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Usare i batteri per un’agricoltura migliore

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Ripubblichiamo l’intervista di Antonio Pascale a ROBERTO DEFEZ, da “Il Post” del 30 ottobre 2017

Cosa davvero pensa un cittadino quando sente parlare di agricoltura italiana? Magari è confuso da un eccesso di informazioni che, in questo campo, gli opinion leader mettono sulla carta, e che in genere sono contraddittorie l’un con l’altra. Da una parte si vuole il chilometro zero e la filiera corta e tuttavia siamo anche un paese esportatore, come la mettiamo con i nostri prodotti che attraversano la frontiera? Non sia mai che pure la Germania, la Francia o altri paesi si mettessero in testa di servirsi solo di produzione locale a chilometro zero, cioè la loro e non la nostra. Da una parte si desidera comprare dal proprio contadino che naturalmente ha una fattoria piccola, carina, vintage e tanto buona, dall’altra i dati ci dicono che il grande problema della nostra agricoltura è uno solo: è troppo piccola e quindi è poco sostenibile, perché, appunto, è piccola.
Cioè, in Italia, più di un milione di aziende agricole hanno una SAU (superficie agricola utilizzata) inferiore ai 5 ettari mentre quelle con SAU tra i 5 e 15 ettari sono 260 mila e passa. Insomma alla fine solo 89 aziende hanno mille ettari di SAU: queste ultime producono gran parte del made in Italy tanto amato. Da una parte i ministri dell’Agricoltura dichiarano che sì, bisogna aprirsi all’innovazione ma poi nei fatti si sta portando avanti una campagna contro il miglioramento genetico e contro la ricerca pubblica, ecc, ecc. Dunque esiste una agricoltura ideale (e idealizzata) e una reale. Vorremo parlare di quest’ultima, con una serie di interviste a ricercatori e scienziati italiani che (perdonate il bisticcio) stanno lavorando su problemi reali per rendere più reale l’agricoltura. La prima è a Roberto Defez…
Il Giovane pastore senza fede - Pieter Brueghel Il Giovane

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