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Diciannove associazioni ambientaliste contestano la riforma PAC. SCONTRO FRONTALE CON IL MIPAAF E CON L’AGRICOLTURA PROFESSIONALE ED ORIENTATA AL MERCATO

Cambiamo Agricoltura e le associazioni del biologico vogliono tutto e subito e intanto i fondi per il bio raddoppiano

Nonostante abbiano ottenuto più di quanto fosse ragionevole aspettarsi, le organizzazioni ambientaliste e del biologico italiano che fanno parte del raggruppamento denominato “Cambiamo Agricoltura” considerano il Piano strategico nazionale inviato a Bruxelles “molto deludente, con l’Italia che perde l’occasione dell’avvio di una vera transizione ecologica”.

La posizione è netta e alla base c’è una determinazione molto forte che ha spinto le 17 associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica a scrivere ai ministri competenti ed ai servizi comunitari, ai quali spetta il compito di svolgere una valutazione delle scelte di politica agraria italiana per il quinquennio 2023-2027. Pertanto, non è il classico comunicato stampa lanciato per occupare qualche spazio sui media, ma una azione di pressione politica incisiva, determinata e condotta senza esclusioni di colpi.

Preliminarmente è opportuno osservare come i portatori di interesse del mondo ambientalista italiano abbiano seguito il processo di riforma PAC post 2022 in maniera accurata e competente, come mai si era visto in precedenza e sono diventati un antagonista degli organismi di rappresentanza del mondo agricolo nel definire le scelte strategiche nazionali per il settore primario. Sotto tale profilo, è evidente che le rivendicazioni degli organismi ambientalisti cannibalizzino le risorse fino ad oggi intercettate dall’agricoltura professionale e orientata al mercato, indirizzandole verso finalità diverse.

Le analisi svolte e il corposo comunicato del 3 febbraio 2022 intitolato “Elogio funebre della transizione ecologica dell’agricoltura” sono frutto di un serio lavoro di indagine e di riflessione.

Detto questo, si avverte l’opportunità di evidenziare alcune considerazioni che partono dal presupposto di tenere conto in primis dell’agricoltura che produce per il mercato e ricopre il fondamentale compito della fornitura di materie prime, alimenti e bevande necessari per il benessere della collettività.

Non bisogna dimenticare tale importante particolare che ci viene ricordato da tutte le analisi di impatto svolte in questi ultimi mesi da primari istituti di ricerca internazionali sugli effetti del Green Deal e delle collegate strategie agricole. Da ultimo, ad inizio 2022, è stata diffusa la ricerca dell’Università olandese di Wageningen che conferma quanto già emerso in precedenti autorevoli modelli: meno produzione europea, più importazioni, calo delle esportazioni, perdita di competitività ed aumento dei prezzi.

La transizione ecologica non va perseguita contro le imprese agricole ed a prescindere dagli effetti che determina sull’economia agricola, sugli scambi internazionali e sulla società, altrimenti saranno presto i cittadini ed i consumatori a chiedere conto alle Istituzioni delle scelte compiute.  

La prima riflessione è che un documento analogo a quello diffuso ieri potrebbe essere elaborato dalle organizzazioni che tutelano l’agricoltura professionale e qualcuna l’ha già fatto in questi giorni; mentre altre provvederanno nelle prossime settimane, dato che appare ormai chiaro l’effetto profondo che la nuova PAC esercita su molti primari settori nazionali.

La PAC post 2022 e il Piano strategico nazionale (PSN) comportano una evidente svolta verso la sostenibilità dei processi produttivi agricoli, con interventi chiari e rigorosi in tal senso, presenti in modo trasversale nelle tre categorie di interventi (pagamenti diretti, sviluppo rurale e misure settoriali).   

Una seconda considerazione è già stata espressa dal ministro Patuanelli nella immediata replica fornita dopo la diffusione della nota di Cambiamo Agricoltura. L’agricoltura biologica raddoppia quasi lo stanziamento a propria disposizione. Il conteggio svolto da chi scrive che ha determinato la media annua in termini di spesa pubblica per il periodo di programmazione 2014-2020 e quello 2023-2027, riferita al solo intervento della conversione e mantenimento dell’approccio biologico, restituisce i seguenti risultati: da una dotazione di 268 milioni di euro, si passa ad una di 433 milioni di euro, con un aumento di oltre il 61%.

In più, chi ha dimestichezza con i meccanismi della PAC, compulsando tra le centinaia di pagine del PSN, si accorge immediatamente dell’esistenza di tante altre scelte che privilegiano l’agricoltura biologica e l’esigenza di migliorare le prestazioni ambientali del settore. Per una conferma ci si rivolga ai produttori di cereali italiani, ai quali si chiede di approvvigionare filiere di primaria importanza con una amputazione dei sostegni della PAC. 

È innegabile come la politica italiana stia riservando al settore del biologico che rappresenta il 16% della SAU, ma un sottomultiplo in termini di capacità produttiva agricola nazionale, un’attenzione esagerata.

A fronte di tutto ciò, le risorse da destinare all’agricoltura che si rivolge al mercato ed assicura una capacità produttiva necessaria per alimentare i canali della logistica, fino al consumatore finale, risultano rarefatte, generando così difficoltà evidenti per molti settori produttivi, come sta emergendo in maniera chiara dalle analisi di questi giorni.

Come terza ed ultima considerazione vi è da evidenziare la scelta delle organizzazioni dell’ambientalismo e del biologico italiano di contrapporsi con un atteggiamento rigido che impedisce qualsiasi possibilità di dialogo con chi rappresenta le ragioni dell’agricoltura orientata al mercato. È arrivato il momento che le grandi organizzazioni agricole si esprimano in modo coraggioso su tale questione, perché prima o poi saranno gli imprenditori agricoli a chiederne conto.

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