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Cultura umanistica e cultura scientifica debbono convivere ed integrarsi

Una nota di commento sul webinar "Sophie può diventare epistème? Come superare le barriere tra il pensiero umanistico e quello scientifico"


Nell’ambio della lodevole iniziativa dei “Venerdì culturali” promossa nel corso del 2020 dalla Federazione Italiana dei Dottori in Agraria e Forestali (FIDAF), il webinar realizzato lo scorso 4 dicembre con la relazione del prof. Attilio Scienza sul tema “Sophie può diventare epistéme? Come superare le barriere tra il pensiero umanistico e quello scientifico” si colloca in una posizione di assoluto rilievo. Ciò sia per l’importanza dell’argomento trattato che per la qualità della relazione con cui esso è stato
sviscerato.
Partendo da una tesi contenuta in “Death under sail”, saggio del 1959 in cui lo scrittore e fisico britannico Charles P. Snow esprime la convinzione che la vita intellettuale nella società occidentale si vada spaccando nella contrapposizione tra cultura umanistica e cultura scientifica, il prof. Scienza ha condotto una analisi attenta ed a tratti impietosa dell’involuzione e dell’impoverimento del pensiero, della formazione ed in
definitiva della stessa cultura che può derivare da questo tipo di sterile contrapposizione.
E’ indubbio che la cultura scientifica sia orientata all’oggettività, richieda continue verifiche e suggerisca continui dubbi nell’ottica del progresso delle conoscenze, mentre quella artistica sia intrinsecamente
soggettiva e per certi versi estranea al concetto di progresso. Da una parte l’una ha come scopo dichiarato la ricerca della verità, l’altra è alla ricerca della bellezza.
Tuttavia alla base di un certo tipo di involuzione ci sarebbero preconcetti di ostilità e scetticismo verso la scienza, spesso dipinta come inumana e pronta a “vendersi a multinazionali” talvolta più presunte che reali.
Ci sono la ricorrente evocazione della paura, le fosche profezie sull’imminente fine dell’umanità e sull’inevitabile olocausto provocato dalla scienza, dalla tecnologia, ed in generale dal “progresso”, la nostalgia e l’esaltazione di un passato dal quale siamo fortunatamente usciti grazie alla sofferenza ed al lavoro delle generazioni (fatte principalmente da uomini legati all’agricoltura) che ci hanno preceduto.
Fenomeni non nuovi, ma anzi antichi quasi quanto l’uomo e forse incoraggiati da regimi ed ideologie politiche consapevoli di quanto la predicazione dell’imminente apocalisse sia redditizia in termini di
popolarità e quindi di potere. Fenomeni che hanno visto spesso la scienza applicata all’agricoltura assurdamente posta sul “banco degli imputati”. Al punto che Columella, il grande agronomo vissuto nel I secolo dopo Cristo, nel “De re rustica” doveva scrivere “Sento sempre più spesso cittadini autorevoli lamentarsi ora dell’infecondità dei campi, ora dell’andamento del tempo, qualcuno che cerca persino di spiegare i fenomeni lamentati sostenendo che sarebbe a causa dell’antico ed eccessivo sfruttamento della
fertilità del suolo ormai esausto…. Quanto a me… tengo tutte queste ragioni per lontanissime dalla verità….Nulla infatti è più lontano dal vero di quella credenza per cui la coltura della terra sarebbe la cosa più elementare, tale da non richiedere alcuna dote d’ingegno
”. Parole che, a duemila anni di distanza, conservano intatto il loro valore e la loro attualità (e forse non depongono a favore della crescita culturale di chi pontifica di agricoltura senza conoscerla adeguatamente).
La situazione attuale appare grave e per tanti versi paradossale, specie nell’Europa e nell’Italia di oggi, che sembrano per molti versi prigioniere di una sorta incantesimo ideologico. Da un lato la scienza raggiunge
risultati spesso spettacolari, che possono aprire strade estremamente interessanti, specialmente in agricoltura (basti pensare alle potenzialità del miglioramento ottenuto attraverso tecniche di “genome editing” con la metodologia Crispr –per la cui scoperta Jennifer Doudna ed Emmanuelle Charpentier hanno appena ricevuto il Premio Nobel- nel ridurre il fabbisogno di prodotti fitosanitari). Dall’altro crescono malumori ed ostilità
nei suoi confronti, oggi spesso riscontrabili nella contrapposizione tra “naturale” e quindi “buono” contro “artificiale” o “tecnologico” ed ipso facto “cattivo”. Contrapposizione quanto mai assurda in linea generale, dato che “Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura”, come scriveva Giacomo Leopardi. Ma ancor più assurda in agricoltura, che anzi costituisce per sua caratteristica originaria un adattamento tecnologico dei fenomeni naturali ai fabbisogni dell’uomo: basti pensare ad esempio al prodotto
naturale della macerazione delle uve che è l’aceto e non il vino o alla granella dei cereali che in natura è soggetta a crodatura e non potrebbe quindi essere raccolta ed utilizzata come alimento.
Da queste contrapposizioni possono nascere derive pericolose, dal relativamente banale luddismo fino alla fiducia nei ciarlatani, per certi versi agevolata dai moderni mezzi di comunicazione che spesso disinformano piuttosto che informare, presi come sono dalla ricerca della “notizia” clamorosa e quindi spendibile sul mercato. Per tacere dell’influenza nefasta dei cosiddetti “social”, spesso veicolo delle più strampalate tesi pseudoscientifiche o antiscientifiche, al punto che l’Università di Yale ha sentito la necessità di creare un
corso dal titolo significativo: “Il tuo amico Facebook non ha ragione”.
Eppure cultura umanistica e cultura scientifica possono convivere e devono “riconciliarsi” ed integrarsi. La percezione della loro separatezza è in larga parte conseguenza di quella tendenza alla specializzazione che ha
interessato molti sistemi educativi, determinando una polarizzazione che potrebbe essere evitata e che andrebbe riassorbita. La ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica rappresentano le strade attraverso cui
vincere le sempre nuove sfide che l’umanità deve incessantemente affrontare. Serve innanzitutto la socratica consapevolezza di “sapere di non sapere” che dovrebbe essere l’imperativo di ciascuno e che è alla base del
continuo, spesso lento, e sempre faticoso lavoro di ricerca di ogni serio uomo di scienza. In quest’ottica la scienza e la tecnologia potranno trovare soluzione ai problemi a condizione di riuscire a collegarsi con
l’umanesimo, creando un adeguato e non semplice “storytelling”. Su questo fronte Università ed Accademie debbono cercare di valorizzare il loro ruolo di divulgazione, che affianca ed integra le tradizionali funzioni di
ricerca e formazione.
Il compito non si prospetta facile. Gli ultimi anni hanno segnato un generale declino del prestigio della cultura intesa in senso tradizionale, sia sul lato umanistico che su quello logico-scientifico. Un declino spesso accentuato (specie in Italia) da scelte politiche miopi e pericolose tanto a livello generale quanto di “banalizzazione” dei percorsi di studio ed istruzione, che dovrebbero invece avere come scopo la formazione di uomini intelligenti, responsabili e capaci di indagare e comprendere la realtà nel senso più ampio del termine.
La necessità di integrare cultura umanistica e cultura scientifica attraverso l’interdisciplinarietà degli approcci, finalizzata ad una formazione culturale complessiva ed “a tutto tondo” rappresenta da sempre una delle missioni della Società Agraria di Lombardia. Essa è impegnata -pur nei limiti delle risorse disponibili nel proporre iniziative che mettano al centro dell’attenzione la “cultura” nella sua interezza ed unitarietà, senza steccati né contrapposizioni di sorta, cercando di ricreare un corretto rapporto tra città e campagna e sottolineando l’esigenza di coniugare le prospettive dell’innovazione con i valori della tradizione e gli insegnamenti della storia. Si tratta di un compito come si diceva non agevole, specie negli ultimi anni,
caratterizzati da preoccupanti segnali di scadimento del livello intellettuale delle discussioni e dei dibattiti e da una crescente, ingiustificata e fuorviante acrimonia antiscientifica e tecnofobica, spinta talvolta ai limiti
dell’oltraggio personale.
Eppure la prosperità, lo sviluppo ed il benessere di una Nazione dipendono da molti fattori, ma tra essi due sono indispensabili ed imprescindibili: la libertà individuale e lo sviluppo scientifico. Non a caso il prof. Gilberto Corbellini (che proprio un anno fa tenne una relazione al Convegno sulla storia del metodo scientifico organizzato dalla Società Agraria di Lombardia in collaborazione con l’Ist. “Bruno Leoni”, incentrato sulla frase di Leonardo “Non v’ha bona pratica senza teoria”) nell’incipit del suo libro “Scienza, quindi democrazia” scrive parole che dovrebbero suonare da monito, specie nei tempi difficili che stiamo vivendo: “Insieme all’economia di mercato e alla democrazia, la scienza ha dato vita a un sistema che
produce benessere e libertà, riduce le disuguaglianze e diffonde la razionalità: i criteri cognitivi e morali del metodo scientifico hanno favorito la convivenza civile
”.
Per approfondire
http://www.itempidellaterra.org/2020/07/18/fascicolo-6/

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6 mesi fa

Atteggiamento scientifico sarebbe il chiedersi il perché della resistenza citata.
Franco Paolinelli