Agricoltura di ieri, la grande illusione

Agricoltura di ieri, la grande illusione

Niente di male, se si vuole promuovere una nicchia di qualità con un abile marketing di tendenza. Però quando questo modo di comunicare è a senso unico, si finisce per convincere lo spettatore, che è poi il consumatore, che questa è l’agricoltura “buona” e altri tipi di coltivazione sono inquinanti, non sostenibili e quindi “cattivi”. Questa, alla fine, è disinformazione, perchè l’agricoltura moderna, quella per intenderci che oggi è impegnata a sfamare otto miliardi e mezzo di persone, producendo in modo il più possibile sostenibile cibo in quantità e di qualità sufficienti, viene taciuta o, peggio, colpevolizzata.

Agricoltura di ieri

L’identikit dell’agricoltura di ieri è tracciato da una conduzione familiare di piccole aziende, con ampio uso di manodopera interna; da basso impiego di tecnologia; da prodotti per autoconsumo o destinati ai mercati locali, con una qualità più presunta e suggestiva, che effettiva. Questo tipo di agricoltura, che è stata per decenni la struttura portante, è oggettivamente e inesorabilmente in via di estinzione, salvo alcune situazioni. Innanzitutto per motivi prettamente economici: l’abbassamento dei prezzi di mercato e l’impennata dei costi di produzione, spesso concomitanti con raccolti incerti a causa delle anomalie climatiche, ha ridotto seriamente i redditi aziendali. Di conseguenza molti giovani, attratti da migliori e più sicuri guadagni nonchè da minori fatiche, lasciano l’azienda di famiglia e vanno a lavorare in fabbriche, uffici o altro. E’ un fatto che da alcuni anni la superficie aziendale media si sta riducendo in modo significativo. Secondo gli ultimi rapporti ufficiali di ISTAT e CREA, dal 2010 ad oggi il numero di aziende è calato del 30% e la superficie media è salita del 40%, arrivando agli attuali 10 ettari. In altri termini, i piccoli agricoltori cedono la proprietà ad imprenditori di maggiori dimensioni o la affittano. Oggi l’occupazione agricola è pari al 3,6%, mentre negli anni 50 del secolo scorso arrivava al 38%. Da non dimenticare che la superficie agricola utile cala continuamente per l’avanzare di zone urbane, industriali, strade, rotonde e infrastrutture varie.

Certo, esistono ancora piccole aziende che generano profitti. Sono quelle impegnate in produzioni di pregio, con uso di alta tecnologia, ma è chiaro che non tutte possono produrre fragole, fiori, funghi o altre specialità. Pertanto sì: l’agricoltura di ieri è da considerarsi finita e lascia inevitabilmente il passo a quella intensiva (la gran parte) o di nicchia. Pensare di tenerla artificiosamente in vita è pura illusione.

Agricoltura di oggi (e di domani)

L’agricoltura cosiddetta moderna, o intensiva, nasce nel dopoguerra. E’ una vera rivoluzione verde, grazie all’uso della chimica (fertilizzanti e fitofarmaci), della nuova meccanizzazione e soprattutto della genetica. I risultati sono eccezionali, con aumento delle produzioni del 56% soltanto negli ultimi 25 anni. Anche la qualità nutrizionale e sanitaria dei prodotti, e quindi degli alimenti, è migliorata in modo decisivo. Senza questi grandi progressi la malnutrizione e la fame sarebbero molto più diffuse.

Nonostante questi fatti oggettivi, l’agricoltura e la zootecnia moderne sono vittime di un’ingiustificata avversione, nonostante stiano evolvendo verso tecniche di coltivazione e allevamento resilienti ai cambiamenti climatici ed economicamente ed ecologicamente più sostenibili. Questo atteggiamento rientra in quella sindrome anti scientifica che coinvolge anche altri settori, come ad esempio la medicina. Anche l’attuale PAC è caratterizzata da una deriva ambientalista, fortunatamente in parte rientrata, che mette a rischio le produzioni europee.

 

Autore: Franco Brazzabeni

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