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Non uccidiamo l’olivo immortale

Pubblichiamo con grande piacere questo articolo che, oltre a richiamare con genuina emozione aspetti della olivicoltura del passato, pone un problema di grande attualità: gli alberi monumentali, gli olivi in particolare, sono un patrimonio comune, che arricchisce il paesaggio agrario, per il piacere di tutti ed il vantaggio degli operatori turistici.  Ma i costi del loro mantenimento, in termini di manutenzione e di mancata produzione, gravano solo sulle spalle degli agricoltori (La redazione FIDAF).

Torno ormai raramente alla avita Lucera e ciò mi consente di notare con migliore immediatezza i cambiamenti verificatisi tra una presenza e l’altra.

Una mutazione sempre più rapida e incisiva è quella che riguarda la campagna, che ha assunto ormai un aspetto “europeo” – a maglia aziendale più ampia, ma spoglia, priva di alberi – a scapito dell’ordito “mediterraneo”, costituito da piccoli appezzamenti, ricchi di vigne, alberi da frutta, secolari olivi.

Una mutazione irreversibile, ineccepibile sul piano economico, ma che mi immalinconisce, poiché contribuisce a cancellare emozioni e ricordi. È la scomparsa di tanti piccoli appezzamenti di oliveti, soprattutto, che sta cambiando il volto di vaste contrade dell’agro lucerino; e che mi fa incupire allorquando le attraverso.

Gli oliveti mi ricordano mio padre – stimato potatore – e i miei nonni materni, nel cui modestissimo podere, a Castelluccio Valmaggiore, ho trascorso indimenticati lunghi periodi della mia infanzia e il duro periodo dello “sfollamento” da Lucera, a causa dei bombardamenti che distrussero Foggia e crearono panico nell’intero Tavoliere. 

Un richiamo – quello dell’olivo – che mi portò ad acquistare, appena ne ebbi la possibilità, un piccolo oliveto, che ho conservato sino a pochi anni fa.

Ricordo le passeggiate lungo il perimetro della Villa Comunale e sull’acrocoro calcareo ove troneggia il Castello, con vista di masserie – nella sottostante pianura – non più occhieggianti in una uniforme arborea distesa di chiome verdi o argentee, secondo le ore del giorno o le stagioni. Ricordo i periodi di raccolta – da me vissuti personalmente fino alle soglie della maggiore età – rallegrati dal gran vociare degli uomini addetti a brucare o a bacchiare e delle donne – infagottate e imbacuccate – curve a raccattare le drupe cadute a terra. E a racimolare rucola e altre erbe utili per la cena della numerosa famiglia.

Un patrimonio – la olivicoltura – curato con caparbietà da generazioni di parsimoniosi coltivatori, per trarne fondi di reddito – non sempre adeguato al duro lavoro profuso – ma anche per garantire il futuro della discendenza. Un patrimonio gestito con amore, costituito da piante duttili, capaci di suggere con vigore dalle fertili terre del Tavoliere, ma anche di adattarsi alle ruvidità delle rocce calcaree e agli avari pendii preappenninici; un patrimonio fatto di tronchi forgiati dalle provvide mani di generazioni di potatori specializzati, ma anche dal bulino del tempo, che produce sculture emozionanti.

La nuova realtà economica e sociale, nonché la mondializzazione dei mercati, postulano coltivazioni razionali, per la produzione di olio di pregio. E ciò comporta, inevitabilmente, il taglio di olivi centenari e la progressiva riduzione delle superfici olivetate.

Ma l’olivicoltura merita sostegni, per tante ragioni; merita sostegni soprattutto laddove serve a prevenire il degrado geologico e a tutelare il paesaggio, come nelle aree collinari e in quelle comunque sfavorite. Poiché essa vi svolge, in concreto, una funzione di pubblico interesse. 

Non deve continuare l’ecatombe di secolari olivi, la cui conservazione, però, non può più gravare interamente sui bilanci dei coltivatori.

Chi, come me, ha seguito – per ragioni professionali – l’evolversi dell’agricoltura, ha dovuto assistere a trasformazioni positive per la collettività, ma spesso laceranti per generazioni di produttori.

Sin dal primo secolo dell’era cristiana il grande agronomo Columella, nato a Cadice e morto a Taranto, proprietario di estesi oliveti, proclamava l’olivo primo fra tutti gli alberi.

La dieta mediterranea, riscoperta dalla scienza dell’alimentazione, ci rimanda a ……pane, olio e pomodoro della nostra infanzia, che non disponeva di scatolame e vasetti dal contenuto incerto. Anche la religione ha conferito dignità particolare all’olio, facendone la materia prima per il “Crisma” che partecipa con l’acqua alla consacrazione battesimale e all’unzione della cresima; e conforta gli infermi allo stremo, sollecitando la Suprema Misericordia. 

E che dire dell’olivo nella letteratura e nell’arte? Già Cicerone, parlando di un uomo accidioso, scrisse che non si vedevano nei suoi fondi né olivi, né fichi.

Gioacchino Belli, Lorenzo de’ Medici, Salvatore Quasimodo, Wolfgang Goethe hanno scritto versi e pagine indimenticate sull’ulivo e sul fascino che esso esercita. D’Annunzio – La sera fiesolana – dice: “dolci le mie parole ne la sera ti siano come la pioggia che bruiva tiepida e fuggitiva su gli ulivi, sui fratelli ulivi”.

Ulisse si giovò del talamo ricavato dall’olivo per offrire una prova definitiva alla casta e fedele Penelope.

Gli ulivi provenzali di Van Gogh e quelli di Bordighera, di Claude Monnet, ci dicono quanto artisti immortali siano stati attratti, affascinati da tronchi e chiome di un albero generoso anche di serenità.

L’olivicoltura tradizionale è condannata dalle leggi spietate, incoercibili, dell’economia; ma l’uomo deve saper custodire le memorie, utilizzare le esperienze, promuovere uno sviluppo intelligente e civile.

Non uccidiamo l’olivo immortale

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