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EURAFRICA – Europa ed Africa, un destino comune

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- Sembra che il primo “Homo sapiens” sia comparso in Africa e che, partendo dall’Africa, si sia poi diffuso in tutto il mondo.

- Qualche millennio prima di Cristo, in seguito alla formazione del deserto del Sahara  (2), ha avuto inizio l’ isolamento geografico  e storico  di buona parte dei popoli africani, causa prima del loro ritardo socio-culturale. Questo  deserto, presidiato dai Garamanti, popolo di origine berbera, e poi  dai Touaregs, loro discendenti (che a partire da un certo momento hanno assunto il controllo del traffico trans-sahariano), è stato molto a lungo un ostacolo difficilmente superabile dai popoli di razza nera.

- Dopo la ricognizione dell’Africa a Sud del Sahara (ancora terra incognita) da parte di una schiera di esploratori europei, questo isolamento è infine terminato con la Conferenza di Berlino (1884-85), che ha creato le colonie e ripartito l’Africa fra alcuni paesi del vecchio continente.

Da allora ha avuto inizio una storia comune fra l’Africa e l’Europa, che è proseguita  fino ad oggi e che, nonostante gli attriti e le forti distanze culturali, ha dato origine a legami sempre più stretti e riconoscibili (vedi la Francia del calcio, campione del Mondo)

- Data l’estrema frammentazione dell’Africa nera, rimasta ancora allo stadio tribale, il regime coloniale ha fornito a questa parte di mondo i mezzi  linguistici e culturali per una espansione della conoscenza reciproca e del mondo esterno. Nonostante la scarsa considerazione per i diritti umani, il regime coloniale ha avuto il merito di pacificare l’Africa, di porre fine allo schiavismo e di aprire al mondo moderno le sue popolazioni, caratterizzate da una straordinaria vitalità, ma non quello di porre le basi per un suo sviluppo endogeno.

- Fin dall’inizio si è palesata comunque una particolare complementarità fra l’Europa e l’Africa; da una parte il continente più aggressivo e sviluppato, che ha raggiunto e colonizzato quasi tutto il mondo, anche con il concorso degli stessi africani (provenienti dalla tratta e resi  schiavi per questo), dall’altra quello meno sviluppato ed aggressivo.  La prossimità geografica e la comunanza storica, unitamente alla  complementarità socio-culturale, fanno sì che l’ Europa e l’ Africa sembrino predestinate a un destino comune.

- Da questo assunto nasce una serie di considerazioni di notevole importanza.  E’ chiaro  che l’Europa ha una grossa responsabilità storica  nei confronti dell’Africa (dopo lo schiavismo, il colonialismo, e dopo il colonialismo, il neo-colonialismo); ed è anche chiaro che, in un mondo sempre più interconnesso,  il bene dell’Africa è anche un bene per l’Europa, e viceversa. Ne consegue che, se l’Africa ha bisogno dell’ Europa, anche l’Europa ha bisogno dell’Africa, che rappresenta un teatro ideale per la correzione del suo modello di sviluppo, troppo poco equilibrato,  in crisi grave, e che, se perseguito in modo univoco, ci condurrebbe al disastro.

- Questo esito negativo è stato previsto e denunciato a chiare lettere dal rapporto “I limiti dello Sviluppo”, del 1972, commissionato dal Club di Roma, di Aurelio Peccei, al MIT (Massachusset Institut of Technology), e ribadito poi dal Rapporto Bruntlandl del PNUD (Programma delle NU per lo Sviluppo), dal titolo  “Our Common Future”, del 1987 – che ha definito nientemeno che “suicida” l’attuale modello di sviluppo.

Purtroppo questi due rapporti – ed altri dello stesso tenore – redatti da esperti altamente qualificati, sono stati del tutto trascurati e fatti cadere nel dimenticatoio dai detentori dei cosiddetti “poteri forti”, interessati soprattutto, se non esclusivamente, ai loro interessi a breve termine.

- Occorre ora riesumare quei rapporti e tener conto delle loro raccomandazioni.

Nell’ottica di una revisione del modello di sviluppo dominante una immigrazione fisiologica dall’Africa può essere utile ed anche necessaria.

Tuttavia, i tentativi di immigrazione attuali dal continente africano non hanno un carattere fisiologico, ma patologico e gravido di conseguenze negative, sia per l’Africa che per Europa, e questo soprattutto per il fallimento delle politiche di Cooperazione allo sviluppo (sia nazionale che internazionale). In realtà noi non abbiamo mai voluto sviluppare l’Africa, percui si può dire che raccogliamo ciò che abbiamo seminato.

- Occorre ora riconoscere al più presto le ragioni e le cause di questo fallimento e rimediare agli errori del passato, che derivano principalmente  da una insufficiente considerazione dei diversi parametri dello sviluppo (Uomo, Natura, Tecnologia, Economia) e  delle condizioni  necessarie per avviare un processo di sviluppo reale, oltreché da un’eccessiva fiducia nella tecnologia, soprattutto per quanto attiene il settore agricolo, che, essendo primario, costituisce la base stessa (o le fondamenta) dello sviluppo.

- Occorre poi riscoprire la categoria degli “Africanisti”- o dei conoscitori delle realtà africane – senza i quali non è possibile passare a quell’approccio socio-culturale che appare indispensabile, e che serve a porre le basi di una nuova Cooperazione, dato che quella finora seguita non è più perseguibile senza creare danni sempre più gravi.

- Occorre infine riconoscere che l’Africa è fin d’ora – e ancor più lo sarà in futuro – il problema maggiore per l’Europa e per il mondo. 

- Date queste premesse, sorge spontanea la domanda : cosa fare per l’Africa e con l’Africa ?

Quale tipo di sviluppo immaginare, cosa significa “Piano Marshall” per l’Africa ? io credo che coloro che parlano di un “Piano Marshall” per l’Africa non abbiano nessuna idea su ciò che realmente converrebbe fare in Africa, e qui bisogna aggiungere non solo per l’Africa, ma per la stessa Europa e per il mondo.  Se infatti dovessimo continuare a perseguire il modello di sviluppo attuale e ad escludere dalle  strategie di  Cooperazione la strada maestra dello sviluppo (quella storica ed archetipica, che noi ben conosciamo) – da noi  descritta in una nota a parte e che nasce dalla valorizzazione delle risorse naturali – distruggeremmo le basi stesse dello sviluppo e  le sorti  del continente africano e  dello stesso modello di Sviluppo non potrebbero che diventare un terribile rompicapo, privo di vie di uscita.

- Bisogna quindi riconoscere che manca tuttora una sufficiente comprensione non solo dell’Africa, ma del concetto stesso di Sviluppo, che va inteso in un senso molto più ampio del suo significato attuale, ovvero non solo come progresso tecnico-economico per una parte relativamente ristretta del genere umano, ma anche come salvaguardia della Natura ed evoluzione socio-culturale generale, e che sia quindi indispensabile un profondo ripensamento dello stesso, che porti a riconoscere come l’Agricoltura e l’Ambiente naturale siano dei parametri fondamentali dello sviluppo, in particolare per ciò che chiamiamo “sviluppo sostenibile”, il quale non può significare altro che ….

      “rendere la Natura sempre più domestica e fruttifera”,  cioè il contrario esatto di ciò che abbiamo sempre fatto e continuiamo a fare, soprattutto nel continente africano.(3)

- Ne deriva che l’Europa deve prendere in seria considerazione la tesi di una “Cooperazione allo Sviluppo” completamente rinnovata, più Naturocentrica  che Tecnocentrica, senza la quale l’Africa sub-sahariana non potrà che diventare la sua palla al piede e riversare masse di popolazioni affamate nei paesi del Nord Africa e sull’ Europa intera, dalla quale gli africani – in mancanza di qualunque seria prospettiva di sviluppo – sono irresistibilmente attratti e dove cercano ormai una vera, possibile integrazione, anche a rischio della vita.

  E’ anche chiaro che gli africani, condizionati come sono dagli europei (ed ora anche da altri popoli, come cinesi e indiani) non sono più padroni del loro destino, né in grado di svilupparsi da soli o di trovare (se questa potesse esistere) una via africana allo sviluppo. Essi  dipendono quindi in tutto e per tutto dai popoli più avanzati ed in particolare dagli europei, che hanno quindi una immensa responsabilità, avendo trasmesso loro un “imprinting” ed un legame praticamente indelebili

- Secondo me, ciò significa che la sola possibilità di sviluppo per l’Africa consiste in un ritorno importante degli europei nei paesi africani (è così che credo si debba intendere l’espressione “Eurafrica”), e questa volta non più come schiavisti o colonialisti, ma come Volontari dello  Sviluppo, capaci di ritrovare ideali di vita attualmente perduti – una sorta di nuovo “Mal d’Africa” – che consenta di rimediare agli  errori del passato e di aiutare questi “fratelli minori e meno fortunati” a procedere sulla strada di un vero sviluppo.  A tale riguardo, le potenzialità dell’Africa sono ancora immense (c’è quasi tutto da fare), a condizione di non distruggere la  Natura e di fare ciò che non si è fatto finora.

  E’ chiaro che in molti casi si tratterà di riappacificare l’Africa e di porre fine a nuove forme di schiavismo, cosa che il regime coloniale aveva già fatto a suo tempo. Ma occorre questa volta ripartire dal basso e con i capi naturali e tradizionali, per far comprendere alle popolazioni africane che si agisce per il loro bene e fare in modo che i benefici di una nuova cooperazione siano rapidi, duraturi e chiaramente avvertibili da tutti.

  La prima cosa da fare è la Lotta contro la desertificazione/LCD e la sistemazione idraulico-agraria dei suoli agricoli, operazione molto semplice e da condurre nel modo più efficace possibile, che da sola consente mediamente un aumento delle rese agricole fino al 30-40%.

  La seconda operazione, anch’essa semplice e indispensabile, è la domesticazione degli animali africani ovunque possibile – chiaramente a partire dai parchi nazionali, oggi in grave sofferenza – che comporta due benefici fondamentali : la salvaguardia della Natura e della fauna selvatica e l’avvio di un vero processo di sviluppo per le popolazioni africane. Senza queste operazioni, l’Africa è condannata in partenza.

- Questa soluzione, che comporta una vera e propria rivoluzione culturale, è l’unica a mio parere che dia sufficienti garanzie di riuscita, poiché storicamente collaudata. D’altra parte la distanza socio-culturale esistente fra l’Africa e il resto del mondo rende necessario il passaggio dei popoli africani a quello stadio di sviluppo intermedio rappresentato dall’impiego dell’energia animale (4) e un animale africano domesticato vale infinitamente di più di un suo congenere rimasto allo stato selvatico. (cosa ne pensa il WWF ? oggi sia la domesticazione degli animali africani che la loro distruzione a causa del bracconaggio sono quasi temi tabù)

- Per sviluppare l’Africa “aiutandola a casa sua”, occorre quindi cambiare radicalmente registro della Cooperazione e rivedere buona parte di ciò che si è fatto finora, a cominciare da quelle tesi pseudo-scientifiche – o meglio antiscientifiche – come la non domesticabilità degli animali africani, inventate e fatte  valere fino ad oggi per non promuovere lo sviluppo dei popoli africani e lanciare al suo posto la caccia grossa – sport praticato da alcune elites occidentali, decisione che rivela una buona dose di razzismo, tuttora imperante.

- In margine al presente documento :

- Cooperazione Nord-Sud e sfere di influenza : a parte i paesi del Nord Africa, dalla Libia al Marocco (l‘Egitto è un caso a parte), che devono  essere oggetto di cure speciali dalla parte dell’Europa, rientrano principalmente nelle sfere di influenza europea, l’Africa occidentale e centrale, nonché la Somalia e l’ Eritrea, ossia le regioni africane più conosciute e colonizzate dai paesi dell’Europa continentale. La politica nei confronti dell’Africa è stata finora fondamentalmente miope, ma deve riappropriarsi delle sue prerogative e saper scegliere i consulenti giusti.

-  Quando è nato il WWF ? nel 1961.(29.04.1961), più o meno in concomitanza con la fine dell’era coloniale in gran parte dei paesi africani.

Finalità dichiarate : Ambientalismo, Conservazione, Ecologia. E’ oggi la più importante Organizzazione mondiale per la Conservazione della Natura; tutti i progetti e le attività del WWF svolgono un ruolo fondamentale per fermare il degrado dell’Ambiente e aiutare gli uomini a vivere in maggiore armonia con la Natura. Sono oltre 1300 i progetti in cui il WWF è attivo in tutto il mondo, dalla costituzione di nuove aree protette alla promozione di una gestione sostenibile delle risorse naturali.

   In origine l’acronimo significava World Wildlife Fund (Fondo mondiale per la vita selvatica); nel 1986 l’interpretazione di tale acronimo è stata modificata in World Wide Fund for Nature – Fondo (d’estensione) per la Natura.

La condivisione è la filosofia di base dell’azione del WWF: significa lavorare insieme con altre associazioni per promuovere uno sviluppo sostenibile. Il tuo sostegno ci consente di trovare soluzioni, opporsi e combattere minacce per proteggere l’unico pianeta che abbiamo.

e quelle non dichiarate ?  Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi –  per questo il governo italiano dovrebbe approfondire lo studio e la conoscenza non solo della nostra Cooperazione allo Sviluppo, ma anche dei veri obiettivi fin qui perseguiti dagli Organismi delle NU per lo sviluppo agricolo (FAO, IFAD e PAM) stanziate a Roma, così come di quelli del WWF, stretto collaboratore della FAO,  obiettivi che sono perfettamente in linea con la strategia delle Multinazionali (le quali notoriamente poco si curano della Natura) e quindi contrari a quanto da loro richiesto e dichiarato.

-  Da promuovere un incontro FIDAF/AGRFOR/WWF, possibilmente anche con l’ICEF e successivamente con la FAO

- Cosa fare quindi con l’Africa? è la domanda posta all’inizio della presente nota. A questa domanda, ancora inespressa, ma chiaramente sospesa e sottintesa, ho offerto il mio contributo di appassionato africanista; mi rendo anche conto delle difficoltà di seguire le suddette raccomandazioni, che ritengo comunque necessarie e più che ragionevoli; non vedo infatti altre vie di uscita dalla presente situazione.

  Occorre in ogni caso aprire un grande e cruciale dibattito sul tema in questione, quello della Cooperazione allo Sviluppo, come si è visto molto complesso e travagliato, affrontando il problema alla luce del giorno, e non nelle segrete stanze dei poteri forti, i quali non potrebbero far altro che aggravare la già critica situazione, con grave danno per tutti ed anche per loro stessi.

  A questo grande dibattito, chiaramente indispensabile ed urgente, occorre infine rendere partecipi, non subito, ma a partire da un certo momento, anche  rappresentanti del continente africano, purché sufficientemente maturi al riguardo.

      – Infine, troppe sono le persone che sul tema dell’Africa e dei migranti si limitano a fare ragionamenti incompleti – emotivi, poco razionali e privi di proposte di soluzione (almeno parziale) dei problemi in essere, né sanno risalire alle cause e responsabilità di chi ci ha portato alla situazione attuale, ma si fermano solo ad esaminare i problemi del momento, senza considerare le possibilità alternative ed i rischi del futuro.

Questo senza rendersi conto che facilitare l’ingresso ai richiedenti asilo comporta rischi gravi per tutti, a cominciare dagli stessi africani, che diventerebbero ben presto vittime di un razzismo dichiarato.  Ritengo quindi necessaria una stretta all’ immigrazione, purché accompagnata da una nuova e responsabile politica di Cooperazione, qui appena delineata (5), con i paesi ed i popoli africani.

       Roma, 5.07.2018                                                                                                                      Pietro Antinori

    Note :

  • nel 2004 il Comune di Roma – con Sindaco Walter Veltroni – promosse un incontro sul tema “Africa ed Europa, un destino comune”, incontro che ha visto la partecipazione di molti dirigenti africani e delle NU, ma che ha lasciato poche tracce di sé, non perché non fosse già maturo allora, ma perché molto probabilmente non è stato messo il dito sulle piaghe del problema.
  • formazione dovuta a varie cause, non sufficientemente conosciute e che sarebbero da indagare.
  • Gli imprenditori da soli non possono far nulla per salvare l’Africa, se non preceduti da buoni agronomi e ambientalisti, che facciano quello che  non si è voluto fare finora.
  • Stadio durato da noi 5-6000 anni e concluso solo nel corso del secolo scorso.

    (5)  Natura e Cultura : occorre riconoscere all’Uomo e alla Natura il posto che compete loro; la Cultura non può fare a meno della Natura e la  Natura non può più fare a meno della Cultura. Il vero Sviluppo non può fare a meno né della Natura, né della Cultura.

 – Nell’uso corretto della tecnologia (e della Natura) vi è un immenso potenziale di liberazione per l’uomo, nel suo uso errato o deviato, vi è invece una immensa capacità di distruzione ambientale e socio-culturale.. L’uso che si fa della tecnologia (e della Natura) è essenzialmente “un problema di Cultura.

  – La Natura è di segno femminile e amica dell’Uomo, ma è l’Uomo che troppo spesso si dimostra nemico di essa, violentandola, massacrandola e distruggendola in nome di un falso sviluppo che antepone la materia inerte e la natura morta all’anima ed allo spirito vivificanti.

  – Quando non vengono cacciati e perseguitati, tutti gli animali sono molto attratti dal genere umano e vi si avvicinano con fiducia, questa legge di Natura significa che la domesticazione è un’ operazione non solo possibile, ma prevista dalla stessa Natura  e valida sia per il regno animale che per quello vegetale. Questa operazione – cui segue la selezione – fa comprendere inoltre che la Natura si lascia non solo domesticare, ma anche plasmare dall’Uomo (a titolo di esempio, basta pensare alle differenze esistenti fra il Lupo, il Cavallo selvatico, l’Uro e le infinite razze  canine, equine e bovine che ne sono derivate).

  – Quando si sbaglia strada, occorre fare marcia indietro. Alla Natura si comanda solo ubbidendole (Bacone): questo significa che se l’Uomo non  vorrà domesticare la Natura, sarà la Natura a domesticare l’Uomo, processo che è già iniziato, e questa è vera Scienza!!.

  – Un pensiero becero ed ottuso continua a negare ai popoli africani, con veri e propri tabù – sostenuti da teorie antiscientifiche – persino i primi, indispensabili passi per uno sviluppo reale, come la Lotta contro la Desertificazione e la domesticazione degli animali africani.

  – La Verità non delude mai, la bugia e l’impostura deludono sempre.

  – Occorre quindi ripetere che in Africa e dall’Africa, noi non facciamo che raccogliere oggi ciò che abbiamo seminato ieri e continuiamo a seminare fino ad ora. Emergenza Africa, l’avorio è bello e caro, Elefanti, addio….

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