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Una crisi alimentare “sismica”

Le Agenzie delle Nazioni Unite adottano di solito un linguaggio molto cauto, evitando di enfatizzare eccessivamente le minacce che gravano su di una zona geografica o sull’intero pianeta. Se il Programma Alimentare Mondiale (il WFP – World Food Programme) nel suo ultimo documento usa le parole A seismic hunger crisis is enveloping the world amidst a time of unprecedented needs (una crisi sismica della fame sta avviluppando il mondo nel mezzo di un tempo di necessità senza precedenti), vuol dire che l’allarme è ben motivato: siamo di fronte agli effetti congiunti del cambiamento climatico, che sta minacciando severamente le produzioni agricole in molti Paesi del mondo, della pandemia di Covid-19, che oltre a causare direttamente morti e gravi debilitazioni fisiche, sta gravemente danneggiando le economie di tutto il mondo, e adesso anche degli eventi bellici in atto nel granaio europeo, che minacciano la disponibilità nel mercato globale di varie derrate alimentari e di fertilizzanti, in particolare nei Paesi maggiormente dipendenti dalle importazioni per la soddisfazione dei loro bisogni alimentari. Il quadro è completato da un fortissimo rialzo dei prezzi dei beni alimentari, dei carburanti, dei mangimi per l’alimentazione del bestiame e dei fertilizzanti azotati e fosfatici. Secondo il WFP questi fattori stanno trascinando sull’orlo della fame 44 milioni di persone in 38 Paesi, che si vanno ad aggiungere agli 811 milioni di persone che soffrivano la fame già prima che scoppiasse il conflitto in Ucraina. Il 60% delle persone che si trovano in condizioni di insicurezza alimentare sono abitanti di aree in cui è in atto un conflitto. Parlare di rischio “sismico” non ci sembra quindi un’esagerazione: la crisi alimentare che ci sta davanti sembra avere dimensioni molto più catastrofiche di quella già disastrosa del 2007-08.

L’andamento dei prezzi dei generi alimentari merita un discorso più dettagliato. L’indice dei prezzi alimentari della FAO (FFPI = FAO Food Price Index) ha raggiunto in marzo 2022 il livello di 159,3, con un salto di 17,9 punti (pari al 12,6%) rispetto all’indice di febbraio, raggiungendo così il livello più alto dal 1990, anno in cui il FFPI è stato introdotto.  Considerando le differenti derrate, l’indice FAO del prezzo dei cereali (FAO Cereal Price Index) ha raggiunto in marzo 170,1 punti, salendo di 24,9 punti (17,1%) da febbraio, mentre l’indice relativo agli oli vegetali (FAO Vegetable Oil Price Index) è arrivato a 248,6 punti, con una crescita di 46,9 punto (23,2%) rispetto al mese precedente. I prezzi internazionali delle altre derrate monitorate (prodotti lattiero-caseari, carne e zucchero) sono cresciuti in maniera più contenuta, ma comunque significativa.

L’aumento del prezzo degli alimenti ha un impatto devastante nei Paesi a basso reddito, la cui popolazione destina circa la metà delle proprie entrate familiari all’acquisto di cibo. La situazione nei Paesi ad alto e medio reddito è probabilmente meno severa: in Italia dedichiamo in media meno di un quinto del nostro reddito all’acquisto di generi alimentari e quindi il rialzo del loro prezzo incide in maniera meno grave sul nostro tenore di vita. Dobbiamo ricordarci però che le medie nascondono le realtà che le compongono: quanti dei nostri concittadini, già duramente provati dalla crisi economica causata dal Covid-19, vedranno il loro potere d’acquisto drasticamente ridotto e saranno costretti a ridurre in quantità e in qualità i loro consumi alimentari? 

Una considerazione finale meritano gli agricoltori che non traggono certo vantaggio dalla situazione: anche i prezzi dei mezzi di produzione (sementi, fertilizzanti, carburanti) sono saliti in maniera vertiginosa, costringendo spesso a una loro utilizzazione sub-ottimale, con ripercussioni anche sui raccolti. Non sono quindi gli agricoltori ad arricchirsi in situazioni di crescita dei prezzi delle derrate alimentari.

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