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Il Glyphosate dopo la sentenza di San Francisco

Riportiamo in sintesi i dati in nostro possesso a valle della sentenza di San Francisco con cui Monsanto è stata condannata come responsabile del tumore che ha colpito un giardiniere californiano. Dall’analisi svolta emerge che lo stato delle conoscenze non è mutato rispetto a quello esistente a fine 2017 allorché la UE rinnovò l’autorizzazione all’uso del diserbante per 5 anni e che quanto stabilito dalla corte di san Francisco è una verità processuale passibile di modifica nei prossimi gradi di giudizio e non una verità scientifica.

Premessa

Con il rinnovo per 5 anni dell’autorizzazione all’impiego da parte dell’Unione Europea avvenuto nel novembre 2017 si era stesa da qualche mese una cortina di silenzio sulla molecola, che per i bassissimi costi (con 6 Euro si diserba un ettaro di terreno), l’elevata efficacia e l’insostituibile supporto alle pratiche di agricoltura conservativa (minima lavorazione) ha un vastissimo impiego in agricoltura, tant’è vero che oggi è l’erbicida più utilizzato a livello mondiale.
Ora vi è stato un ritorno di fiamma delle polemiche legato ad un evento accaduto negli USA ove il giardiniere DeWayne Jonhson che ha contratto un tumore maligno delle pelle, ha fatto causa a Monsanto e una corte di San Francisco gli ha dato ragione. Pertanto ci pare necessario rifare in estrema sintesi il punto su quel che sappiamo riguardo alla molecola.

Il punto su Glyphosate

Il glyphosate (N-(phosphonomethyl)glycine) è un erbicida ad amplissimo spettro (nel senso che colpisce indistintamente tutti i vegetali superiori) ed è inoltre sistemico, nel senso che viene traslocato per via floematica all’interno dei vegetali raggiungendo anche organi (radici, rizomi, ecc.) non colpiti dagli erbicidi attivi solo per contatto.
L’azione erbicida della molecola si basa sul fatto che il Glyphosate interrompe la via metabolica responsabile della sintesi di tre aminoacidi essenziali e cioè fenilalanina, tirosina e triptofano (via dello shikimato), inibendo la sintesi dell’enzima 3-fosfoshikimato 1-carbossiviniltransferasi. Gli animali e l’uomo non sintetizzano le molecole di fenilalanina, tirosina e triptofano (aminoacidi essenziali per i quali dipendono dai vegetali) e dunque non posseggono la via metabolica colpita dal Glyphosate. Da ciò discende che ci è difficile ipotizzare interferenze con le catene metaboliche umane e animali che provochino tossicità o cancerogenicità.
In virtù di quanto sopra la tossicità acuta del Glyphosate è molto bassa: due volte meno del sale da cucina, 30 volte meno della caffeina. Per far capire in modo più concreto cosa significhi tutto ciò, partiamo dal fatto che l’Unione Europea fissa oggi come dose quotidiana limite assumibile (DGA)¹ di Glyphosate gli 0.5 mg/giorno per kg di peso della persona, il che significa che una persona di 80 kg ha una dose limite giornaliera di 40 mg. In funzione di ciò prendiamo allora il caso concreto delle mele, per le quali il residuo massimo tollerato (MRE) in ambito UE è oggi di 0.1 mg/kg (EFSA, 2018). Supponendo di avere mele che contengano il residuo massimo tollerato, per raggiungere i 40 mg occorrerebbe ingerire una dose pari a 40/0.1=400 kg di mele, il che porterebbe il consumatore a morte certa per indigestione. Facendo i conteggi per le birre sbattute tempo fa in prima pagina per la presenza di residui Glyphosate che al massimo raggiungevano i 29,74 microgrammi per litro, si ricava che per superare la dose limite il nostro adulto da 80 kg dovrebbe consumare la stratosferica quantità di 40 mg / (0.02974 mg l-1) = 1345 litri di birra. Insomma, citando Paracelso “E’ la dose che fa il veleno” e qui le dosi necessarie per fare il veleno sono del tutto stratosferiche…

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