Tre considerazioni sull’epidemia di Covid-19


I giornali sono pieni di riflessioni e di considerazioni sugli effetti dell’epidemia di Covid-19 e sulle conseguenze economiche, culturali, sociali, tecnologiche che essa comporterà sulla nostra vita. Mi accingo a scriverne, quindi, con qualche riluttanza. Credo però che ci siano tre elementi che meritano un’attenzione particolare.

La prima considerazione riguarda la centralità del sistema agroalimentare, sottovalutata in tempi di normalità e riportata drammaticamente in risalto durante l’emergenza che stiamo vivendo. Ci siamo ordinatamente messi in fila per entrare in un supermercato o per accedere ad un negozio di alimentari o per avvicinarci ad un banco del mercato rionale, ed abbiamo trovato sempre rifornimenti abbondanti e variati di alimenti freschi, sani e gustosi. Non era affatto scontato che il nostro sistema agroalimentare, così complesso nelle sue articolazioni, reggesse uno stress di questa portata. Gli operatori del sistema, dai tecnici agli imprenditori, dagli  agricoltori ai lavoratori dipendenti, hanno fatto sì che anche in questi difficili momenti non si interrompessero la produzione, la trasformazione, l’immagazzinamento e la distribuzione di alimenti. La crisi sanitaria ci ha anche prepotentemente ricordato l’importanza  degli aspetti quantitativi della produzione: non possiamo sempre e comunque fare affidamento sulle importazioni per sopperire alle deficienze della produzione nazionale, non possiamo sempre e comunque penalizzare la quantità di produzione per rincorrere i miti della qualità italica o le suggestioni di pratiche agricole obsolete figlie dell’anti-scienza.  L’articolo di Dario Casati pubblicato su Georgofili-INFO e su AgriCulture offre in questo senso una lucida analisi.

La seconda considerazione va rivolta alla ricerca, anch’essa riportata prepotentemente in primo piano dall’attuale contingenza. Oggi tutti si affannano a sollecitare miracoli per lo sviluppo immediato di approcci diagnostici, di terapie sintomatiche, di vaccini. In qualche caso, qualche potente della Terra ha intimato ai ricercatori di sbrigarsi, come se i tempi delle sperimentazioni non fossero dettati dal rigore scientifico ma dalla buona volontà degli scienziati. Gli stessi potenti della Terra che per anni, per decenni, hanno mortificato la ricerca con continui tagli ai fondi, hanno umiliato i ricercatori con contratti precari a vita e stipendi da fame, hanno inventato ogni sorta di ostacolo burocratico allo svolgimento dei progetti.

La terza considerazione è relativa alla comunicazione della scienza ed all’uso dei risultati della ricerca. L’emergenza sanitaria ha ripristinato un flusso di conoscenze che, riconoscendo il ruolo degli “esperti”, ha generalmente fatto tesoro delle acquisizioni scientifiche per indirizzare le decisioni politiche ed orientare i comportamenti individuali. Certo, non sono mancate le fake news (vedi per esempio la supposta origine artificiale di SARS-Covid-2), certo, indovini e cartomanti hanno strologato su fantasiose origini dell’epidemia, certo, fattucchiere e dulcamara vari non ci hanno risparmiato proposte di intrugli miracolosi, certo abbiamo assistito ad un progetto di ricerca avviato su sollecitazione di un youtuber anonimo, ma nel complesso l’informazione che è stata veicolata al pubblico è stata corretta ed è stata recepita da decisori politici e da individui. In linea generale, si è quindi tenuta separata la analisi scientifica, responsabilità degli scienziati, dalle decisioni di gestione dell’emergenza, basata su dati scientifici e su altri elementi politici, culturali, etici e sociali, responsabilità dei politici. In linea generale abbiamo assistito ad un riconoscimento di ruoli rispettivi e ad un ristabilimento di un clima di fiducia reciproca.

E adesso? Tutti ci auguriamo che l’emergenza sia presto superata, ma dopo applicheremo il vecchio adagio popolare “passata la festa, gabbato lo santo”?

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