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Maltempo nelle Marche. Ci vuole un cambio di passo.

In sole tre ore, nella striscia tra Cantiano e Senigallia, è piovuta l’acqua che questi Comuni vedono cadere in quasi un anno. Sicché, dopo sei mesi di siccità e ondate di calore, il cataclisma meteoclimatico ha sollevato il fiume Misa dal quasi zero idrometrico a 6 metri di altezza. E le acque sono discese verso la foce di Senigallia con una terrificante potenza esplosiva.

Questa tragedia fa riemergere il problema atavico del rischio idrogeologico che coi cambiamenti climatici assume una nuova e più drammatica valenza. 

L’Italia si trova nel Mediterraneo, che viene definito dai climatologi una delle aree hot-spot dei cambiamenti climatici. Quindi la nostra penisola è esposta a un rischio climatico elevato, tra cui una maggiore frequenza e intensità degli eventi estremi, come inondazioni, ondate di calore e siccità. 

Inoltre, in alcune aree costiere italiane l’innalzamento del livello del mare, assieme al fenomeno della subsidenza, causa erosione costiera e anche la possibile salinizzazione delle risorse idriche con tutti gli impatti ambientali, sociali ed economici conseguenti.

Manca purtroppo una consapevolezza del rischio climatico sia nelle istituzioni sia nell’opinione pubblica. Tutto avviene sotto una coltre di sottovalutazione e incoscienza. I media ne parlano solo quando avvengono le tragedie. E’ del tutto assente una cultura della prevenzione e dell’adattamento come antidoti da attivare permanentemente.

La Protezione civile ha calcolato che negli ultimi mesi questa tipologia di eventi calamitosi – come il distacco da fusione del ghiacciaio della Marmolada, le alluvioni lampo, i nubifragi violentissimi, i cicloni tropicalizzati, le mareggiate, gli incendi – si sta verificando una volta al giorno. 

E in questi pochi mesi già 11 persone hanno perso la vita. Se fino al 2019 il costo dei danni per questo tipo di calamità era di 4 miliardi all’anno, ora la media è salità a 8 miliardi all’anno.

Ci vuole un cambio di passo. Il rischio climatico va affrontato con una politica nazionale che possa giovarsi di risorse umane e finanziarie adeguate e continuative. 

Ci vuole una seria pianificazione di opere e interventi urgenti per affrontare il dissesto idrogeologico dei territori. Occorre una capillare implementazione di strategie locali di adattamento. Va attuato un programma di educazione al rischio, “allenando” i cittadini ad avere comportamenti corretti durante le emergenze. Si muore soprattutto a causa di comportamenti sbagliati. 

Si tratta di evitare di spendere ogni anno, come è purtroppo avvenuto, dal dopoguerra ad oggi, miliardi di euro solo per riparare gli sconquassi delle catastrofi annunciate e prevenire invece i danni, riorganizzando lo Stato per la più grande opera pubblica  mai realizzata: la cura del territorio. 

Si potrebbe cominciare col finanziare e completare le oltre 11 mila opere anti-dissesto idrogeologico del piano nazionale “Italiasicura”, l’unica struttura di missione nata per questo scopo che da Palazzo Chigi ha operato dal 2014 al 2018 coi governi Renzi e Gentiloni.

È intollerabile che il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) già pronto dal 2018 sia ancora in attesa di approvazione da parte della Valutazione Ambientale strategica.

Il nostro Paese sconta, inoltre, un ritardo tecnologico. Non siamo sufficientemente dotati di sistemi di tecnologie per alert sempre più di dettaglio, di now-casting, di machine learning e intelligenza artificiale che permettono previsioni, in real time, sull’evoluzione di tempeste e nubifragi.

L’Unione europea si è dotata da anni di un contesto politico nel campo dell’adattamento: l’Agenzia Europea per l’Ambiente dal 2012 ha attivato la piattaforma Climate-ADAPT, sempre mantenuta aggiornata, dove gli utenti, tutti i portatori di interesse e i decisori politici europei possono trovare informazioni scientifiche sull’adattamento, casi studio e tutto il supporto su come lavorare alle strategie e ai piani in questa materia. A livello di policy, l’Ue nel 2013 ha lanciato la prima strategia unionale di adattamento ai cambiamenti climatici.

Ma tutto questo non può bastare. L’Ue deve passare da una logica intergovernativa ad una visione sovranazionale. Il rischio climatico può essere affrontato se si costituisce un’autorità unionale per la politica climatica autonoma dagli stati membri, creando un budget europeo con cui sostenerla, alimentato da risorse fiscali autonome e non da trasferimenti finanziari nazionali. 

L’autonomia strategica implicherà anche la necessità di parlare con una voce singola all’interno delle organizzazioni internazionali. In tale ambito, dovrà collocarsi un progetto di cooperazione Ue – Africa per affrontare il rischio climatico nel Bacino Mediterraneo.

Ovviamente gli stati membri dell’Ue devono conservare i presidi nazionali per fronteggiare sfide locali, anche se essi dovranno essere razionalizzati così da non ostacolare la strategia unionale.

È il tempo della responsabilità. Bisogna agire subito senza attendere un’altra sciagura.

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