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Prendersi cura del suolo è prendersi cura della vita

Il 5 dicembre si celebra la Giornata Mondiale del Suolo 2020, istituita nel 2014 dalla Food and Agriculture Organization (FAO) per promuovere il ruolo vitale giocato dal terreno nello sviluppo e nel mantenimento della vita sul nostro pianeta. La Giornata Mondiale del Suolo 2020, centrata sul tema: “Manteniamo il suolo vivo, proteggiamo la biodiversità del suolo”, ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto alla centralità del suolo nella tutela degli ecosistemi e dei servizi ecosistemici. La FIDAF celebra la Giornata Mondiale del Suolo 2020  aderendo alla videoconferenza promossa dall’Accademia Nazionale di Agricoltura su  “I servizi ecosistemici del suolo” e pubblicando questo articolo del Prof. Marcello Pagliai. 

Andrea Sonnino, Presidente FIDAF

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Prendersi cura del suolo è prendersi cura della vita

Prof. Marcello Pagliai, Accademia dei Georgofili

Questo è il titolo di un recente e importante documento della Commissione Europea (https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/32d5d312-b689-11ea-bb7a-01aa75ed71a1/language-en) che ha lo scopo di promuovere azioni finalizzate alla realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dal Green Deal.

Di “cura del suolo” aveva parlato, nel 1936, anche Franklin D. Roosevelt affermando che“The history of every Nation is eventually written in the way in which it cares for its soil” (la storia di ogni nazione è scritta nel modo in cui si prende cura dei propri suoli). A giudicare dall’attuale stato di salute dei suoli a livello planetario questa affermazione non pare abbia avuto molto seguito. Speriamo che abbia maggiore fortuna quanto si auspica in questo documento UE che ha come ambizione, dichiarata già nel sottotitolo, di garantire che entro il 2030 il 75% dei suoli europei sia sano.

Certo, pensando allo stato di salute attuale dei suoli, questo obiettivo appare difficile, se non impossibile da raggiungere, ma questo documento ha senza dubbio il merito di richiamare con forza l’attenzione sull’importanza dello stato di salute del suolo per soddisfare, non solo il costante aumento della richiesta di cibo che proprio da questa risorsa ne otteniamo oltre il 95%, ma anche per la produzione di un cibo di qualità essenziale per la salute umana. È un documento, insomma, che dovrebbe stimolare un dibattito, in occasione anche della Giornata Mondiale del Suolo che, finalmente, si celebra ogni anno il 5 Dicembre, visto che è finalizzato anche a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza del suolo e sul non procrastinabile cambiamento di stili di vita e di modalità di gestione del suolo stesso. Insomma, occorre una sostanziale inversione di tendenza nelle modalità e negli approcci attuali di gestione del territorio anche in considerazione che i processi nel suolo avvengono nel lungo termine. Basti ricordare, ad esempio, che per formare 1 cm di suolo fertile necessitano dai 100 ai 1000 anni a seconda del clima, del substrato litologico (cioè della roccia sottostante al suolo), dell’impatto antropico, ecc., mentre bastano pochi attimi in seguito ad un violento nubifragio che scatena forti eventi erosivi per perderlo questo centimetro.

A testimonianza (una delle tante) delle precarie condizioni del suolo, il nuovo Atlante mondiale della desertificazione, del giugno 2018, evidenzia in particolare come la crescita della popolazione e i cambiamenti nelle nostre abitudini di consumo creino una pressione senza precedenti sulle risorse naturali del pianeta e dal quale emerge che oltre il 75% delle terre emerse sono già degradate e potrebbero esserlo oltre il 90% entro il 2050. Inoltre, si stima che ad oggi oltre il 33% dei suoli mondiali è affetto da forti limitazioni per la produzione di alimenti e nei paesi industrializzati le terre da destinare all’agricoltura sono ormai limitatissime.

Una delle immediate inversioni di tendenza riguarda proprio l’andamento del consumo di suolo cioè il suolo consumato a seguito di una variazione di copertura e, quindi reso permanentemente impermeabile. Nel mondo ogni mezz’ora se ne perdono 500 ha per le cause più diverse, come l’erosione, l’inquinamento ma soprattutto per la cementificazione. In Italia l’ultimo rapporto ISPRA sul consumo di suolo ha evidenziato che, mentre la crescita demografica in Italia diminuisce il cemento cresce più della popolazione, il suolo ormai sigillato avanza di altri 57 km2 (57 milioni di metri quadrati) al ritmo di oltre 2 metri quadrati al secondo, con un leggero aumento rispetto agli anni precedenti. È vero che c’è stato un rallentamento rispetto agli anni 2008-2013, dove si raggiungevano medie di perdita di suolo intorno ai 6-7 metri quadrati al secondo; rallentamento dovuto agli effetti della congiuntura economica in atto e non certo a un presunto aumento di una sensibilità verso i problemi ambientali o, tanto meno, a una legge che tuteli il suolo, attesa invano da anni. L’incremento di tale consumo è un grave danno, fra l’altro, per l’agricoltura proprio perché l’espansione urbanistica e l’agricoltura competono per gli stessi suoli che, guarda caso, sono sempre i migliori per capacità produttiva, fertilità, giacitura, ecc. Eppure, i suoli sani sono essenziali per la produzione alimentare: come già detto, il 95% del nostro cibo dipende dalla disponibilità di suolo fertile. Per esempio, in un solo anno, oltre 100.000 persone hanno perso la possibilità di alimentarsi con prodotti di qualità italiani. La FAO stima che, con questo tasso di distruzione del suolo, ci rimangano solo 60 anni residui per disporre di sufficiente suolo fertile di buona qualità. Oltre ai danni all’agricoltura è altrettanto evidente che l’impermeabilizzazione contribuisce a rendere catastrofici eventi estremi, come, ad esempio, le catastrofiche alluvioni che colpiscono varie aree del Paese, eventi non più eccezionali ma ormai frequenti a causa dei cambiamenti climatici in atto. È chiaro che anche un metro quadrato in più di suolo impermeabilizzato contribuisce ad aumentare la furia devastante di grandi masse d’acqua con i risultati ben evidenti di allagamenti e movimenti franosi.

Altro grave problema di degradazione del suolo, sul quale è assolutamente necessario invertire la rotta, è l’inquinamento. Proprio un nuovo rapporto FAO, del 2 Maggio 2018, ha lanciato l’allarme su questo aspetto. In tale rapporto, si legge che l’inquinamento rappresenta una preoccupante minaccia per la produttività agricola, la sicurezza alimentare e la salute umana ma, prosegue il messaggio FAO, si sa ancora troppo poco sulla portata di tale minaccia a livello globale. L’inquinamento del suolo, infatti, spesso non può essere percepito visivamente o direttamente valutato, rendendolo un pericolo nascosto dalle gravi conseguenze. Influisce sulla sicurezza alimentare sia compromettendo il metabolismo delle piante e riducendo così i raccolti, sia rendendo le colture non sicure per il consumo poiché elementi pericolosi come arsenico, piombo e cadmio o sostanze organiche come i policlorofenili, idrocarburi aromatici policiclici, possono entrare nella catena alimentare presentando gravi rischi per la salute umana. L’inquinamento del suolo colpisce quindi il cibo che consumiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo e la salute dei nostri ecosistemi. La quasi totalità di tale inquinamento è dovuto alle attività antropiche, tuttavia, anche se la produzione industriale, l’urbanizzazione e l’intensificazione agricola continuano a crescere a un ritmo rapido, non è mai stata effettuata una valutazione sistematica dello stato di inquinamento del suolo a livello mondiale. Sarebbe opportuno prendere atto di questo precario stato di salute dei suoli e intervenire subito mettendo in atto sistemi di gestione del suolo e capaci di contrastarne la degradazione e delineare una risposta internazionale più coesa per contrastare la minaccia dell’inquinamento. L’urgenza di tali interventi è anche dettata dal fatto che nel suolo i processi avvengono nel lungo termine per cui i risultati di qualsiasi azione messa in atto per contrastarne il degrado non sono per niente immediati.

Altra auspicabile inversione di tendenza riguarda l’arresto del declino della biodiversità. La Piattaforma intergovernativa scientifica e politica sulla biodiversità e i servizi eco-sistemici (IPBES), riunita dal 17 al 25 marzo 2018 a Medellin (Colombia), per la sua 6° sessione plenaria concludeva i suoi lavori affermando perentoriamente che “in tutto il mondo il declino della biodiversità prosegue, riducendo in maniera considerevole la capacità della natura di contribuire al benessere delle popolazioni. Non agire per fermare questo processo significa mettere in pericolo non solo il futuro che vogliamo ma anche le vite che conduciamo oggi”. Nel suolo troviamo oltre il 90 % della biodiversità del pianeta in termini di organismi viventi. La biodisponibilità per le colture di elementi nutritivi viene regolata dai microrganismi del suolo che mineralizzano la frazione organica ed essi vivono nei primi 5 cm di suolo. La biodiversità del suolo è, quindi, strettamente legata al contenuto di sostanza organica e, a questo proposito, l’allarme lanciato dal suddetto articolo diventa ancora più drammatico considerando proprio la conclamata perdita di sostanza organica e, quindi, di biodiversità, che provoca la degradazione del suolo stesso, interamente imputabile alle attività antropiche, agricole ed extra-agricole. Se la biodiversità viene definita come il capitale naturale pro capite dal quale trovare approvvigionamento di cibo per le popolazioni della terra, mal gestire il suolo e perderne la fertilità significa perdere o limitare fortemente la capacità produttiva. La degradazione dei suoli che è sempre associata ad una drastica riduzione del contenuto di sostanza organica, sceso sotto quella soglia del 2% ritenuta indispensabile per assicurare una buona fertilità del suolo. In molti suoli il contenuto di sostanza organica è ormai sotto l’1%. Occorre quindi incrementare l’apporto di materiali organici al suolo quali l’aggiunta di biomasse derivanti dal riciclo di residui alimentari e di materiali di rifiuto e di scarto e visto che l’Italia ricicla il 47% dei residui alimentari, ben superiore alla media dei paesi dell’Unione Europea, potrebbe diventare leader in Europa e il migliorarsi ancora sarebbe estremamente positivo anche per contrastare il depauperamento di sostanza organica nel suolo e aumentare lo stoccaggio del carbonio.

È del tutto evidente che le anomalie del regime pluviometrico e la gestione non sempre corretta del territorio mettono sempre più a rischio il suolo e l’erosione, che rimane il principale aspetto della degradazione del suolo stesso, supera mediamente di 30 volte il tasso di sostenibilità (erosione tollerabile). Il non corretto uso del suolo non è solo legato alle attività agricole, ma anche e soprattutto alle attività extra agricole. Pochissimi studi (Italiani, ma anche Europei) stimano il danno economico causato dalla perdita di una risorsa non rinnovabile come, appunto, il suolo. Appare quindi urgente ridurre l’erosione di questa risorsa.

Sarebbe del tutto auspicabile un piano di investimenti per una corretta manutenzione del Paese, nel quale l’agricoltura potrebbe fare la sua parte ripensando, in chiave moderna, ad opere di sistemazione del territorio come avvenne con successo nei secoli scorsi. È chiaro che in molti casi può essere improponibile riproporre i vecchi terrazzamenti con muretti a secco se non mantenere quelli ancora esistenti con notevole valore paesaggistico. Un esempio, per i vigneti e frutteti di media e alta collina, potrebbe essere la sistemazione a piani raccordati. Si tratta di piani separati da ciglioni ciascuno con pendenza opposta in modo da raccordare ad una estremità con il piano sottostante e dall’altra con il piano soprastante in modo da consentire l’agevole circolazione delle macchine. Ciò sarebbe agevolato anche dal fatto che l’attuale popolazione agricola, sebbene sia di un’età relativamente avanzata, è cambiata rispetto ad alcuni decenni fa. Anche gli agricoltori di piccole e medie aziende sono notevolmente migliorati dal punto di vista imprenditoriale; sono aperti alle innovazioni, alle scelte colturali e soprattutto alle produzioni di qualità. Hanno preso coscienza delle problematiche ambientali e dei cambiamenti climatici in atto, della necessità di una corretta gestione delle risorse idriche a fronte dei lunghi periodi di siccità; infatti, nelle zone irrigue stanno sostituendo i vecchi impianti ad aspersione con i sistemi di irrigazione a goccia, arrivando così a risparmiare dal 70 all’80% di acqua. Hanno preso coscienza dell’importanza di prevenire la degradazione dei loro suoli e, infatti, in molti casi hanno reintrodotto le rotazioni colturali al posto delle monocolture; stanno adottando lavorazioni alternative alla tradizionale aratura quali la discissura, per rompere lo strato compatto formato dalla suola d’aratura, le lavorazioni minime e addirittura, nei terreni adatti, la semina su sodo. Infine, si va diffondendo l’inerbimento nei vigneti, oliveti e frutteti in genere proprio per ridurre l’erosione del suolo. Insomma, ci sarebbero segni tangibili di apertura verso l’innovazione e verso produzioni sempre più sostenibili. La FAO ha stimato che se da oggi, a livello mondiale, si iniziasse a praticare una gestione sostenibile del suolo, si otterrebbe un incremento del 56% delle produzioni, a fronte di una popolazione che nel 2050 richiederà un aumento del 60% rispetto all’attuale. I suddetti cambiamenti non sono assecondati, però, da un giusto reddito, che rimane estremamente deficitario, anche perché il prezzo corrisposto agli agricoltori della quasi totalità dei prodotti agricoli, salvo qualche eccellenza o prodotti di nicchia, è rimasto invariato nel tempo se non addirittura diminuito, basti pensare al latte ovino, ad esempio, o al grano negli anni scorsi; viceversa sono aumentati i costi di produzione.

La corretta gestione del suolo non può prescindere da una corretta gestione delle risorse idriche. Nel futuro ci troveremo sempre di più a fronteggiare lunghi periodi di siccità perché non piove, o meglio piove male, quindi occorre stimolare e sostenere le aziende a raccogliere e conservare l’acqua che cade con i violenti nubifragi e che, altrimenti, sarebbe interamente perduta, per essere poi utilizzata nei momenti del bisogno per l’irrigazione delle colture con impianti irrigui che riducono notevolmente i volumi di adacquamento e massimizzano l’efficienza idrica. Alla luce di questi andamenti climatici emerge la necessità immediata di un Piano quadro nazionale finalizzato sia a recuperare e accumulare l’acqua piovana attraverso la creazione di serbatoi e vasche di espansione e laminazione delle piene, sia a recuperare la funzionalità dei numerosi piccoli e medi invasi attualmente esistenti (i “laghetti collinari” realizzati negli anni ‘60, ‘70).

Alla luce di quanto sopra si può ribadire che l’obiettivo di questo documento della Commissione Europea, cioè di garantire che entro il 2030 il 75% dei suoli europei sia sano, è veramente molto ambizioso, forse irraggiungibile in questo lasso di tempo, ma sarebbe certamente già un successo se veramente si intraprendesse quella strada. Però, nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla gravità delle problematiche della salute del suolo e dei loro riflessi sulla qualità della vita, sarebbe anche necessario sfatare slogan forvianti, quali, ad esempio, “salviamo il pianeta”; no, bisogna salvare il futuro dell’umanità!

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