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Perché parliamo di sicurezza alimentare

Il concetto di sicurezza alimentare è riportato in questi giorni in drammatica evidenza dalla invasione russa dell’Ucraina. Eravamo infatti abituati a ragionare di sicurezza alimentare quando parlavamo dei Paesi a basso reddito e dei fenomeni ahimè ancora diffusi di sottoalimentazione, di denutrizione, di fame. Ora che gli eventi bellici lo riportano d’attualità anche per i Paesi industrializzati – e anche per l’Europa – si rende necessaria una migliore definizione ed una riflessione più approfondita su questo concetto.  Vi è un largo consenso internazionale nel definire la sicurezza alimentare come “l’accesso fisico ed economico permanente di tutta la popolazione agli alimenti sani e nutrienti di cui necessita per soddisfare i propri fabbisogni e le proprie preferenze alimentari e per condurre una vita sana ed attiva”. La sicurezza alimentare viene riconosciuta pertanto come la risultante di quattro elementi essenziali, che si debbono realizzare contemporaneamente: (i) disponibilità fisica adeguata di alimenti di buona qualità igienico-sanitaria e nutrizionale, sia prodotti localmente che importati, (ii) accesso fisico ed economico al cibo da parte di tutta la popolazione, (iii) stabilità nel tempo della disponibilità di alimenti e dell’accesso al cibo e (iv) possibilità di utilizzazione del cibo.

Il termine di sicurezza alimentare è quello che ci sembra più corretto ed appropriato: non sovranità alimentare, concetto di difficile definizione che riguarda maggiormente la libertà di definire le politiche alimentari di una popolazione, in special modo delle comunità indigene, né tantomeno autarchia, che confligge con la diversificazione degli approvvigionamenti e delle diete in nome di una pretesa superiorità dei prodotti nazionali.

Fino ad adesso le ottime capacità di produzione agricola dei Paesi Europei, corroborate da costanti flussi di importazione da Paesi terzi, hanno assicurato la disponibilità di un’abbondante quantità di derrate alimentari di adeguata qualità igienico-sanitaria e nutrizionale (per gli alimenti consumati freschi) e tecnologica (per le materie prime utilizzate dall’industria alimentare). Tre nuovi fattori sono intervenuti su questo panorama: la politica Farm to fork adottata dall’Unione Europea, la guerra in una delle aree cerealicole più importanti del mondo e i cambiamenti climatici che minano la produttività in altre aree esportatrici nette di derrate alimentari.

Le politiche agricole dell’Unione Europea tendono infatti ad incentivare pratiche agricole più benigne per l’ambiente – o almeno supposte tali – ma meno efficienti dal punto di vista della produttività, con il risultato di ridurre la produzione comunitaria di alimenti e di dover compensare la minore produzione aumentando la dipendenza da importazioni di derrate alimentari da Pesi terzi, come analizzato da studi condotti dall’USDA e dall’Università di Wageningen.  Nell’editoriale di novembre 2020 avevamo indicato che questa politica non avrebbe ridotto, ma solo esportato, l’impatto ambientale della produzione di alimenti. Ora che le importazioni da Federazione Russa e da Ucraina sono compromesse (vedi editoriale di marzo), la preoccupazione si allarga anche alla capacità di mantenere l’attuale livello di disponibilità di alimenti. Anche se non venisse minata la disponibilità fisica di alimenti, un aumento dei prezzi potrebbe pregiudicare l’accesso al cibo da parte degli strati meno abbienti della popolazione. Da qui la richiesta che arriva oggi da più parti che la PAC dia la giusta considerazione agli aspetti di sicurezza alimentare, che non penalizzi ma anzi premi la produttività, puntando sulla intensificazione sostenibile della produzione agricola. Non dobbiamo certo arretrare dall’impegno di ridurre l’impronta ambientale della produzione di cibo, ma l’innovazione tecnologica ci propone oggi vie, come per esempio con l’agricoltura conservativa e di precisione, che permettono di minimizzare l’impatto ambientale delle pratiche agricole, senza per questo penalizzare la produttività. La genetica offre inoltre importanti opportunità di adattare le piante coltivate all’ambiente invece di utilizzare interventi meccanici o chimici per adattare l’ambiente alle piante. L’Unione Europea deve a questo fine riesaminare i vincoli legislativi posti alla diffusione della innovazione genetica.

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