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La percezione del suolo e lo sviluppo sostenibile

Negli ultimi cinquant’anni le conoscenze sul suolo sono aumentate a dismisura; oggi disponiamo di miriadi di dati nella letteratura scientifica internazionale e le metodologie e la strumentazione attualmente a disposizione dei ricercatori non hanno niente da invidiare, ad esempio, ai mezzi adoperati per lo studio del corpo umano, basti pensare all’evoluzione della sensoristica, dell’analisi d’immagine fino ad arrivare alla microtomografia basata su radiazione di sincrotrone. A fronte di queste conoscenze nell’ambito della comunità scientifica, si riscontra nell’opinione pubblica, inclusi i decisori politico-amministrativi, a livello globale, una quasi totale mancanza della percezione dell’importanza della risorsa suolo e dal fatto che da essa dipende il 95% del cibo necessario all’umanità.

Purtroppo, però la gestione del territorio e quindi del suolo non è una questione scientifica, ma politica. I ricercatori hanno solo la possibilità di sviluppare scenari e di spiegare quali cause e impatti possono accadere quando differenti opzioni sono attuate, ma la mancanza di una reale percezione dell’importanza del suolo stesso, fa si che i suggerimenti scientifici non vengano tenuti nella dovuta considerazione e, di conseguenza, non viene programmata e attuata un’adeguata tutela di questa risorsa non rinnovabile. Proprio per questo, la degradazione del suolo è una delle emergenze a livello planetario. Nel mondo ogni mezz’ora se ne perdono 500 ha per le cause più diverse (erosione, inquinamento, cementificazione, ecc.). Oggi oltre il 33% dei suoli mondiali è affetto da forti limitazioni per la produzione di alimenti e nei paesi industrializzati le terre da destinare all’agricoltura sono ormai limitatissime. Il centro di ricerche della Commissione Europea ha pubblicato una nuova edizione dell’Atlante mondiale della desertificazione, dal quale emerge che “oltre il 75% delle terre emerse sono già degradate e potrebbero esserlo oltre il 90% entro il 2050”.

Nonostante, negli ultimi tempi i “gridi di dolore” sullo stato di salute del suolo, sulla perdita della sua biodiversità, si siano fatti sempre più estesi e insistenti, si continua a sottovalutare le problematiche di questa risorsa tanto da non mettere in atto iniziative e azioni concrete atte a contrastarne la degradazione in un’ottica di lungo periodo, proprio perché nel suolo i processi di cambiamento avvengono nel lungo termine.

L’assenza di consapevolezza relativa al ruolo del suolo all’interno dell’ecosistema e dell’economia e ai possibili impatti negativi dell’occupazione (consumo) del suolo, in particolare dal medio al lungo termine e considerando gli effetti attesi dai cambiamenti climatici, è ritenuta da numerosi osservatori uno dei principali ostacoli allo sviluppo di politiche di pianificazione territoriale e uso del suolo più sostenibile.

Ad esempio, sono ormai anni che nella presentazione del rapporto sul consumo di suolo da parte dell’ISPRA si auspica un’inversione di tendenza per porsi l’obiettivo del “consumo 0” di suolo. Ma quale inversione di tendenza! In sostanza, mentre la crescita demografica in Italia diminuisce, il cemento cresce più della popolazione, tanto che le nuove coperture artificiali continuano ad aumentare al ritmo impressionante di oltre 2 metri quadrati al secondo! Sembra che nemmeno le chiusure dovute alla pandemia abbiano rallentato le colate di cemento! Si sottolinea ancora che l’incremento di tale consumo è un grave danno anche per l’agricoltura proprio perché, come è noto, l’espansione urbanistica e l’agricoltura competono per gli stessi suoli che, guarda caso, sono sempre i migliori per capacità produttiva, fertilità, giacitura, ecc. Oltre ai danni all’agricoltura è altrettanto evidente che l’impermeabilizzazione contribuisce a rendere catastrofici eventi estremi, come, ad esempio, le recenti alluvioni sia in Italia, sia nel Nord Europa.

I cambiamenti climatici in atto, con i sempre più frequenti eventi estremi, come i violenti nubifragi, e i sempre più lunghi periodi di siccità rappresentano una minaccia per l’ambiente e, quindi, per l’agricoltura in quanto il suolo è soggetto a forti fenomeni erosivi, talvolta catastrofici, o a massicci allagamenti a seconda della giacitura. Occorre quindi cogliere l’opportunità offerta dal Piano nazionale di ripresa e resilienza per operare una messa in sicurezza del territorio a partire dalle zone montane e collinari che consentano una regimazione corretta delle acque che preveda anche

che l’acqua che non viene trattenuta dal suolo non sia una perdita ma al contrario una risorsa che, seguendo la via del ruscellamento o del drenaggio, possa alimentare i serbatoi artificiali. L’agricoltura italiana ha fornito validissimi esempi di “water harvesting” (laghetti collinari nel Centro Italia o cisterne interrate nelle zone carsiche del Sud) corredati da buone pratiche agronomiche e aziendali per ripartire le voci del bilancio idrico.

Occorre anche rispolverare quella “coscienza sistematoria” dei secoli scorsi che ha prodotto quel paesaggio mediterraneo di notevole valore “culturale” e ripensarla in chiave moderna insieme ad un nuovo modello di agricoltura basato sulle “buone pratiche agricole”, peraltro già in atto da parte di agricoltori più illuminati. Tuttavia, a fronte di situazioni virtuose in cui si può constatare l’introduzione di tecnologie innovative basate anche sulla programmazione digitale, come, ad esempio, i nuovi sistemi di irrigazione, l’adozione di lavorazioni alternative a quelle convenzionali, la reintroduzione delle rotazioni, l’attuazione della pratica del sovescio di leguminose, gli inerbimenti nei vigneti e frutteti, ecc., si possono riscontrare aspetti negativi come una meccanizzazione costituita da macchine agricole potenti e pesanti sovradimensionate rispetto all’ampiezza dell’azienda o, peggio, rispetto alla fragilità dei suoli; il compattamento sta infatti diventando uno degli aspetti principali della degradazione del suolo. In molte situazioni si fa ancora ricorso alle arature convenzionali profonde ormai non più sostenibili sia rispetto alla “salute” del suolo sia in termini di emissioni di CO2. Una lavorazione profonda del terreno porta alla perdita di circa 250 kg ha−1 di CO2, che equivalgono alle emissioni di un’auto Euro5 che viaggia per 1700 km (Edoardo Costantini, comunicazione personale). Come è noto anche l’agricoltura è chiamata a contribuire alla riduzione di emissioni di gas serra.

A tutto questo si aggiunge poi il forte depauperamento del contenuto di sostanza organica nel suolo dovuto all’intensificazione culturale degli ultimi decenni senza il reintegro di materiali organici. Tale impoverimento di sostanza organica è anche fra le cause di diminuzione delle produzioni agricole negli ultimi anni e qui il problema non è di facile soluzione, anche perché i processi nel suolo avvengono nel lungo termine, ma intanto si potrebbe incentivare il riciclo dei residui alimentari, recuperati attraverso la raccolta differenziata, trasformandoli in compost di qualità da utilizzare in agricoltura con il duplice scopo di contrastare il declino di sostanza organica e aumentare lo stoccaggio del carbonio nel suolo.

Il mondo agricolo non è mai stato in una situazione particolarmente florida ma mai come ora ha attraversato, salvo rare eccezioni, un periodo di crisi dovuto principalmente dalla preoccupazione della maggior parte degli agricoltori di mettere insieme un reddito dignitoso. È evidente che in tale situazione si è costretti a trascurare qualcosa e, in questo caso, si trascura ciò che meno si conosce come, ad esempio, il corretto uso del suolo.

La sostenibilità in agricoltura non comprende solo la salvaguardia dell’ambiente ma poggia proprio su tre pilastri fondamentali e cioè la sostenibilità ambientale, appunto, ma anche la sostenibilità sociale e la sostenibilità economica. Purtroppo, nelle realtà rurali delle nostre zone agricole si può constatare che non sempre è facile conciliare questi tre aspetti. Se si vuole davvero raggiungere a scala totale gli obiettivi di sostenibilità occorre una profonda opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e dei decisori politico-amministrativi affinché si mettano in atto incentivi, azioni e normative adeguate per l’agricoltura e, inoltre, si investa nella formazione degli operatori del settore.

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