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Agricoltura motore del paesaggio – Le molte dimensioni dell’attività agricola

Il tema dello jusa edificandi1 fa pensare alla rendita urbana come fenomeno parassitario e sperequativo.

 Già David Ricardo (1772-1823) aveva ben evidenziato come si determinava la rendita fondiaria, la qual cosa, letta insieme alla teoria sui limiti della popolazione di Thomas Robert Malthus (1766-1834), pone in evidenza il ruolo cruciale di una regolamentazione del rapporto tra uso del suolo e diritto di trasformare il suolo per usi non agricoli. Lo sviluppo tecnologico ha presto mostrato la fallacia dei presupposti dell’analisi di Malthus – cosicché in parte abbiamo dimenticato per lunghi anni il problema della limitatezza delle risorse agricole – mentre oggi questo tema ritorna all’attenzione del mondo intero in tutta la sua drammaticità.
Alla tutela “dall’alto” occorre che il settore primario utilizzi tutto l’“apparato” a propria disposizione per presentarsi alla competizione sufficientemente dotato di argomenti.

Amnesia del paesaggio

In campo ambientale, ecologico e territoriale – e in ultima analisi paesaggistico – le trasformazioni graduali sono poco percepite da chi abita un luogo; “è facile dimenticare quanto fosse diverso molti anni fa il territorio su cui viviamo2 mentre è più facile che se ne accorga chi vi ritorna dopo essere stato assente per molto tempo.
L’instaurarsi lento e insidioso di una nuova normalità e l’amnesia del paesaggio” fanno sì che i residenti facciano più fatica a ricordare le condizioni del loro territorio di qualche decennio prima e questo spiega “una delle ragioni fondamentali per cui una comunità non riesce a notare la presenza di un problema prima che sia troppo tardi3.
Eugenio Turri, tra i tanti, documenta fotograficamente4 come questo lento e inesorabile cambiamento abbia distrutto il paesaggio italiano negli anni cinquanta e sessanta del ‘900, attribuendolo al “desiderio delle nuove generazioni di cancellare il ricordo dei padri, delle loro sofferenze, umiliazioni, miserie, accettate troppo supinamente a vantaggio delle classi dominanti5.
La chiave di volta, tuttavia, non è solo la misura quantitativa delle trasformazioni – i dati quantitativi disponibili sono molti e interessano per lo più gli studiosi –, ma soprattutto la percezione che l’uomo ne ha e il modo in cui le considera nella prospettiva della propria vita: d’altra parte la partecipazione delle comunità locali dipende proprio dal modo di concepire l’abitare, inteso nel senso di “avere cura”, proprio di chi “abita veramente un luogo” ossia di “colui il quale non lo sente come qualcosa di cui disporre, e neppure come una cornice casuale di cui potrebbe disfarsi, ma come qualcosa di essenziale alla definizione della propria stessa identità, qualcosa che va salvaguardato non come strumento di sopravvivenza, ma come parte di noi stessi6.
Oggi l’agricoltura, l’attività economica più grandemente consumatrice di suolo, si trova stretta tra interessi contrapposti:
•    l’interesse strategico per la produzione agroalimentare, da cui deriva la corsa alla terra per acquisire terreni agricoli su cui produrre alimenti (o bioenergie) necessarie a popolazioni strette in territori ristretti e/o poco produttivi (come la Corea del Sud, la Cina, l’Arabia Saudita)7;
•    l’interesse ambientale per gli equilibri idraulico-agrari e idraulico-forestali che tutelano il territorio, non solo quello agrosilvoforestale, ma anche quello che lo circonda (in genere collocato più a valle);
•    l’interesse ecologico, per la ricreazione delle matrici ambientali con la chiusura dei cicli biogenetici;
•    l’interesse collettivo per la produzione di esternalità positive di cui fruisce la collettività attraverso il turismo, la ricreazione e in generale il paesaggio;
•    l’interesse urbano per la possibilità di espandere l’edificato urbano e le infrastrutture a vantaggio della società in generale e, in particolare, delle comunità che scelgono di vivere in contesti più o meno fortemente urbanizzati.
Poiché non tutti i problemi di cui l’agricoltura si lamenta derivano dall’esterno, occorre concentrare l’attenzione sugli aspetti endogeni del settore primario.
In particolare, è interessante focalizzare l’attenzione sul paesaggio, per il semplice motivo che il paesaggio sintetizza la stragrande maggioranza di tutto ciò che riguarda l’agricoltura come fatto economico, i luoghi in cui si svolge e l’ecologia su cui si fonda.
È evidente che il territorio rurale è il luogo fisico dove meglio si concretizza la convergenza di elementi costitutivi del paesaggio e dove la costruzione del paesaggio si sostanzia con la pienezza degli elementi e delle relazioni tra questi e le attività umane e il modo dell’uomo di percepire e concepire il paesaggio stesso. In effetti, secondo il dettato dell’articolo 2135 del Codice civile, il ruolo dell’imprenditore agricolo si esplicita con “le attività […] dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano a oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge”. Già il Codice civile, quindi, attribuisce all’imprenditore agricolo un ruolo attivo sia nella valorizzazione agroalimentare sia in quella del territorio.
Se “tutto è paesaggio” – nel senso ormai chiaro indicato dalla Convenzione europea del paesaggio – è evidente che in ogni luogo possono essere lette le componenti e le relazioni tra le componenti e tra queste e l’uomo. Per cui anche in altri contesti, come la città, per esempio, si svolgono le stesse dinamiche. Quello che cambia semmai è, evidentemente, il “contenuto di natura” del paesaggio. Dalla città storica e rinascimentale, realtà altra e opposta alla natura, a quella barocca, che si apre su questa, e di nuovo dalla città industriale, luogo della produzione e dell’abitare malsano – quasi come in schiavitù – alla città contemporanea, che tenta di reintrodurre la natura in un rapporto organico con i luoghi di vita dell’uomo restaurando un dialogo – sebbene a volte fittizio – con l’uomo, anche la città esprime la concezione del paesaggio – urbano – di quel particolare momento storico e di quella particolare cultura dominante.
Se non che, se nei paesaggi disponibili e variegati che osserviamo sul territorio intendiamo recuperare la dimensione del rapporto con la natura, non possiamo che rivolgerci al territorio rurale ove il lavoro dell’uomo e quello della natura si svolgono talora in simbiosi, talaltra in parallelo, più spesso in aperta e stridente lotta e contrapposizione, ma sono ancora riconoscibili nei loro caratteri costitutivi e nei loro effetti.
L’agricoltura8 come attività economica è perciò il motore primigenio di ogni forma di trasformazione della natura per le finalità dell’uomo, produttive e abitative, ma – da un po’ di anni – anche ricreative e contemplative.
Il modo in cui l’agricoltura agisce è un modo storicamente determinatosi, evolutosi di pari passo con il cammino delle conoscenze scientifiche e tecniche, a volte come conseguenza a volte come anticipatore delle innovazioni.
Con il primo sperimentare la coltivazione da parte dei cacciatori-raccoglitori – la cui influenza sul paesaggio poteva dirsi inesistente e comunque minoritaria – le trasformazioni dell’ambiente naturale a scopo di coltivazione e allevamento sono state sempre più significative fino ai traguardi attuali che vedono la possibilità – anche giuridicamente concepita – di svincolare completamente la produzione dal rapporto primigenio con la terra (coltivazioni in idroponica, in serra, allevamenti senza terra, ecc.).
Se, anche in presenza di molte di queste estreme conseguenze nell’evoluzione dei processi produttivi agricoli, si può ritenere che l’agricoltura sia ancora l’attività che più di ogni altra è capace di costruire – o ricostruire – un equilibrato rapporto tra la natura e l’uomo9, non deve stupirci che siano ampie e profonde le preoccupazioni di coloro che tendono a ritenere l’agricoltura un’attività da sottoporre a tutela, quand’anche non a oggettivo controllo dispositivo10.
In questa dinamica tra gli effetti esterni desiderabili e indesiderabili, l’impresa – nella più ampia accezione di cui all’art. 2135 c.c. – si muove alla ricerca di un equilibrio economico-gestionale, luogo nel perseguimento, oltre che di una naturale redditività, di altri obiettivi che hanno a che fare con le aspirazioni dell’imprenditore, della sua famiglia – quando questa è più o meno integralmente coinvolta nell’attività – o, comunque, dell’impresa in senso lato secondo criteri e finalità le più diverse.

Non di solo pane vive … l’agricoltura

Se lo spazio di operatività fosse solo quello del mercato dei beni prodotti dall’impresa e dei fattori e mezzi di produzione da questa acquistati, economia e tecnica in supporto l’una all’altra sarebbero sufficienti a compiere le scelte afferenti all’imprenditore. Ma non è così, ovvero, non è così semplice. Il tema del consumo di suolo e l’esigenza di tutelarne la sua caratteristica più vincolante, ossia la finitezza, ma anche di comprendere la variabilità delle sue caratteristiche intrinseche, influenza lo sviluppo strategico dell’agricoltura. L’impresa agricola, che agisce in una prospettiva sempre più multifunzionale e multidimensionale rispetto a un’impresa industriale o di servizio, eccede di gran lunga tecnica ed economia su cui si regge prioritariamente, per espandersi nella dimensione territoriale, intrattenendo relazioni strette sia con la componente sociale che condiziona, a tutti i livelli, positivi e negativi, sia con la dimensione più fragile, vale a dire quella ambientale, nei confronti della quale ha l’onere e l’onore di gestire un dialogo equilibrato con le risorse di cui fruisce.
Marco Fabbri
presidente dell’Ordine dei dottori agronomi e dei dottori forestali di Milano
1 Testo tratto dall’intervento dell’autore al seminario Consumo del suolo e “ius aedificandi”, organizzato dalla Camera amministrativa distretto Lombardia orientale a Brescia (18 novembre 2014).

2 Diamond J., 2005. Collasso. Come le società scelgono di morire o di vivere. Einaudi, Torino, p. 433.

3 Diamond J., cit., p. 434.

4 Turri E., 1998. Il paesaggio come teatro. Marsilio, Venezia, p. 160-161.

5 Turri, cit., p. 157.

6 D’Angelo P., 2010. Filosofia del paesaggio. Quodlibet, p. 124.

7 Fonte: Grain, organizzazione no profit internazionale con sede a Barcellona (Spagna).

8 Con il termine agricoltura si intende, per sintesi, tutte le attività agricole, selvicolturali, forestali e di allevamento zootecnico e ittico aventi un minimo rapporto con il territorio e le matrici ambientali ivi presenti. Non si tratta di una nozione giuridica, ma di pura convenienza per connotare con enfasi i rapporti tra attività economica e componenti naturali, senza comunque nulla togliere alla più ampia prospettazione dell’impresa agricola di cui all’art. 2135 c.c.

9 L’agricoltura è in grado di produrre una serie di comportamenti che danno luogo ad azioni sul territorio e a servizi desiderabili da parte della Comunità nel suo insieme e che nell’ottica economico-imprenditoriale costituiscono esternalità positive.

10 In questo caso il controllo sarebbe volto a ridurre o eliminare le esternalità negative dell’agricoltura prodotte ove questa, per le intensità di impiego dei mezzi tecnici di produzione, comporta effetti indesiderati nell’ambiente (inquinamento dell’aria, delle acque, dei suoli).

Temi associati a questo articolo: Agricoltura, Ambiente, Governo del territorio, Legislazione, Paesaggio, Parchi e giardini, Pianificazione, Suolo, Verde urbano

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