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Venerdì culturali 19° Ciclo

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VENERDÌ CULTURALI
FIDAF – SIGEA – ARDAF – Ordine Dottori Agronomi e Forestali di Roma
PROGRAMMA, AUTUNNO 2020, 19° CICLO
Con il Patrocinio di
Inizierà il prossimo 23 ottobre il diciannovesimo ciclo dei Venerdì Culturali, organizzati da FIDAF – Federazione Italiana Dottori in Scienze Agrarie e Forestali, SIGEA – Società Italiana di Geologia Ambientale, ARDAF – Associazione Romana Dottori in Agraria e Forestali, Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali di Roma. Aderisce ai Venerdì Culturali: CONFPROFESSIONI.Ai partecipanti iscritti agli Ordini dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali verranno riconosciuti 0,25 CFP. Non è possibile ottenere il riconoscimento dei CFP se collegati via smartphone.  Per info scrivere a fidaf.livenza6@gmail.com o info@ardaf.it e/o visitare www.fidaf.it www.ardaf.itwww.agronimiroma.it 

Data Argomento Relatore/relatori
23/10 Difesa sostenibile del verde urbano Antonio Pietro Garonna (Università Federico II) & Luigi Sani (Dottore Forestale)
30/10 Serbatoi artificiali e laghetti collinari tra necessità ambientali e produttive Marcello Pagliai (Accademia dei Georgofili – Firenze) & Marcello Mastrorilli (CREA – Bari)
6/11 Buone pratiche di valorizzazione delle produzioni agroalimentari locali di qualità e sostenibili Gianluigi Cardone (CIHEAM – Bari) & Nicola Colonna (ENEA)
13/11 Dalle ecomafie alle agromafie. Uno sguardo sulla criminalità organizzata nel settore primario Giuseppe Muti (Università dell’Insubria)
20/11 Sementi Certificate base di filiere agricole sostenibili (in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Agricoltura di Bologna) Alberto Lipparini (ASSOSEME) & Francesco Rossini (Università della Tuscia)
27/11 Paesaggio geologico dell’Ulivo. Le DOP dell’Olio del Lazio Eugenio Di Loreto (SIGEA) & Pasquale Diana (Agronomo)
4/12 Sophie vs. Episteme (in collaborazione con ADAF Milano) Attilio Scienza (Università di Milano)
11/12 La fitodepurazione per il recupero di aree contaminate (in collaborazione con AIDAPAF Napoli) Massimo Fagnano (Università Federico II), Gianni Cicia (Università Federico II) & Oronzo Santoro (Regione Puglia)

 

 

 

23 ottobre 2020

Luigi Sani

Dottore Forestale, ha partecipato al panel internazionale di revisori per la redazione delle Best Practices sul Tree Risk Assessment, traducendole poi in lingua italiana. Direttore della rivista Arbor dal 2008 al 2014. Certificato quale European Tree Technician e ISA Master Arborist, membro registrato per eseguire il Quantified Tree Risk Assessment System. Ha svolto incarichi di docenza in “Biomeccanica e valutazione di stabilità degli alberi” presso diverse Università. Ha pubblicato oltre 60 titoli fra libri, articoli su riviste specializzate, articoli divulgativi, presentazioni a convegni e traduzioni.

 

L’invasione degli alieni

Specie, progetti, cure, valutazioni

Il mondo dell’Arboricoltura e del Verde urbano è ormai invaso dagli Alieni. Urge una Rivoluzione dall’alto della Professione. Osserviamo bombardamenti di specie aliene vomitate da progetti senza testa.  Siamo travolti da corazzate di interventi colturali che ci rendono impotenti.  Siamo condannati in tribunali da giudici assonnati e distratti. Siamo coinvolti in dispute demagogiche e irrilevanti. Solo gli alberi e la qualità professionale possono salvarci.

Sani 2020 L’invasione degli alieni

 

Antonio Pietro Garonna

Professore associato presso il Dipartimento di Agraria di Portici (NA) – Università degli Studi di Napoli “Federico II”; docente di “Gestione dell’entomofauna forestale” – Corso di Laurea Magistrale in Scienze Forestali e Ambientali; PhD in Entomologia agraria. Interessi di ricerca: specie invasive e loro controllo sostenibile; antagonismo naturale di fitofagi agrari e forestali e biosistematica di imenotteri parassitoidi; insetti saprossilici e loro conservazione in habitat naturali. Accademico straordinario dell’Accademia Nazionale Italiana di Entomologia e Accademico Corrispondente dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali.

 

Il PAN e la difesa sostenibile del verde urbano

La Direttiva 2009/128/CE sulla lotta integrata e il Piano di azione nazionale (PAN) hanno definito obiettivi, modalità e tempi per la riduzione dei rischi derivante dall’applicazione dei prodotti fitosanitari (PF) nelle aree frequentate dalla popolazione o dai gruppi vulnerabili. La conseguenza immediata di tale quadro normativo è stata quella di ridurre le possibilità d’impiego dei PF in commercio nella difesa delle aree verdi urbane a favore di misure alternative di controllo delle avversità parassitarie (lotta agronomica, meccanica, biologica ad integrazione del controllo naturale). Tali approcci non sempre risultano efficaci nel contenere parassiti emergenti in presenza di vegetali suscettibili (o trascurati) e rende la difesa di parchi, giardini ed alberature più gravosa. Sono illustrate brevemente le azioni che si possono adottare per un controllo sostenibile di alcuni insetti dannosi al verde ornamentale, tra cui la pericolosa cocciniglia tartaruga del pino domestico.

Garonna 2020 verde pubblico

 

30 ottobre 2020

Marcello Pagliai

Laureato in Scienze Agrarie a Pisa, nel 1970. È stato Ricercatore presso l’Istituto per la Chimica del Terreno del Consiglio Nazionale delle Ricerche (C.N.R.) di Pisa, Direttore dell’Istituto Sperimentale per lo Studio e la Difesa del Suolo di Firenze e del Centro di Ricerca per l’Agrobiologia e la Pedologia di Firenze, del Consiglio per la ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura (CRA – oggi CREA). Attualmente membro dell’Accademia dei “Georgofili” di Firenze e del Comitato Editoriale di riviste internazionali di scienza del suolo.

 

Serbatoi artificiali e laghetti collinari tra necessità ambientali e produttive – Aspetti pedologici

I cambiamenti climatici in atto si manifestano ormai con lunghi periodi di siccità interrotti da forti precipitazioni in brevissimo tempo. Gli effetti sul suolo appaiono devastanti: le conseguenze della siccità sono accentuate dal precario stato di salute del suolo a causa del forte depauperamento di sostanza organica che, oltre ad agire da cementante per le particelle del terreno, ha una forte capacità di trattenere l’acqua. Inoltre, gli eventi con alta intensità di pioggia riducono fortemente l’infiltrazione dell’acqua nel terreno che viene così persa per scorrimento superficiale. L’acqua che ruscella in superficie può essere recuperata convogliandola in serbatoi artificiali. Occorre perciò un piano per il recupero dei “laghetti collinari”, per la costruzione di invasi artificiali e per la raccolta, in generale, delle acque piovane. La degradazione del suolo (erosione, impermeabilizzazione, ecc.) è un’emergenza nazionale, pertanto la sua corretta gestione e delle risorse idriche sarà una delle sfide dell’immediato futuro.

Pagliai – Aspetti pedologici LR

 

Marcello Mastrorilli

Laureato in Scienze Agrarie a Bari, nel 1979. Nel 1988 ha conseguito il “Diplôme Agronomie Approfondie” presso l’Institut National Agronomique, Paris-Grignon e nel 2015 l’Abilitazione Nazionale Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) per le funzioni di professore universitario di I fascia, settore concorsuale “Agronomia e sistemi colturali erbacei ed ortofloricoli”.

Lavora presso il CREA dove è Dirigente di Ricerca del Centro di Ricerca Agricoltura e Ambiente. La sua agenda di ricerca riguarda la sostenibilità dei sistemi colturali, con particolare attenzione al corretto uso dell’acqua in agricoltura.

 

Serbatoi artificiali e laghetti collinari tra necessità ambientali e produttive – Aspetti agronomici

È consuetudine agronomica italiana raccogliere acqua di pioggia in serbatoi temporanei (laghetti collinari nel Centro Italia o le cisterne interrate nelle zone carsiche del sud). Questo servizio ecologico fornito dalle aziende agrarie diventa necessario con l’attuale regime delle piogge caratterizzato da meno

eventi piovosi, ma ad alta intensità. Da un punto di vista agronomico questo vuol dire che  la pioggia è meno efficace per le colture. L’efficacia della pioggia si misura in termini di acqua immagazzinata nel profilo del suolo. L’acqua di pioggia che non si infiltra nel suolo segue due vie: ruscellamento superficiale e drenaggio profondo.

Oltre alle caratteristiche della pioggia e del terreno, le pratiche agronomiche modulano la ripartizione tra drenaggio e ruscellamento.  Le principali proprietà fisico-idrologiche del suolo che vengono modificate dalle agro-tecniche sono: spessore e alternanza di strati, struttura e porosità, conducibilità idraulica, scabrezza superficiale. Le agrotecniche controllano anche distacco e il trasporto delle particelle solide, ovvero l’erosione che a sua volta causa l’interrimento dei serbatoi collinari.

Mastrorilli_Serbatoi artificiali e laghetti collinari tra necessita’ ambientali e produttive-Aspetti agronomici

 

6 novembre 2020

Gianluigi Cardone

Gianluigi Cardone si è laureato in Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Bari (Italia). Ha lavorato presso il Consorzio Difesa e Valorizzazione delle Produzioni Intensive, dell’Ambiente e del Territorio Rurale della Provincia di Bari, come responsabile dell’assistenza tecnica agli imprenditori agricoli, per 18 anni. Nel frattempo, ha svolto consulenze per Centri di ricerca e imprese private per analisi e ricerche tecnico-economiche. Dal 2004 lavora presso il Centro Internazionale di Studi Agronomici Mediterranei Avanzati di Bari (CIHEAM Bari). In qualità di amministratore scientifico, lavora nelle tematiche di Agricoltura Sostenibile, Agroalimentare e Sviluppo Rurale presso CIHEAM Bari. Dal 2018 è coordinatore della Knowledge Unit denominata “Sistemi e diete agroalimentari sostenibili”. I suoi campi di interesse sono la ricerca, la cooperazione internazionale e l’istruzione. Le sue analisi e ricerche si concentrano principalmente sulla sostenibilità dei sistemi agroalimentari mediterranei, la dieta mediterranea e la valorizzazione dei prodotti agroalimentari locali tipici e biologici, la gestione delle aziende agricole, il business. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche.

Buone pratiche di valorizzazione delle produzioni agroalimentari locali di qualità e sostenibili

La grande sfida mondiale, sulla base dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, è lo sviluppo sostenibile in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri. Ai moderni sistemi alimentari si chiede di investire risorse umane e finanziare al fine di fornire cibo sufficiente per soddisfare i bisogni nutrizionali della popolazione salvaguardando, allo stesso tempo, le risorse naturali per le generazioni presenti e future.

Le nuove tendenze di un consumo di cibo sano, consapevole e sostenibile rappresentano una delle principali sfide per il settore agroalimentare. La ricerca e lo sviluppo di prodotti, processi innovativi sostenibili risultano strategici per il settore agroalimentare, per soddisfare i cambiamenti nelle preferenze dei consumatori, garantendo nel contempo la sicurezza e qualità dei prodotti in un contesto rurale e costiero sostenibile. Il brand “Made in Italy” è l’espressione del forte legame esistente fra territorio, produzione agroalimentare, cultura, tradizione, innovazione, turismo, che genera un sistema virtuoso dove, parafrasando il concetto di “economia circolare”, l’economia del territorio si avvantaggia della gestione del benessere, alimentata dalla produzione primaria agroalimentare che genera ulteriore attrattività turistica e apprezzamento da parte dei cittadini. Sulla base di questi punti di forza e opportunità, le regioni italiane stanno investendo per promuovere politiche di sostegno delle produzioni agroalimentari regionali di qualità.  La Regione Puglia nell’ultimo decennio è molto impegnata per qualificare e valorizzare i prodotti agricoli e alimentari pugliesi con un elevato standard qualitativo controllato e certificato, portando a conoscenza dei consumatori le loro caratteristiche qualitative, e promuovere le produzioni di qualità pugliesi sui mercati nazionali e internazionali. La Puglia potrebbe essere presa come modello virtuoso per quanto si è fatto e si sta facendo con il Programma “Agricoltura e Qualità” e con i Progetti “The Apulian lifestyle: per una lunga vita felice””, FOOD4HEALTH, “Human Pole”, ecc. Queste azioni sono messe in campo da una amministrazione locale regionale per dare risposte concrete alle sfide anzidette e migliorare il nexus tra agricoltura, nutrizione e salute, quindi per migliorare la sostenibilità dei sistemi alimentari mediterranei dal punto di vista ambientale, economico, sociale, culturale, salutistico e nutrizionale, incentivando un modello di alimentazione sana ed equilibrata come nella Dieta Mediterranea.

Cardone-Buone pratiche di valorizzazione delle produzioni agroalimentari locali di qualita’ e sostenibili

 

Nicola Colonna

Laureato in Scienze Agrarie, dopo un dottorato presso la Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento S’Anna di Pisa, entra in ENEA dove si occupa di temi legati alla relazione tra Agricoltura, Ambiente ed Energia, sia in ambito nazionale che internazionale. Negli anni, oltre ad occuparsi di analisi di impatto ambientale e di sostenibilità delle filiere di produzione agricola, pone la sua attenzione sulla produzione, gli usi ed i consumi di energia in agricoltura e nell’industria alimentare. Primo ricercatore dal 2010, ha coordinato e partecipa a progetti di ricerca nazionali ed europei sull’innovazione ed il trasferimento delle conoscenze per aumentare la competitività delle imprese e delle filiere agricole. Membro dell’ARDAF e della FIDAF dal 2000.

 

Buone pratiche di valorizzazione delle produzioni agroalimentari locali di qualità e sostenibili

Negli anni recenti insieme all’attenzione alla qualità ed alla origine dei prodotti alimentari è cresciuta la consapevolezza dei consumatori occidentali per il valore ambientale del cibo e per l’impatto che la sua produzione ha sull’ambiente. Molte aziende agroalimentari hanno intrapreso un percorso di “greening” dei loro prodotti attraverso la misura e la valutazione degli impatti ambientali connessi ai processi di produzione e l’introduzione di innovazioni per la loro riduzione. Quali sono i metodi per valutare gli impatti associati ad un prodotto, i marchi e quali le criticità di applicazione di questi metodi alle imprese agroalimentari italiane è l’oggetto del seminario del secondo relatore.

2020 Colonna Sostenibilita’ prodotti 6 novembre 2020

 

13 novembre 2020

Giuseppe Muti

Phd in Geografia alla Sorbona di Parigi e in Geoeconomia alla Sapienza di Roma, è ricercatore strutturato presso l’Università dell’Insubria (Dipartimento Scienze Teoriche e Applicate, Varese) dove insegna Geografia nel Corso di laurea in “Storia e storie del mondo contemporaneo”. Dal 2007 al 2017 è strutturato come ricercatore in Geografia presso l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale dove ha contribuito alla fondazione del Laboratorio CULT (Cultura, Legalità, Territorio) di cui è stato coordinatore fino al 2017. I principali interessi di ricerca vertono sulla geopolitica delle mafie e delle attività criminali, così come sui processi di territorializzazione con particolare attenzione al turismo e alla sostenibilità ambientale nei bacini lacuali.

 

Dalle ecomafie alle agromafie. Uno sguardo sulla criminalità organizzata nel settore primario

Attingendo ad una pluralità di fonti e documenti storici e contemporanei, il seminario si propone due obiettivi: 1) analizzare il rapporto fra criminalità mafiosa e settore primario in Italia, prestando particolare attenzione alle rappresentazioni diffuse e circolanti. 2) affrontare e collegare le manifestazioni recenti ad elevato impatto mediatico, come le ecomafie e le agromafie, e le pratiche e le dinamiche storiche, dalle mafie dei giardini e dell’acqua nell’Ottocento sino alle migliaia di terreni agricoli sequestrati e confiscati alle mafie in tutta Italia, uno straordinario bene comune che pone complessi problemi di gestione e organizzazione.

Presentazione Muti

 

20 novembre 2020

Alberto Lipparini

Bolognese (8.4.1962)

Dopo l’Istituto Professionale Agrario “Serpieri”, si iscrive alla Facoltà di agraria dell’Università degli Studi di Bologna dove si laurea con lode in Scienze agrarie. Appena laureato, viene assunto presso il CONVASE, Consorzio per la conservazione in purezza delle varietà di Bologna (oggi Consorzio per la valorizzazione delle sementi) dove fino al 1991 ricopre l’incarico di responsabile del progetto ENEA-CONVASE di ‘Promozione industriale’, un progetto finalizzato alla formazione di giovani breeder vegetali e di centri di ricerca interni alle ditte sementiere aderenti. Successivamente, sino al 2011 ricopre l’incarico di Segretario del Consorzio. Nel 2011 viene assunto in ASSOSEMENTI, l’Associazione italiana delle ditte sementiere, dove ricopre l’incarico di coordinatore del settore orticolo e responsabile del progetto “Road to quality”, un progetto di tracciabilità della filiera orticola, dal seme alla tavola.

Nel 2015 viene nominato Segretario generale dell’Associazione della quale oggi è il Direttore.

 

“Sementi certificate base di filiere agricole sostenibili”

Il seme è il punto di partenza della maggior parte delle filiere produttive: svolge pertanto un ruolo fondamentale in funzione dell’ottenimento di prodotti di elevata qualità e salubrità. Il seme certificato garantisce la completa tracciabilità del processo produttivo, parametro fondamentale delle moderne strategie di sviluppo adottate a livello nazionale e comunitario e requisito essenziale per i consumatori. Senza un seme certificato non è possibile parlare di filiera tracciata! In questa breve presentazione si vuole sottolineare il ruolo strategico del seme certificato quale strumento imprescindibile per dare risposte concrete alle sfide che dobbiamo affrontare in tema di cambiamenti climatici, crescita della popolazione, riduzione di input di sintesi, in un’ottica di una moderna agricoltura sostenibile. Si cercherà di approfondire il tema della certificazione della semente, della sua importanza in funzione delle politiche di filiera e come leva fondamentale per lo sviluppo di una agricoltura sempre più ecocompatibile, ma al tempo stesso competitiva. Si accennerà pertanto anche alle problematiche che il settore sementiero si trova ad affrontare in tema di ricerca e miglioramento genetico.

Presentazione Lipparini

 

Francesco Rossini

Dottore agronomo, è professore associato presso l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo e coordinatore del corso di laurea professionalizzante in Produzione Sementiera e Vivaismo. Da sempre si è occupato di coltivazioni erbacee e ha partecipato a molti progetti di ricerca regionali, nazionali ed internazionali principalmente nel settore ERC LS9_5 “Agriculture related to crop production, soil biology and cultivation, applied plant biology”.  Di rilievo risulta l’attività di ricerca nell’ambito della valorizzazione della flora autoctona per il ripristino ambientale e la salvaguardia delle specie di interesse biogeografico ed il miglioramento dell’aspetto estetico-paesaggistico degli inerbimenti. Il Prof. Rossini si è interessato inoltre di numerose colture erbacee. Le ricerche in questo campo hanno riguardato gli ambienti dell’Italia Centrale e sono state condotte sul kenaf, sul lino da olio sul lino da fibra, sul cece, sul lupino azzurro, sulla lenticchia, su grano duro e sul topinambur. Nell’ambito di questo filone di ricerca sono stati curati in particolare gli aspetti rivolti all’analisi delle potenzialità produttive, alla scelta e innovazione varietale e alla razionalizzazione delle tecniche colturali.

 

“Sementi certificate base di filiere agricole sostenibili”

La produzione sementiera è da sempre alla base del progresso dell’agricoltura. Negli ultimi anni la produzione sementiera italiana storicamente caratterizzata da una elevatissima biodiversità (varietà adatte alle mutevoli condizioni pedoclimatiche del nostro Paese, ha fortemente risentito della globalizzazione con una standardizzazione che spesso ha determinato numerose limitazioni nella produzione agricola. Soprattutto la semente delle colture più estensive come quelle delle foraggere e dei cereali a paglia stanno facendo rilevare questi limiti, più evidenti nei sistemi non convenzionali a basso input come ad esempio nell’agricoltura biologica. Ciò ha determinato in alcuni casi come estrema reazione, spesso legata soltanto a pressioni pubblicitarie e modaiole, il ritorno di antiche varietà che da sole chiaramente non rappresentano la soluzione di tali problematiche. Le soluzioni devono essere infatti trovate con la ricerca scientifica che saprà sempre valorizzare la grande ricchezza data dalla grande biodiversità che ancora abbiamo a disposizione. Al fine di promuovere la formazione in questo specifico settore, l’Università della Tuscia ha istituito un nuovo corso di laurea professionalizzante in Produzione Sementiera e Vivaismo.

Presentazione Rossini

 

27 novembre 2020

Eugenio Di Loreto

Geologo, laureatosi alla Sapienza di Roma. Ha svolto la propria attività lavorativa come funzionario geologo direttivo presso i seguenti Enti: Provincia di Roma (Ufficio tecnico) dal luglio 1980 al settembre 1993; in posizione di comando al Servizio Idrografico e Mareografico Nazionale della PCM, dal settembre 1993 all’ottobre 1998; Regione Lazio (Ufficio geologico e Sismico), dall’ottobre 1998 al febbraio 2018. Ha svolto, dal Marzo 2018 al febbraio 2020, l’attività di Docente, presso il Dipartimento di Scienze Geologiche dell’Università di Roma Tre, e dell’Università La Sapienza nel ciclo di seminari per gli studenti del Corso di Laurea Triennale, relazionando sul tema “Il ruolo del geologo nella Pianificazione urbanistica”. E’ stato Presidente dell’Ordine dei Geologi del Lazio, dal 2009 al 2010, ed è attualmente Consigliere dell’Ordine Nazionale dei Geologi. E’ iscritto alla Società Italiana di Geologia Ambientale SIGEA, dove ricopre la carica di Presidente della Sezione Lazio e di Vicedirettore della Rivista Geologia dell’Ambiente. Componente della Commissione del MATTM, Riserva Area Marina Protetta “Secche di Tor Paterno”. Autore di 49 Pubblicazioni di carattere scientifico e divulgativo. Relatore di 18 comunicazioni e Autore di 5 Poster, in convegni e congressi nazionali e seminari internazionali. I principali interessi di studio riguardano: i rischi geologici; la geologia nella pianificazione urbanistica; i Paesaggi geologici.

 

Il Paesaggio geologico dell’Ulivo

Il Paesaggio non è solo la sintesi degli elementi naturali ed umani che compongono un certo territorio, ma è la rappresentazione attuale di un insieme dinamico in cui questi elementi si rapportano l’uno all’altro. L’aspetto che noi oggi osserviamo è legato alle forme naturali e alle vicende storiche e alla cultura delle genti che popolano il territorio. Si usano spesso termini come paesaggio agrario, paesaggio urbano, paesaggio industriale, paesaggio della bonifica, che derivano dagli aspetti caratterizzanti le attività umane. Tra le componenti naturali che caratterizzano un paesaggio spesso la componente geologica è predominante come ad esempio nelle Dolomiti, nel Vulcano dell’Etna. Ci si riferisce in questo caso al Paesaggio Geologico, nel quale si fa riferimento alle seguenti componenti, spesso correlate fra loro in un rapporto di causa-effetto: substrato geologico e sua età; forme del rilievo e processi geomorfologici; idrologia superficiale e sotterranea, caratteristiche geotecniche, pericolosità geologica; clima; suolo, vegetazione spontanea e coltivazioni. Dopo la prima parte dell’intervento dedicata ad una breve rassegna di alcune Unità di paesaggi geologici, nella seconda parte ci si sofferma ad analizzare il rapporto esistente fra la componente geologica e la diffusione della coltivazione dell’albero di ulivo in Italia. I suoi frutti, le olive, sono utilizzati per la produzione del prezioso olio, ricca risorsa fin dall’antichità soprattutto per l’illuminazione delle lanterne, e nell'uso alimentare in cucina e per la conservazione dei prodotti; nonché le stesse olive, come alimento, opportunamente conservate. Si vuole porre particolare attenzione alle dinamiche storiche, che hanno portato all’espansione della pianta tipica dell’area mediterranea, attraverso l’esame dei fattori ambientali climatici, geologici, dei suoli e degli habitus degli alberi, osservando le diverse scelte agronomiche per una utilizzazione ottimale dei terreni, e i modelli colturali utilizzati.

 

Pasquale Diana

Dottore agronomo libero professionista, Appassionato di olio e olivicoltura si specializza nell’assistenza tecnica nel campo olivicolo, ed oggi collabora, come tecnico coordinatore, con l’Organizzazione Produttori Confoliva, presente in sette regioni italiane per il miglioramento della qualità dell’olio e la riduzione degli impatti ambientali.

Assaggiatore olio inscritto alle liste della camera di commercio e assaggiatore di olive da mensa.

Svolge corsi di formazione tecnica sull’olivicoltura, avvicinamento alla degustazione degli olii vergini e delle olive, oltra ai corsi per l’abilitazione all’acquisto e utilizzo dei prodotti fitosanitari.

 

Paesaggio geologico dell’Ulivo. Le DOP dell’Olio del Lazio

La pianta dell’olivo è diffusissima nella regione Lazio, ma alcuni areali sono più vocati all’olivicoltura rispetto ad altri, nel Lazio esistono 4 DOP legate all’olio di oliva: Sabina, Canino, Tuscia e Colline Pontine ed una DOP legata alle olive da mensa: Oliva di Gaeta

Quando si parla di DOP, ci si riferisce a prodotti che dimostrano una tradizione produttiva antica e consolidata, una provenienza certa e riconoscibile e che rispondano a standard di produzione di assoluta eccellenza regolati da disciplinari di produzione.

Ogni areale è caratterizzato da cultivar diverse che sono state selezionate nei secoli come le più efficienti.

La presenza dell’olivo con le sue forme di allevamento e i suoi sesti di impianto ha caratterizzato i diversi paesaggi agrari rendendoli spesso unici e riconoscibili.

 

4 dicembre 2020

Attilio Scienza

Nato a Serra Riccò (Genova) nel marzo 1945. Laureato con lode in Scienze Agrarie presso la Facoltà di Agraria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza nel 1969. Dal 2004 professore ordinario di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università degli Studi di Milano e docente di ampelografia e miglioramento genetico delle vite presso la medesima Università nel corso di laurea in viticoltura ed enologia. Attualmente è in pensione. La sua attività di ricerca si è concretizzata nel miglioramento della vite da vino per selezione clonale, nella creazione di nuovi portinnesti per incrocio e nello studio dell’interazione del vitigno con l’ambiente attraverso progetti di zonazione viticola. È autore di oltre trecentocinquanta pubblicazioni scientifiche su riviste e atti di convegni internazionali e nazionali e i 24 testi prevalentemente dedicati ad argomenti di tecnica e cultura viticola.

 

Sophie può diventare episteme? Come superare le barriere tra il pensiero umanistico e quello scientifico.

La dizione “le due culture” è entrata nel argomentare culturale a seguito di un saggio di C.P.Snow,  fisico e scrittore inglese, scritto alla fine degli anni ’50 del secolo scorso, dal titolo “Le due culture e la rivoluzione scientifica “.Le due culture hanno caratteristiche differenti : quella scientifica è obiettiva richiede verifica, progredisce, quella  artistica è  invece soggettiva ed è estranea al concetto di progresso. Perché in un momento in cui la scienza sembra raggiungere ogni giorno risultati più spettacolari, cresce il malumore nei suoi confronti? L’ostilità verso la scienza, così intensamente propagandata rischia oggi di diventare un comune modo di pensare. Un esempio di questa incomprensione è rappresentato dalle antiche e nuove paure che aleggiano nell’opinione pubblica nei confronti delle scelte che deve fare l’agricoltura moderna attraverso le Nbt  (New  Breeding Techniques),per ridurre l’impatto della chimica nella lotta ai parassiti e per contrastare gli effetti del cambiamento climatico. La mancanza di una sintesi culturale ha creato artificiosamente una contrapposizione nella produzione agroalimentare, definita in modo alternativo, naturale o artificiale. In realtà l’artificialità è intervenuta assai presto a modificare la naturalità della vita e la distinzione tra i due termini è molto meno intuitivo di quanto possa a prima vista sembrare. Una fascia di natura umanizzata dove natura ed artificio sono ormai indistinguibili, esiste da migliaia di anni sul Pianeta. Abbiamo cominciato da molto tempo a modificare attraverso selezioni ed incroci molte specie di vegetali ed animali. Quello che sta cambiando in modo esponenziale è l’efficienza, la rapidità d’effetto e l’intensità dei nostri interventi. Perché allora  il valore della scienza non viene spiegato in termini  adeguati ? Il fatto che ufficialmente la scienza venga considerata in modo negativo e criminalistico rende assai difficile spiegarne il valore. Non estranei sono i mezzi di comunicazione di massa, che spesso disinformano più che informare, alla ricerca della notizia clamorosa che omologa le piante transgeniche ai frequenti rischi alimentari, al monopolio nella ricerca delle multinazionali, alla perdita di biodiversità, con toni catastrofici. Anche l’Università ha le sue colpe, in quanto ha sottovalutato il ruolo della cosiddetta terza missione, quella della divulgazione, che dovrebbe affiancare e rendere esplicite le altre due, quella della ricerca e della formazione superiore. Tra le poche conseguenze positive, forse l’unica, della pandemia Covid 19 c’è una rinnovata attenzione nei confronti del sapere e della scienza. La rete, i social hanno aperto una nuova prospettiva, quella di poter parlare di argomenti scientifici senza averne le competenze. Non è più il tempo degli imbonitori che raccattando qualche dato qui e là su internet, escono con teorie alternative promettendo risultati miracolosi. Di fonte ad un problema così grande le persone vogliono capire si rivolgono agli scienziati. In questo confronto tra i diversi saperi, che appare chiuso una proposta di sintesi una sorta la terza cultura si identifica nella interdisciplinarietà e trasversalità, partendo dall’integrazione dei curricula, la saggia raccomandazione di studiare un oggetto, un’epoca, un problema, facendovi convergere tecniche diverse, elaborate in campi di sapere diversi. Sul fronte della formazione, questo significa che, prima di promuovere collaborazioni tra esperti di discipline diverse e la scrittura di libri in équipe, l’università dovrebbe continuare a curarsi della buona salute delle singole discipline e della buona qualità degli studiosi che le professano. Toraldo Di Francia, scriveva “non bisogna fare soltanto una tecnologia a misura d’uomo ma anche uomini ed intellettuali a misura di tecnologia”.

 

11 dicembre 2020

Massimo Fagnano

Laurea in Scienze agrarie e Dottorato di Ricerca presso l’Università di Napoli Federico II di Portici (NA). Attualmente Professore Ordinario nel settore disciplinare AGR 02 (Agronomia e Coltivazioni erbacee) presso il Dipartimento Agraria della stessa Università, dove svolge attività di ricerca sul ruolo delle leguminose nei sistemi colturali mediterranei, sull’agronomia territoriale e sulle relazioni tra agricoltura e ambiente, e sulla fitodepurazione. È autore di numerosi lavori scientifici pubblicati su riviste nazionali ed internazionali.

 

Il ruolo dell’agronomo per il risanamento dei suoli contaminati

Alla luce delle recenti modifiche della normativa di settore (DM 46/2019) saranno presentate le opportunità professionali  per i laureati in Agraria cui è demandato il compito di caratterizzare i suoli agricoli potenzialmente contaminati, di verificare l’idoneità all’uso agricolo ed eventualmente di predisporre progetti di bonifica basati sulla capacità delle piante di impedire la dispersione dei contaminanti nell’ambiente (phytocapping, phytostabilization) di stimolare la biodegradazione dei contaminanti organici (rhizodegradation) o di eliminare dal terreno la frazione biodisponibile dei contaminanti minerali (phytoextraction). Durante la presentazione saranno presentati casi studio realizzati nella regione Campania per la caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica di siti contaminati.

 

Oronzo Santoro

Fisico e Geologo, iscritto all’ordine professionale dei Geologi. Dal 1974 al 1988 è docente di ruolo di Elettronica, Fisica, Matematica e Fisica nei licei e istituti Tecnici Superiori. Vincitore di concorso per Dirigente della Regione, dal 1988 al 2005 assume numerosi incarichi di responsabilità tra cui la direzione dei servizi Utilizzazione Risorse Idriche, Piani e Programmi di Tutela ambientale, Coordinatore del Settore Programmazione dell’assessorato Bilancio.

 

La depurazione avanzata delle acque reflue urbane per il riutilizzo integrale agricolo e ambientale delle acque e dei fanghi. Il caso studio “Lago forcatella” di Fasano (BR)

Tutte le manifestazioni della vita dipendono dall’acqua. Gli ecosistemi marini e d’acqua dolce svolgono funzioni essenziali per la vita: filtrano, diluiscono e immagazzinano l’acqua, prevengono le inondazioni, mantengono l’equilibrio climatico, a livello locale e globale, salvaguardano la biodiversità (EEA, 2018).  Ancora oggi, molta parte della popolazione mondiale (più di 840 Ml di persone, il 30% del mondo) vive senza acqua potabile, sicura e priva di contaminazioni; non solo in Africa ed in Asia, ma anche in Europa. Secondo stime dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA), l’11% della popolazione e il 17% del territorio Europeo sono affetti da carenze idriche soprattutto nell’area mediterranea. Il consumo stimato di acqua per usi civili in Italia è pari a circa 5,2 miliardi di m3/anno (20%) con circa 220 L/giorno per abitante. Si stima che circa il 50% di detti consumi costituiscano spreco legato alla carenza di cultura e buone pratiche sull’uso dell’acqua.

Alla luce di tali scenari appare evidente che, sul tema delle acque usate, occorre superare definitivamente il paradigma dell’economia lineare: dalla sorgente – allo scarico, per abbracciare il paradigma dell’economia circolare: dalla sorgente – alla sorgente, attraverso il recupero e riutilizzo della quasi totalità delle acque usate.

Occorre prendere atto che l’acqua prelevata dall’ambiente naturale, anche se ben depurata, se destinata allo scarico, rappresenta una perdita netta e irreversibile di risorse idriche e costituisce grave danno ambientale e sociale.

L’esperienza dell’impianto di Fasano Forcatella, dimostra la possibilità di spingere la qualità delle acque recuperate a livelli tali da consentire il recupero delle stesse fino al riutilizzo integrale agricolo, ambientale e potabile indiretto, attraverso l’uso di tecnologie adeguate e ambientalmente sostenibili, con un incremento dei costi del sistema depurativo e dei servizi idrici trascurabile, a fronte dei benefici ambientali e sociali ottenibili.

Un recente report (WRE, 2018) sul riuso dell’acqua in Europa riporta, per l’Italia, l’esperienza di Fasano Forcatella tra le pratiche di successo nel settore del riuso, secondo i principi dell’economia circolare.

La Regione Puglia ha selezionato il processo di affinamento di Fasano Forcatella per indagare la potenzialità delle acque affinate a raggiungere gli standard di qualità dell’acqua potabile, attraverso l’applicazione di tecnologie e processi ecosostenibili di ossidazione avanzata trasferibili al sistema depurativo pugliese ed ha finanziato la ricerca ‘Potabilizzazione sperimentale delle acque affinate ai sensi del DM 12 giugno 2003 n. 185  Art. 25 – L.R. stabilità n. 1/2016’.

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