pascoli vanno razionalmente gestite anche per evitare danni ambientali. Non tutte potranno essere utilizzate come in passato infatti spesso non è più possibile operare con i bovini, ma è opportuno orientarsi verso gli ovini e i caprini. Con gli stessi animali si ritiene debbano essere utilizzate le terre collinari e montane non più coltivate. Il loro destino infatti, a meno di non lasciarle invadere da arbusti e piante di poco valore o anche, in determinati areali dal bosco, e quello pascolivo. In molti ambienti affinchè la trasformazione da terra incolta a pascolo sia proficua appare indispensabile costituire cotiche di buon valore attraverso una minima lavorazione e la semina oltre quel minimo di sistemazioni atte a non consentire il ruscellamento delle acque in eccesso; creando tutte le condizioni perché il pascolamento possa effettuarsi senza continui e grandi spostamenti, curando, fra l’altro, la disponibilità di punti di abbeverata.Consegue da quanto detto che oltre a stimolare nuove imprese, preferibilmente costituite da giovani, è indispensabile disporre di agronomi e zoonomi pastoralisti, nonché veterinari capaci di far fare scelte ragionate in base all’ambiente in cui si opera anche in funzione delle produzioni di latte o di carne che si vogliono o possono effettuare; per orientare i parti in determinati periodi dell’anno; per valorizzare i derivati del latte e delle carni, occupandosi in particolare:

  • di contrattistica per l’organizzazione del territorio;
  • della predisposizione dei pascoli (dalla predisposizione del letto di semina e semina nonché alla scelta delle specie e con esse delle varietà con le quali attuare i miscugli);
  • per studiare e fare acquistare le idonee attrezzature;
  • per fare i piani di gestione dei pascoli e integrare l’alimentazione, quando necessario, con mangimi concentrati;
  • per predisporre gli alimenti nei periodi di non pascolo;
  • per predisporre il prelievo dei dati gestionali e poi elaborarli al fine di essere di vero sopporto alle decisioni;
  • per ottimizzare la gestione dei prodotti;
  • per curare la sanità degli animali allevati.

L’augurio per il bene del Paese è che quanto suggerito si possa realizzare, sviluppando anche una adeguata politica capace di supportare gli sforzi che vecchi e giovani allevatori vorranno fare nell’ottica delineata.

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