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Sicurezza alimentare in Africa. Non solo l’Europa, i fatti ucraini preoccupano anche l’Africa.

Le criticità degli approvvigionamenti alimentari causati da pandemia e da eventi bellici in Ucraina sono state messe in rilievo dagli interventi a un Convegno su “Sicurezza alimentare e politiche agroalimentari” organizzato mercoledì 27 aprile dalla Federazione Italiana dei Dottori in Agraria e Forestali (FIDAF) in collaborazione con la presidenza della Commissione Agricoltura della Camera, la Società Geografica Italiana (SGI) e l’Unione delle Accademie per le Scienze Agrarie (UNASA). L’evento è stato occasione per mettere in luce anche le criticità che potranno avere effetti molto pesanti nei Paesi a basso reddito dell’Africa, dove si teme aumenterà significativamente il numero delle persone che soffrono di denutrizione.

Il Programma Alimentare Mondiale (il WFP – World Food Programme), in un suo recente documento, avverte che A seismic hunger crisis is enveloping the world amidst a time of unprecedented needs (“Un rischio sismico di fame sta avviluppando il mondo nel mezzo di un tempo di necessità senza precedenti”). L’allarme è motivato: gli effetti combinati del cambiamento climatico, che sta minacciando severamente le produzioni agricole in molti Paesi del mondo, delle conseguenze della pandemia di Covid-19, che oltre a causare direttamente morti e gravi debilitazioni fisiche, sta gravemente danneggiando le economie di tutto il mondo, e delle ripercussioni degli eventi bellici in atto nel granaio europeo, minacciano la disponibilità nel mercato globale di varie derrate alimentari e di fertilizzanti, in particolare nei Paesi maggiormente dipendenti dalle importazione per la soddisfazione dei loro bisogni alimentari. Infatti Federazione Russa e Ucraina sono fornitori chiave di molti Paesi, soprattutto tra quelli meno sviluppati (LDC = Least Developed Countries) dell’Africa, come ricorda anche la FAO nel documento recentemente presentato alla 169a sessione del Consiglio. Per esempio, per l’Eritrea la totalità delle importazioni di frumento proviene da Federazione Russa (53%) e Ucraina (47%), mentre Somalia, Egitto, Madagascar, Tanzania, Libia, Congo, Namibia, Gibuti, Senegal, Camerun, Mauritania, Togo, Tunisia, Etiopia, Uganda, Sudan, dipendono dalle importazioni dai due Paesi in conflitto per percentuali variabili, ma comunque superiori al 30%. La disponibilità di alimenti, prima componente della sicurezza alimentare è quindi a rischio.

Il WFP stima che la minaccia alla sicurezza alimentare riguardi 44 milioni di persone in 38 Paesi, che si andrebbero ad aggiungere agli 811 milioni di persone che soffrivano la fame già prima che scoppiasse il conflitto in Ucraina. Parlare di rischio “sismico” non è quindi un’esagerazione: la crisi alimentare che ci sta davanti sembra avere dimensioni molto più catastrofiche di quella già disastrosa del 2007-08. Gli aiuti alimentari programmati dalle organizzazioni internazionali nei Pesi maggiormente colpiti potranno lenire le criticità causate dalla interruzione di flussi di importazione dalle aree interessate dal conflitto.

L’andamento dei prezzi dei generi alimentari merita un discorso più dettagliato. L’indice dei prezzi alimentari della FAO (FFPI = FAO Food Price Index) ha raggiunto in marzo 2022 il livello di 159,3, con un salto di 17,9 punti (pari al 12,6%) rispetto all’indice di febbraio, raggiungendo così il livello più alto dal 1990, anno in cui il FFPI è stato introdotto.  Considerando le differenti derrate, l’indice FAO del prezzo dei cereali (FAO Cereal Price Index) ha raggiunto in marzo 170,1 punti, salendo di 24,9 punti (+17,1%) da febbraio, mentre l’indice relativo agli oli vegetali (FAO Vegetable Oil Price Index) è arrivato a 248,6 punti, con una crescita di 46,9 punto (+23,2%) rispetto al mese precedente. I prezzi internazionali delle altre derrate monitorate (prodotti lattiero-caseari, carne e zucchero) sono cresciuti in maniera più contenuta, ma comunque significativa.

L’aumento del prezzo degli alimenti ha un impatto devastante sull’accesso all’alimentazione nei Paesi a basso reddito, la cui popolazione destina circa la metà delle entrate familiari all’acquisto di cibo, come avviene in molti Paesi africani. La situazione nei Paesi ad alto e medio reddito è probabilmente meno severa: in Italia dedichiamo in media meno di un quinto del nostro reddito all’acquisto di generi alimentari e quindi il rialzo del loro prezzo incide in maniera meno grave sul nostro tenore di vita. Dobbiamo ricordare però che le medie nascondono la realtà: quanti dei nostri concittadini, già duramente provati dalla crisi economica causata dal Covid-19, vedranno il loro potere d’acquisto drasticamente ridotto e saranno costretti a ridurre in quantità e in qualità i loro consumi alimentari? 

Una considerazione finale meritano gli agricoltori che non traggono certo vantaggio dalla situazione: oltre ai prezzi dei prodotti agricoli anche i prezzi dei mezzi di produzione (sementi, fertilizzanti, carburanti) sono saliti in maniera vertiginosa, costringendo spesso a una loro utilizzazione sub-ottimale, con ripercussioni anche sui raccolti. Non sono quindi gli agricoltori ad arricchirsi in situazioni di crescita dei prezzi delle derrate alimentari.

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