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Un vaccino per l’Agricoltura italiana?

Gli scambi agroalimentari della UE rispecchiano un’apertura internazionale molto ampia, favorita dai prezzi bassi rispetto al mercato interno, donde il rischio di una traslazione pressoché automatica delle perturbazioni internazionali soprattutto per le aree deficitarie.

Ne deriva una dipendenza dal commercio mondiale – differenziata tra le diverse aree – che nel 2019, può essere stimata, per l’Italia, nell’ordine del 90,32%: il livello più alto nella UE, rispetto al 49,05% della Francia ed il 28,42% per la Germania.

L’emergenza sanitaria ed un contagio inarrestabile hanno evidenziato imprevedibili difficoltà sia sul piano del trasporto delle merci che su quello dell’approvvigionamento. I Paesi vengono spinti verso una de-globalizzazione, con un processo di trasferimento delle produzioni in luoghi vicini al consumo.

La pandemia ha risvegliato un oscuro ed ancestrale senso di incertezza e di paura che può spingere ad una ricerca del cibo affannosa ed irrazionale, soprattutto per il continuo accentuarsi di sacche di povertà e rischia, pertanto, di costituire l’essenza di un disordine economico e sociale.

Quale indirizzo produttivo potrebbe tradurre in termini razionali reazioni che possono facilmente trascendere in termini emotivi?

Il tema della fame nel mondo è, da sempre, oggetto di una grande attenzione anche se essenzialmente focalizzato con riferimento alle aree più penalizzate sul piano climatico o politico. Di converso, nelle aree più strutturate sul piano economico e sociale si è sempre isolata ogni proiezione

in un futuro virtuale, che solo in una visione dispotica potrebbe indurre ad ipotizzare un’autarchia alimentare.

In effetti, un’autosufficienza alimentare totale metterebbe a repentaglio lo stesso Sistema economico e sociale di ogni Paese. In Italia, pur con una copertura quasi integrale delle disponibilità alimentari complessive rispetto al fabbisogno domestico, una autosufficienza per vino, ortaggi, frutta fresca ed in guscio, carni avicole, olio d’oliva si contrapporrebbe ad una irrimediabile carenza di cereali, semi oleosi, carni bovine suine o ovicaprine, latte: una riconversione agricola improponibile poiché, oltre a compromettere il necessario equilibrio tra gli ordinamenti colturali, risulterebbe in minima parte realizzabile.

Mentre in Italia appare non sufficientemente percepita, in molti altri Paesi la sovranità soprattutto alimentare è divenuta una priorità assoluta. In particolare, le imprevedibili difficoltà di approvvigionamento di beni essenziali, amplificate da incombenti perturbazioni internazionali sul piano economico, politico ed ambientale, hanno spinto la Francia ad impostare il proprio Piano di rilancio agroalimentare in un’ottica post-pandemia. Infatti, una recessione atipica causata dai lockdown, se appesantita da una recessione aggiuntiva, anche a causa di incongrue politiche finanziarie nazionali e/o UE, provocherebbe una devastante accentuazione delle diseguaglianze sociali.

La produzione agricola nazionale si è attestata in €46,70 mld, inferiore al fabbisogno per €8,32 mld, a causa di un deficit commerciale tra export ed import pari al 55,13%.

La produzione industriale si è attestata a €145,00 mld, superiore al fabbisogno, grazie ad un surplus commerciale di €7,44 mld pari al 24,50%.

Escluso un obiettivo di una totale autosufficienza, un primo passo verso un riequilibrio del mercato può essere acquisito, sulla base di un opportuno patto di filiera, sostituendo nei nostri prodotti trasformati destinati ai mercati UE/extra UE una contenuta quota di materie prime di origine nazionale, con un maggiore approvvigionamento dal mercato UE.

La riduzione – correlata ad un import agricolo di €15,09 mld – può essere, stimata nell’ordine di €6,09 mld: il 16,11% delle esportazioni complessive dei prodotti trasformati pari a € 37,81 mld.

Sembra, infatti, opportuno escludere dalla sostituzione sia le esportazioni di prodotti a denominazione protetta per €9,0 mld, sia le esportazioni agricole per €6,77 mld in quanto concentrate per il 79% intra UE e, quindi, all’interno degli equilibri garantiti dal mercato comunitario.

Scontato che la ridotta disponibilità di alcune importanti colture potrà essere contenuta solo in minima parte, si rendono, pertanto, indilazionabili linee guida governative a supporto di un consolidamento produttivo, basato soprattutto sul piano dell’innovazione. In particolare, appare essenziale sia una razionalizzazione del rapporto tra gli agricoltori ed il mercato – che temperi lo scarto smisurato tra i prezzi alla produzione e quelli allo smercio – sia assicurare una transizione agro-ecologica, che sia non solo graduale ma soprattutto guidata da organici indirizzi comunitari, verso un percorso comune ed integrato tra le diverse aree.

Al riguardo, però, appare pleonastico porsi un obiettivo così arduo senza contenere nel contempo, nell’ambito di una revisione degli accordi internazionali, la concorrenza sleale di alcune aree extra UE, incompatibili con il mercato comunitario sul piano economico, sociale, ambientale…

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