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Sicurezza alimentare a rischio in un mercato comunitario fragile

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Lodovico Fiano

Il commercio mondiale subisce da molto tempo un profondo squilibrio. Sono state erette barriere tariffarie e non tariffarie, estese anche sul piano monetario e finanziario: una vera: e propria guerra dei dazi. Appare difficile contare sulla piena disponibilità dei principali attori mondiali ad assicurare una indispensabile pacificazione dei rapporti internazionali. Del resto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio appare del tutto inadeguata a regolare l’attuale realtà commerciale.

Il vecchio continente risulta l’area più aperta del mondo. Sul piano commerciale comunitario si impone, quindi, una vera e propria svolta, con l’obiettivo di attenuare una evidente discrasia nel contesto internazionale. Come può l’UE essere fideisticamente liberista, quando il resto del mondo risulta sempre più protezionista?

La esponenziale apertura commerciale della UE, con abbattimento o forte riduzione delle barriere daziarie è stata acquisita attraverso accordi internazionali stipulati spesso senza un’attenta ponderazione del conseguente impatto sul territorio e senza ammortizzatori che tengano conto di possibili situazioni di eccedenza o penuria dei prodotti. L’accelerazione del processo di internazionalizzazione dei mercati rende, conseguentemente, le quotazioni internazionali un riferimento pressoché vincolante per la formazione dei prezzi sul mercato interno, divenuto a sua volta una componente integrata del mercato internazionale.

Si è sempre pensato ed in conseguenza agito seguendo necessità del mercato e fatto produrre quasi tutto là dove, apparentemente, costava di meno. Un tale indirizzo ha compromesso le produzioni meno competitive, con particolare riferimento alle produzioni agricole, amplificando la dipendenza delle aree deficitarie. II Paesi più industrializzati hanno sempre preferito importare a prezzi più bassi da aree con costi produttivi ridottissimi; derivati troppo spesso da profondi divari economici, sociali, ambientali.

Particolare attenzione merita il caso dei i Paesi in via di sviluppo – quali fra i tanti la Cina, l’India, il Brasile – a cui è stato accordato di derogare alle regole di concorrenza: una condizione produttiva privilegiata che spinge al ribasso i prezzi mondiali e richiede una rimodulazione soprattutto con riferimento al comparto agricolo comunitario che, in nome di un presunto potere autoregolante dei mercati, è stato privato da tempo di quella assoluta protezione riconosciuta fin dall’origine della PAC, attraverso l’isolamento dalla volatilità e dalle perturbazioni del mercato mondiale.

La pandemia giunge trovando una Europa in piena e persistente congiuntura negativa ed ha accentuato la fragilità e l’estremo disordine negli scambi commerciali.

L’emergenza sanitaria non conosce confini geografici ed accentua fortemente la crisi del mercato internazionale con una incidenza di difficile valutazione, poiché dipende dalla permanenza della pandemia, dalla durata e dalla efficacia delle misure di contenimento, dalla velocità della successiva ripresa. Uno shock esogeno che ha colpito tutti, ma con conseguenze asimmetriche ed una crescita esponenziale della povertà.

Molti Paesi, grandi produttori ed esportatori, sono stati spinti a modificare la propria strategia commerciale, per fronteggiare movimenti speculativi che spingono ad accaparramenti sotto la spinta del panico, con il rischio di compromettere la stessa sicurezza alimentare. Una percezione irrazionale, ma proprio per questo poco controllabile: in effetti, un’ulteriore accelerazione del processo di de-globalizzazione, con un trasferimento della produzione in luoghi vicini al consumo. Un contenimento dell’offerta estremamente pericoloso, che può facilmente tradursi in una forte volatilità se non in un abnorme aumento dei prezzi per comparti di grande valenza strategica e conseguente in difficoltà di approvvigionamento nelle aree deficitarie. Risultano a rischio soprattutto le merci a basso valore aggiunto, in primis i prodotti agricoli, di cui si può avvertire un immediato bisogno in particolari ed impreviste situazioni di emergenza, come quella attuale – piuttosto che sotto la pressione di perturbazioni socio-economiche o conflitti armati. Emblematico è il caso delle mascherine o altri dispositivi sanitari ma anche importanti comparti manufatturieri quali, a titolo puramente esemplificativo, le produzioni chimico-farmaceutiche, l’acciaio, l’alluminio.

L’UE, nelle sue espressioni istituzionali, da tempo ha preso atto di come una eccessiva liberalizzazione commerciale venga sempre di più percepita in termini di disuguaglianze sociali, di perdita di posti di lavoro, di minor tutela dell’ambiente e della salute: Lo stesso Parlamento Europeo ha avvertito l’esigenza di riconoscere e rispondere a queste preoccupazioni, perseguendo in tal modo un equo commercio globale. Secondo autorevoli analisti europei la crisi sanitaria può offrire l’occasione di rimettere in causa il sacro dogma dell’approvvigionamento sui mercati mondiali, incrinato sempre più dalla realtà dei mercati internazionali. Non vengono tuttavia prospettate revisioni radicali e sistemiche della politica commerciale comunitaria quanto piuttosto meccanismi di cooperazione tra le politiche nazionali nella gestione del mercato interno quali ad esempio un idoneo adeguamento delle scorte, costoso ed oltretutto esiziale per le aree a ridotta autosufficienza.

Gli interventi non convenzionali della BCE, ancorché fortemente accentuati e superiori a quelli della crisi del 2008, non possono essere illimitati per non rischiare di compromettere gli equilibri finanziari nell’UE. Come sottolineato in una Risoluzione del Parlamento Europeo, sarà necessario un bilancio comunitario ambizioso, irrobustito da risorse fresche e di dimensioni senza precedenti, proporzionate ad interventi di ampio respiro ed articolati anche in termini di sussidi a fondo perduto.

Cosa succederà dopo la pandemia? La politica comunitaria, come del resto quella dei singoli Paesi Membri, deve cominciare a pianificare il post pandemia, soprattutto se nel frattempo non saranno quanto meno attenuati profondi e da troppo tempo persistenti differenziali economici e sociali tra le diverse aree.

Alla fine del 2020 si prevede che il nostro debito pubblico raggiungerà il 159% del PIL.

Il settore agroalimentare appare fra i più esposti ad un confronto competitivo rispetto all’esterno ma anche all’interno dell’UE. L’Agricoltura, oltretutto, dovrà subire una drastica riduzione dei supporti finanziari comunitari, a causa dei maggiori impegni legati al Covid-19 ed agli indirizzi prioritari di una nuova politica Green.

Nel 2019 il nostro deficit agroalimentare si posiziona a livelli molto elevati, con una media riferita ai prodotti di base del 55,13%.

Picchi di ampie dimensioni sono rilevabili con riferimento a settori quali il molitorio (45%), le carni (40%), l’olio e i grassi (60%), l’alimentazione animale (65%), i prodotti da forno (28%), i gelati (30%) lo zucchero (80%), il lattiero caseario (45%). Per i prodotti finiti una incidenza può derivare, oltretutto, da fenomeni striscianti di delocalizzazione produttiva.

Per il nostro Paese il forte deficit di autosufficienza viene accentuato dalla necessità di coprire oltre i consumi interni anche importanti flussi in esportazione di prodotti trasformati. L’Italia, più di altri paesi, appare maggiormente esposta ad una estensione sempre più ampia dello status di trasformatore di prodotti agricoli importati. Oltretutto, in una situazione di diffusa difficoltà economica e di una sempre più amplificata disuguaglianza sociale, gli acquisti a prezzo ridotto rischiano di fare aggio sulla qualità.

La forte fragilità del mercato interno comunitario, di fronte ad un commercio internazionale sempre più condizionato da profondi e pressoché insanabili squilibri, rende più che opportuna una verifica del diversificato grado di incidenza derivante dalla forte dipendenza dal mercato internazionale. La stessa sicurezza alimentare in tutti i Paesi Membri, rischia di essere compromessa.

Un’analisi dei bilanci per il 2019, relativo ai quattro più importanti Paesi della UE, può fornire un significativo riferimento.

Il bilancio agroalimentare UE presenta un saldo positivo del 6,5%; il saldo negativo dei prodotti agricoli del 57,3%, infatti, viene ad essere compensato da un surplus dei prodotti trasformati del 63,2%. Trattasi, naturalmente, di medie che non tengono conto del grado di autoapprovvigionamento dei singoli Paesi né della specificità commerciale dei singoli prodotti. Il valore degli scambi, viene assunto sulla base della media globale e sullo stretto piano numerico a prescindere dall’effettiva movimentazione fisica. In questa particolare chiave di lettura, si può quindi individuare una sorta di traffico di perfezionamento attivo che sollecita grande attenzione nel contesto di una sempre più accentuata internazionalizzazione del Mercato Interno.

La Spagna presenta un saldo nella esportazione dei prodotti trasformati ampiamente superiore al saldo globale delle proprie importazioni: con un condizionamento internazionale nettamente ridotto.

L’Italia, la Francia e La Germania, ancorché con ampie differenziazioni, presentano un saldo positivo nella esportazione extra-UE dei prodotti trasformati, sulla base però di un livello delle importazioni intra ed extra UE nettamente più alto. In concreto, il surplus nelle esportazioni extra UE dei prodotti trasformati viene alimentato dai flussi di importazione di prodotti di base intra ed extra- UE. Ne deriva una forte dipendenza dal mercato internazionale.

Con riferimento a questo specifico bilancio, la Francia e la Germania presentano un saldo positivo sia negli scambi extra-UE che in quelli intra-UE, mentre per l’Italia permane un saldo negativo negli scambi intra-UE. Un saldo persistente ma che, dopo una riduzione progressiva, si pone oggi al livello più basso degli ultimi 15 anni.

In particolare:

L’Italia presenta un surplus delle esportazioni dei prodotti trasformati che, però, corrisponde al 90,32% del saldo negativo cumulato negli altri scambi intra ed extra-UE.

La Francia presenta un surplus delle esportazioni dei prodotti trasformati che, però, corrisponde al 37,86% del saldo negativo cumulato negli altri scambi intra ed extra-UE.

La Germania presenta un surplus delle esportazioni dei prodotti trasformati che, però, corrisponde al 19,67% del saldo negativo cumulato negli altri scambi intra ed extra-UE. Una percentuale ridotta che sconta un forte saldo positivo negli scambi intra-UE dei prodotti trasformati.

La Spagna esprime un’ampia sostenibilità competitiva nei confronti del mercato terzo, essendo l’unica tra i quattro Paesi, a presentare un bilancio agroalimentare con un saldo positivo. Negli scambi extra-UE per i prodotti trasformati si può constatare un saldo positivo che rappresenta il 41,26% del saldo positivo cumulato negli altri scambi.

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