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Sul mondo agricolo non nubi sparse, ma annuncio di tempesta. Unico porto sicuro la qualità, ma quella retta da regole serie e vera trasparenza

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In questi giorni i media hanno diffuso varie notizie riguardanti il mondo agricolo che hanno avuto tutte notevole attenzione. Ma a mio avviso sono mancate riflessioni sulla profonda connessione che collega i vari temi: non siamo di fronte a coincidenze fortuite ma a fenomeni interconnessi legati da un complesso rapporto di causa effetto (i Francesi dicono Tout se tient) da affrontare strategicamente.

Gli otto esagoni (le questioni) e le quattro ellissi (i soggetti: Produttori, Trasformatori, Distributori e Consumatori) corrispondono a elementi caratterizzanti il quadro attuale. Tra le traduzioni su Google della frase francese oltre a Tutto è legato si trova anche Tutto sta in piedi. Anticipiamo che alla domanda la mia risposta è “sì” nel senso del collegamento ed è “forse” nel senso della tenuta: tutti gli elementi sono fra loro legati, ma è il sistema nel suo complesso che tiene con difficoltà. Proviamo ad approfondire.

La prima questione è su tutti i giornali e sui notiziari televisivi: il Bilancio UE per il prossimo periodo 2021-2027 si profila, a livello 1300 miliardi di Euro (con un incremento, rispetto al periodo precedente, nonostante la Brexit, di oltre 200 miliardi); la politica agricola è tra i settori in controtendenza con tagli stimati secondo le modalità di calcolo tra il 10 % e il 15% delle allocazioni attuali cioè superiori a 50 miliardi di Euro. Non è una buona notizia per il settore agricolo. A parte l’entità del budget emergono difficili scelte da affrontare nel merito: quali tipologie di produzione (o di non produzione tipo il set aside o addirittura la dismissione, come fu per la vite), quali ripartizioni di quote di produzione (come fu con il latte) e in definitiva quali Paesi riusciranno a concentrare gli aiuti verso le proprie esigenze. Comunque una conferma che senza sostanziosi sostegni pubblici (a vari livelli a partire da quello europeo il sistema agricolo europeo avrebbe serie difficoltà a sopravvivere).

Un’altra partita che si gioca a Bruxelles e appare in contraddizione con gli obiettivi della Politica Agricola Comune è quella relativa agli aiuti a Paesi in difficoltà (i nomi cambiano: da Paesi sotto sviluppati di 50 anni fa, a Paesi in via di sviluppo, a Paesi con cui cooperiamo, ma i problemi restano) in forma di facilitazioni per importazioni di loro prodotti agricoli. I casi più recenti riguardano la crescita dell’importazione, in particolare in Italia, di olio dalla Tunisia e di nocciole dalla Turchia. In entrambi i casi i volumi sono elevati, i prezzi sono inferiori ai costi di produzione in Italia e la qualità è incerta per usare un eufemismo. È un esempio di penalizzazione del produttore nazionale, di vantaggio per i trasformatori, ma non per i consumatori (i prezzi del prodotto finale non scendono e sulla qualità della materia prima i dubbi sono fondati).

La terza questione che comincia a suscitare interesse anche a livello social è esposta molto efficacemente sulla riviste Internazionale da Stefano Liberti e Fabio Ciconte, in un articolo dal titolo: I discount mettono all’asta l’agricoltura italiana dove viene illustrata una prassi che praticamente azzera i margini degli operatori dell’agroindustria spingendoli non solo a gravi rinunce economiche pur di stare sul mercato, ma a contenere drasticamente i costi di approvvigionamento dei prodotti agricoli di partenza con inevitabili conseguenze negative sulla qualità dei prodotti finali sul mercato. I riflessi negativi si estendono al mercato del lavoro distorto dalla pressione a contenere anche i costi della manodopera con comportamenti a volte non solo inaccettabili sul piano etico, ma addirittura penalmente perseguibili. Come si legge nell’articolo

  • il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha stilato un protocolloper promuovere pratiche commerciali leali lungo l’intera filiera agroalimentare. In particolare, si chiedeva alla Gdo di impegnarsi “a non fare più ricorso alle aste elettroniche inverse al doppio ribasso per l’acquisto di prodotti agricoli e agroalimentari”. Pur se non vincolante, il documento è stato firmato dal gruppo Conad e da Federdistribuzione, a cui sono associate diverse insegne di supermercati. 

Dunque fra le soluzioni possibili vanno considerati gli accordi tra le parti ma, visto che l’adesione è stata molto parziale, andrebbe valutata la possibilità di un intervento legislativo per renderla cogente evitando prosegua una spirale dove sono perdenti tutte le componenti della filiera dal consumatore che deve accettare qualità non garantite, al produttore che per sopravvivere deve rinunciare a margini e sconfinare verso l’illegalità, al trasformatore che deve rinunciare a margini, a qualità e a reputazione. Vincente, se così si può dire è la grande distribuzione, peraltro in Italia in larga parte in mani straniere.  Sono ravvisabili o meno analogie con la finanza internazionale e con le gradi imprese dell’e-commerce tipo Amazon?

Diretta è la connessione con la quarta questione: nonostante la nuova legge giustamente repressiva il caporalato colpisce ancora e permane l’utilizzo di manovalanza – prevalentemente di immigrati, clandestini, ma non solo – in condizioni di sfruttamento per salari, orari, condizioni di vita, assolutamente intollerabili. La sintesi della situazione la espone il Corriere della Sera, un giornale che non definirei scandalistico, con un articolo intitolato Caporalato, così i pomodori degli «schiavi» finiscono nei supermercati (attraverso le multinazionali). Un segnale di speranza viene da alcune iniziative in controtendenza, ma la loro consistenza è percentualmente esigua. Forse il salario minimo potrebbe essere una soluzione, ma solo se accompagnato a misure di condizionamento del comportamento della grande distribuzione come ipotizzato al punto precedente, altrimenti i produttori agricoli avrebbero ulteriore aggravio dei costi senza possibilità di recuperarli. Sarebbe ben triste dover scegliere fra illegalità e distruzione non solo di attività economiche (culture di ortaggi e frutta) ma addirittura di patrimoni (i frutteti).

Sul tema dell’etichettatura dei cibi, a seguito di anticipazioni sui lavori preparatori curati da OMS per una riunione dell’Assemblea Onu a livello di Capi di Stato e di governo fissata per il 27 settembre, il Sole 24 Ore il 17 luglio titolava Onu, agroalimentare sotto accusa: olio e grana come il fumo e riprendeva l’argomento il 20 luglio titolando Il documento in discussione all’Onu che mette a rischio il made in Italy alimentare per controbattere smentite a mio avviso poco convincenti e critiche piuttosto superficiali che accusavano il primo articolo addirittura di diffondere fake news.

Il documento predisposto ha in realtà passaggi con risvolti che possono suscitare allarme: “L’Oms raccomanda ai governi politiche per un’adeguata informazione, nelle scuole ad esempio, ma anche direttamente presso il consumatore con un’etichettatura dei prodotti in grado di fornire chiare informazioni sul loro contenuto. Anche le politiche dei prezzi possono essere utili. In particolare, se prodotti non-sani sono disponibili a prezzi bassi è più alta la probabilità che il loro consumo aumenti.” E la smentita che arriva dalla OMS a mio avviso non tranquillizza affatto: “L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) non «criminalizza specifici alimenti», ma fornisce indicazioni e raccomandazioni per una dieta sana e le notizie di «bollini neri dell’Oms su tale o tale alimento non sono corrette». Nell’ambito alla lotta alle malattie croniche, dal diabete al cancro alle malattie cardiovascolari, l’Oms si adopera in particolare per promuovere la riduzione del consumo di sodio, zuccheri e grassi saturi. L’Oms non criminalizza determinati alimenti ma raccomanda politiche che promuovano un consumo parsimonioso degli alimenti che hanno alti contenuti di sodio, zuccheri o grassi saturi.

Abbiamo assistito ad uno scontro su tutti i canali di comunicazione tra chi accusava di fake news questi giornali e plaudeva alla trasparenza e chi preannunciava gravi danni potenziali alle produzioni tradizionali italiane di alta fascia. Una raccolta abbastanza completa delle diverse posizioni si trova in un contributo di Sky tg 24. Secondo me la questione è più complessa di quanto abbia compreso la maggioranza degli intervenuti nel dibattito e non è affatto da escludere che le ripercussioni negative possano esserci, e anche massicce. Innanzitutto sul merito della vicenda: a. anche il grande pubblico sa che il rapporto non è tra singolo cibo e salute, ma tra dieta (mix di dosi di alimenti) e salute; b. la situazione va differenziata per paesi fino al paradosso che anche nei paesi dove c’è insufficiente alimentazione il pane avrebbe bollino rosso; c. (paradossalmente) ammesso che alcuni cibi siano da sconsigliare non è detto che l’allarme e la proibizione sortiscano l’effetto perseguito: esempi: zucchero, alcol, fumo (e volendo anche droghe). Premesso che non è col semaforo che si fa educazione alimentare, sulle procedure in corso credo che da parte italiana non si debba “abbassare la guardia” e il monitoraggio già in questa fase istruttoria debba essere accorto e continuo. Chi sostiene che si debba attendere i documenti finali mi ricorda il famoso detto sui buoi e la loro stalla che andrebbe chiusa prima della fuga e non dopo. La storia dell’etichettatura con i semaforini/bollini gira da anni. Chi vuole conoscere i retroscena legga un articolo di ottobre 2016 interessante e abbastanza completo (Germania, USA, Francia, UK) https://www.foodnavigator.com/Article/2016/10/14/Green-light-for-colour-coded-labels-Study . Hanno già preparato i campioni.

Le smentite dell’OMS mi sembrano poco convincenti anche perché ora, per far passare il principio si afferma che nei documenti ufficiali sono presenti solo generici orientamenti senza specifica dello strumento, ma acquisito il principio verranno tirati fuori “autorevoli studi del mondo scientifico” come quello tedesco americano citato nell’articolo linkato e ci saranno imposti i semaforini in fase applicativa. Vedo sui social troppi buonisti concilianti che rischiano di sorbettarsi qualunque furbata perché sarebbe ineducato dire di no agli organismi internazionali e non si rendono conto che una merendina prodotto industriale non identificato quanto ai materiali di partenza e all’origine, se architettato con giusto mix (penso a certe non meglio qualificate merendine) andrebbe sullo scaffale con bollino verde mentre il prosciutto o il parmigiano (in quanto singoli alimenti “sbilanciati” rispetto al sale) andrebbero con il bollino rosso. Addirittura, colmo dei colmi, potrebbe succedere che un’imitazione artefatta con nome farlocco tipo parmesan senza sale sarebbe con semaforo verde e il vero parmigiano con semaforo rosso. Questo soprattutto sui mercati esteri dove imperversano già le imitazioni inaccettabili delle eccellenze italiane. Se così fosse, il riconoscimento della dieta mediterranea come patrimonio dell’umanità conferito dall’Unesco diventerebbe una presa in giro nella sostanza.

La polemica è vivace e prolungata sulla valenza dei prodotti agricoli denominati “biologici” o più brevemente “bio” con risvolti diversi: C’è un reale valore aggiunto nel cibo che rispetta i canoni bio? Quanto è diffusa la contraffazione, o meglio il non rispetto integrale delle norme? Il futuro dell’agricoltura italiana può essere tutto, o prevalentemente nel bio? Un quadro della situazione dal punto di vista degli scettici sulla validità di questa linea produttiva è stato esposto recentemente in un articolo di Elena Cattaneo su Donna (l’inserto di Repubblica) a mio avviso abbastanza convincente intitolato Il biologico? Sì, fa bene. Ma solo a chi lo produce, spiegando come il beneficio ci sia per il produttore che prende i sussidi, ma come per la collettività ci sia invece un danno non solo per l’acquirente che paga il prezzo più elevato pur non essendo la qualità oggettivamente migliore, ma anche per il contribuente che paga in sostanza i sussidi, mentre la resa per ettaro coltivato è decisamente inferiore. Un’indicazione per un punto di equilibrio può partire dai risultati di un’indagine citata nell’articolo secondo la quale gran parte degli acquirenti è pronta a pagare dal 30% al 100% in più per avere un prodotto vantaggioso per la salute o l’ambiente (e crede che il biologico lo sia).  Allora, visto come il produttore è martoriato su altri fronti, se ha trovato qualcosa di conveniente lasciamogliela (certo non nel senso della presa in giro del consumatore, ma nel senso di una creazione di valore “reale”, cioè con adeguati protocolli e certificazioni) che consegua l’obiettivo finale del consumatore. Questa linea di comportameto può tradursi in controlli più severi, maggiore educazione del consumatore, un’articolazione del mercato meno manichea (tra chi considera i prodotti bio una solenne presa in giro e chi immotivatamente e a volte strumentalmente considera “contaminata” la moderna agricoltura che si avvale con responsabilità delle possibilità di intervento offerte dalle tecnologie. Tra questi ultimi molti dimenticano che la contaminazione può essere una realtà, spiacevole realtà, che viene dalla natura se l’uomo non interviene: le micotossine sono un esempio di  tossicità naturale più frequente e pericoloso di quanto non si creda). Su questo mito, pericoloso, che la naturalità garantisca sempre e comunque la salubrità ritorno nella parte conclusiva.

Il tema dei controlli e delle contraffazioni è prepotentemente al centro di un altro argomento caldo e di grande attualità: i trattati di libero scambio con incerte garanzie (emblematico il caso del trattato con il Canada denominato CETA). Le opinioni al riguardo sono difformi: suggerisco la lettura di due articoli uno di Dario Casati a favore, pubblicato sul sito FIDAF l’altro su Repubblica dove sono esposti gli argomenti contrari. Alcuni considerazioni: il Trattato è temporaneamente in vigore (in attesa di ratifica parlamentare) dal 21 settembre 2017; i dati sull’effetto commerciale sono limitati e interpretati in modo contraddittorio.  È opportuno un approfondimento su tre elementi: le cosiddette quote (dall’attuale formulazione sarebbero penalizzati prodotti come il parmigiano e il prosciutto); la difesa contro la contraffazione (secondo alcuni sarebbero aumentate); la reciprocità del regime dei controlli (alcuni temono che vengano legittimati per l’uso in Italia prodotti sottoposti a trattamenti nel rispetto delle norme canadesi ma che non sono consentiti per le produzioni italiane).

Il punto chiave è ancora aperto perché non attivato in fase transitoria: mi riferisco agli strumenti previsti (sostanzialmente collegi arbitrali privati e sebza un corpus giuridico di riferimento) per decidere sulle controversie che sorgeranno, inevitabilmente, in fase applicativa. Come andranno a finire le controversie tra il piccolo produttore italiano e una multinazionale dell’agroalimentare, ma anche tra il Governo italiano e una multinazionale (se quest’ultima impugnasse una norma nazionale perché ritenuta contraria a clausole del Trattato)? La celerità nel dirimere le controversie assicurata dagli arbitrati sarà pure un valore, ma vanno tutelate anche l’equità e la par condicio nella stagione delle lobby internazionali e della finanza internazionale. Come spesso accade, il diavolo è nei dettagli ed è meglio affrontarli tempestivamente questi dettagli. Chi mi vuol tranquillare rispondendo “Si vedrà in pratica” mi ricorda il proverbio, già evocato, su buoi e stalle.

L’ultima questione, ultima solo nella breve lista di questa. nota è quella della catena del valore sbilanciata a danno delle fasi iniziali. Un esempio mi ha colpito particolarmente. Quando ero bambino (metà del secolo scorso) un chilo di grano portato al mulino e poi al forno pubblico dava un chilo di pane o poco meno e il prezzo finale di un chilo di pane (tenuto conto della perdita di peso nel passaggio alla farina e del riacquisto di peso nella panificazione) non era molto diverso da quello di un chilo di grano. Oggi il rapporto è trenta a uno (questo risulta da un articolo ben documentato sull’edizione di Alessandria della Stampa che non esita a denunciare le manovre speculative messe in atto dai mediatori buttando sul mercato, in concomitanza con la raccolta e vendita del raccolto annuale, grano stoccato d’importazione (sulla cui qualità fervono le polemiche) e facendo quindi crollare il prezzo. Altre fonti riportano un rapporto di prezzo meno clamoroso, ma comunque sconcertante: un fattore 15 e sottolineano il crollo del prezzo del grano dimezzato in cinque anni. Dal massacro delle condizioni del produttore non viene alcun beneficio per il consumatore, anzi. Trovo semplicistica la risposta che l’Italia non essendo “vocata” per caratteristiche del territorio a produzioni di massa (in particolare di cereali) debba ricorrere all’approvvigionamento dall’estero per certe “commodities”: viene di nuovo fuori i problemi dell’estensione di questo ricorso all’estero (in particolare quando il ragionamento si estenda anche ai foraggi) dei protocolli di produzione con relativi controlli, della messa in discussione del brand che si ripercuote sul prodotto finito e non meno importante dei riflessi occupazionali.

Chi ha avuto la pazienza di arrivare a questo punto noterà che è stata esclusa la questione degli OGM (qualcuno potrebbe dire elusa): ho scelto di non inserirla tra le questioni “di sistema”; è un elemento importante ma non di portata generale quanto gli altri. Per evitare l’accusa di elusione rimando a un mio recente post DI aggiornamento sull’argomento che fornisce anche rinvii ad approfondimenti. Da quell’articolo riprendo una citazione che mi serve da introduzione per le considerazioni che seguono:

La riprovazione va invece al soggetto cui è dedicato l’articolo, il britannico Mark Lynas il quale – ci informa Marcenaro – “ha denunciato all’improvviso, che i dati con cui lui e i suoi colleghi avevano messo in guardia per anni sulla pericolosità degli OGM erano falsi. Non sbagliati. Falsi. non deboli. Falsi. Non carenti. Falsi”. Ma ancora più sorprendente è la motivazione addotta da Lynas; le parole che seguono sono sue: “C’è un naturalismo pericoloso dietro a questa ideologia, il mito della natura illibata, molto insistente, ma pericoloso”.

Le otto questioni che interessano i quattro gruppi di soggetti (i produttori, i consumatori i trasformatori e i distributori) incrociano diversamente quattro aree di riflessione:

  1. La qualità (sostanziale, documentata e comunicata) promuovendo e incoraggiando la tendenza del consumatore ad apprezzarla in tutti i suoi risvolti inclusi quelli della salute, della protezione dell’ambiente, dell’uso accorto delle risorse dell’equità sociale) e difendendo la specificità italiana in tal senso- Segnalo come una delle meritorie iniziative volte a costruire un dialogo tra le diverse componenti del mondo agricolo e la pubblica opinione l’Osservatorio per il dialogo sull’agroalimentare un’iniziativa di approfondimento e informazione che adotta uno schema partecipativo volto a superare diffidenze, pregiudizi e schematismi purtroppo diffusi e causa di incomprensione e conflitto.
  1. Le regole (inclusa l’etichettatura, ma seria ed efficace) e i controlli (non è concettualmente accettabile la delega in bianco ai mercati perché per definizione un mercato è tale solo se ha regole anche esterne) in particolare nella consapevolezza che il sistema dei controlli italiani è tra i migliori al mondo e va tutelato da trappole quali una malintesa reciprocità introdotta da accordi internazionali.
  1. I meccanismi di formazione dei prezzi e la “giusta mercede all’operaio” (in questo caso il termine va inteso in senso evangelico di chi lavora, dal salariato agricolo all’imprenditore agricolo); questo non solo per equità, ma per evitare una corsa al ribasso di qualità del prodotto, di salari e condizioni di lavoro, di biodiversità nel senso più ampio del termine, inclusi gli aspetti culturali importanti per l’Italia che ha ricchezze da valorizzare nell’incrocio turismo, beni culturali, enogastronomia.
  1. La valenza irrinunciabile della ricerca e della sperimentazione in agricoltura che tanti meriti ha avuto in passato per una proficua trasformazione delle realtà agricole nei Paesi sviluppati e per la lotta alla carestia e alla fame negli altri Paesi e che invece in questa fase incontra fraintendimenti e ostacoli.

Le quattro aree di riflessione sono tutte riconducibili al concetto di sostenibilità che deve essere sociale ed economica oltre che ambientale e non è il caso di cedere a un neoliberismo ideologico. In sintesi le speranze possono essere riposte in una agricoltura sostenibile vale a dire un sistema sostenibile dove produzione, trasformazione, distribuzione raggiungano un equilibrio.  Progressi in tal senso possono essere conseguiti attraverso la ricerca e la sperimentazione rimuovendo le barriere tecniche, economiche, normative, burocratiche, sociali e culturali che limitano l’innovazione orientata all’agricoltura sostenibile. Il ruolo del consumatore, deve divenire sempre più qualificato e sempre più incisivo. In questo quadro si inserisce positivamente anche la lotta agli sprechi che non hanno alcuna giustificazione e anzi sono menzionati da alcuni interlocutori all’interno della distribuzione come una voce dei costi da ribaltare sul consumatore.

In questo logica dovrebbe essere definita la nuova PAC, integrandola con altre partite aperte a Bruxelles (ambiente, energia, innovazione tecnologica, coesione territoriale, aiuti allo sviluppo) e anche valorizzando di più il potenziale apporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) di Parma.

I produttori e i consumatori sono manifestamente gli anelli deboli della catena. Può darsi che a ben vedere l’esperienza “km zero” sia mossa prevalentemente da un desiderio di eliminare le intermediazioni il cui costo non sia comparabile con il valore aggiunto generato (in altre parole una sorta di alleanza tra vittime contro gli “oppressori”). Ma anche qui, attenti alle furbate. Tramontata la promozione di Michelle Obama si attenua anche la passione per gli orti urbani di famiglia, un fenomeno che non ha potenzialità di impatto reale sui consumi, ma potrebbe avere una valenza educativa se ben orientato e circoscritto evitando confusioni e strumentalizzazioni.

Sconfinando dall’area delle otto questioni, una provocazione finale “di striscio”: ci avviamo per il produttore agricolo a un reddito integrativo di “cittadinanza delle campagne” o meglio di “impegno nelle campagne”? O già da decenni sono già parzialmente tali certi contributi erogati dalla PAC? Io sono favorevole alla “giusta mercede” come sopra definita che tenga anche conto della valenza occupazionale, e di presidio del territorio del comparto agricolo.

——

P.S. Ringrazio l’amico e collega Luigi Rossi, Presidente della Fidaf Federazione Italiana Dottori in Agraria e Forestali che da grande conoscitore del mondo agricolo mi conforta con suggerimenti e critiche nelle mie considerazioni su quella grande realtà il cui peso e i cui meriti sfuggono a molti.

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