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Alla ricerca di “Sicurezza Igienica” a scapito della “Sicurezza Sociale”

A un anno circa di distanza dalla stesura di un breve articolo dal titolo “Certificazioni alimentari e Coronavirus…”, uscito sulla rivista Fidaf OnLine proprio a metà marzo 2020, e dopo 12 mesi interi di lotta, da parte di tutta la società, contro questa moderna pandemia, torniamo su un argomento al quale non viene dato il giusto peso: quello del lavoro costante di tutto il sistema alimentare finalizzato a garantire la disponibilità di cibo sufficiente per la popolazione, assicurando al contempo che questo sia sempre Sicuro, Legale e della Qualità promessa.

Tutta la filiera è infatti costantemente impegnata in questa direzione; dall’umile ma indispensabile lavoro del mondo agricolo, alle diverse fasi della trasformazione, della logistica e della distribuzione dei prodotti fino a pochi passi dalle nostre tavole.

Non è solamente una questione di “business”…; il lavoro di tutto il sistema agroalimentare, sta continuando infatti a rappresentare uno strumento di contenimento delle tensioni sociali. Che si voglia ammetterlo o no, il fatto che gli scaffali dei negozi non si siano mai svuotati in questi mesi (e non era una cosa così scontata) rappresenta un punto assolutamente tranquillizzante per la popolazione tutta.

Non è un caso infatti, che il Premio Nobel per la Pace 2020 sia stato riconosciuto al World Food Program che, con il suo lavoro e con i suoi sforzi nel combattere la fame, anche in tempo di pandemia, ha contribuito e contribuisce a migliorare le condizioni per la pace nelle aree colpite da conflitti ed a guidare gli sforzi per prevenire l’uso della fame come un’arma di guerra e conflitto.

Venendo al panorama di “casa nostra”, negli ultimi venti anni i diversi attori della filiera agroalimentare, per poter non solo entrare ma anche solamente stare sul mercato, hanno dovuto evolvere le proprie organizzazioni, le proprie strutture, le proprie tecnologie e, più in generale la propria “Cultura della Qualità e della Sicurezza Alimentare”.

In altre parole, oltre al dover rispettare tutte le norme cogenti in materia di produzioni alimentari (dal “Pacchetto Igiene”, alle norme sul controllo peso, a quelle sull’etichettatura e sull’origine, ecc.), molte aziende hanno deciso di aderire ed applicare norme e standard di certificazione volontaria, la cui finalità è quella di accrescere la garanzia che sul mercato siano distribuiti prodotti che garantiscano la massima sicurezza in termini di “food safety” e rispettino tutte le norme cogenti a loro applicabili, oltre che tutti gli eventuali requisiti commercialmente concordati con il cliente.

Il mondo delle certificazioni alimentari è diventato negli anni uno strumento di vera crescita per tutto il sistema. Ha sollecitato e spinto ogni attore della filiera, dal campo alla produzione ed alla logistica, a migliorarsi, ad organizzarsi meglio, a dotarsi di tecnologie più moderne e più sicure, ecc. Questo merito è indiscusso e ritengo che non si possa tornare indietro o cambiare strada per il futuro.

La spinta al miglioramento progressivo delle aziende e delle produzioni, i cui vantaggi vanno a favore anche e soprattutto al consumatore finale, non può e non deve essere fermata. Non sarebbe neanche possibile pensarlo.

Qualche dubbio però, rispetto a questa granitica certezza, in questo periodo non può che venire…

L’adesione da parte delle aziende ad uno standard o ad una norma, implica la necessità di periodiche (almeno annuali) attività di audit condotte da enti terzi. A fianco a queste attività di audit di terza parte, sono parallelamente spesso condotti anche audit di seconda parte sulle aziende che hanno contratti con la GD o la GDO.

Gli audit sono da sempre stati condotti direttamente nelle aziende, cosa peraltro fondamentale per assicurare una significatività ed una efficacia all’audit stesso. Ciò implica però che personale esterno alle aziende, entri nei siti produttivi ed effettui attività per uno o più giorni.

Agli audit “on site”, in questo periodo si dovrebbero preferire auditi “in remoto”, cosa che ormai quasi tutti i detentori degli standard, sebbene in alcuni casi dopo molti mesi di discussioni, hanno ritenuto essere accettabile in questo momento storico.

È evidente che audit condotti solamente in modalità “in remoto” o almeno prevalentemente in questa forma, non possono che avere una efficacia inferiore agli omologhi audit condotti in presenza nelle aziende, ma è altrettanto evidente che far girare meno possibile le persone (auditors, consulenti, ecc.), riduce il rischio di diffusione del virus.

A questo proposito, non si deve neanche dimenticare il rischio “legale” connesso alla potenzialità che un visitatore/auditor possa causare in una azienda la necessità di attivare procedure di quarantena con conseguenti perdite economiche per l’azienda stessa.

Curiosamente, l’unica parte della filiera alimentare che al momento sembra non abbia ancora compreso l’importanza di ridurre o eliminare in questo periodo gli spostamenti delle persone, a favore di azioni di controllo svolte in remoto o, in alternativa, potenziando il controllo direttamente sui prodotti in accettazione, sono proprio molte catene della GD e della GDO che continuano, imperterrite, a pretendere di far svolgere audit in presenza presso i propri fornitori.

Ad una lettura superficiale, potrebbe sembrare che questa “curiosità” sia, in questo momento, un esercizio irresponsabile di autorità e di arroganza, espressa da quella parte della catena alimentare che abitualmente sfrutta un potere contrattuale sovrabbondante rispetto alle altre parti della filiera produttiva. Ma forse si tratta solo di una lettura superficiale…

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