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Selvicoltura, questa sconosciuta

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Salita alla ribalta per essere stata inclusa dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel novero delle attività essenziali durante l’emergenza sanitaria, la selvicoltura (o silvicultura) è una attività di cui in Italia non si sente molto parlare.

Ma che cos’è la selvicoltura, e a cosa serve? E perché è così importante?

La selvicoltura è la scienza che studia l’impianto, la coltivazione e l’utilizzazione dei boschi, con l’obiettivo di soddisfare le esigenze economiche e sociali della società, nel rispetto delle caratteristiche ecologiche degli ecosistemi forestali – cioè assecondando le condizioni e le modalità in cui le foreste vivono e si sviluppano.

Le esigenze della società sono rappresentate non solo dalla produzione di legno ma anche da altri importanti servizi ecosistemici: ricreazione, paesaggio, protezione dei versanti, prevenzione dagli incendi. Alcuni di questi servizi hanno una rilevante funzione pubblica e possono in alcune situazioni diventare urgenti. La stessa raccolta del legno rappresenta spesso un sostegno economico vitale per le piccole comunità di montagna ed è uno degli elementi fondamenti di una economia circolare o green economy.

Tutte queste esigenze devono poter essere soddisfatte sia oggi che negli anni a venire. Per questo, ogni intervento selvicolturale deve bilanciare continuamente la conservazione e l’utilizzazione dei boschi. Questo richiede conoscenze scientifiche, cura e responsabilità. Nonostante venga da molti associata al “taglio del bosco”, la selvicoltura infatti non può fare a meno di altre due fasi fondamentali:

La coltivazione del bosco, con interventi indirizzati a migliorare la produzione di legno e di servizi ecosistemici (ad esempio il diradamento, cioè fare spazio agli alberi delle specie o dalla forma più adatta a produrre assortimenti legnosi di qualità ma anche a resistere al vento, a ridurre le possibilità di diffusione del fuoco o ad altre pressioni dell’ambiente);

La rinnovazione, con interventi che creano o anticipano le condizioni necessaria a garantire il perpetuarsi del bosco, che avviene attraverso i semi rilasciati dagli alberi non tagliati (rinnovazione naturale), piantando nuovi alberi nati in vivaio (rinnovazione artificiale) o attraverso il ricaccio dei polloni nel governo a ceduo.

L’insieme di queste attività che riguardano la rinnovazione, la coltivazione e la raccolta definiscono un sistema selvicolturale.

Quindi gli interventi selvicolturali possono non prevedere il prelievo di legname (ad esempio il rimboschimento), prevedere il prelievo di legname ma non per fini economici immediati (la coltivazione del bosco che viene applicata per migliorare la qualità del prodotto finale o per aumentare la resistenza del bosco ad eventi meteorologici), prevedere il prelievo di legname anche per scopi economici (i tagli di utilizzazione/raccolta che avvengono a fine turno nei boschi coetanei o periodicamente nei boschi disetanei che includono raccolta di legname e preparazione della fase di rinnovazione) ma possono anche prevedere tagli (con esbosco del legname o con il rilascio del legname in bosco) finalizzati prioritariamente o esclusivamente alla valorizzazione di altri servizi ecosistemici (turismo, ricreazione, paesaggio, funzione protettiva, prevenzione nei confronti di incendi, aumento della resistenza e della resilienza).

Nello stesso tempo non sempre un prelievo di legname può essere definito un  “intervento selvicolturale”. In nazioni che hanno un basso livello di tutela delle foreste i tagli possono assumere la connotazione di tagli di rapina o high grading secondo la terminologia anglosassone, che significa che si preleva solo la parte bella, più remunerativa o anche tutto il soprassuolo ma senza preoccuparsi di quello che avviene in seguito, cioè si interviene al di fuori di un sistema selvicolturale.

Nei paesi che hanno un elevato livello di tutela, come l’Italia, questo rischio è limitato dal fatto che la normativa prevede per tutti gli interventi che prevedono un prelievo di legname, anche quelli sporadici e non classificabili all’interno di un sistema selvicolturale, una cornice rigorosa (ad esempio stagione di prelievo, modalità e quantità di prelievo, rilascio obbligatorio di alberi per la conservazione della biodiversità etc.) entro la quale possono essere effettuati tutti gli interventi e che serve a garantire il mantenimento della biodiversità e dell’erogazione dei servizi ecosistemici.

La selvicoltura trova la sua piena applicazione solo se abbinata alla pianificazione forestale: il proprietario di un bosco dovrebbe dotarsi di un piano forestale (della validità di 10-15 anni), che prevede una distribuzione spaziale e temporale di tutti gli interventi (rinnovazione, coltivazione e raccolta) all’interno del territorio di sua competenza. Un vincolo fondamentale del piano è che, per tutta la sua durata, la quantità di legno prelevata non deve superare la quantità di nuovo legno cresciuto nella foresta (incremento). Per questo, la pianificazione forestale è uno strumento di garanzia per coniugare la conservazione del bosco con i benefici per la società, cioè produzione legnosa e altri servizi ecosistemici.

Purtroppo, in Italia solo il 18% delle foreste è pianificato (contro una media europea del 50%). Tutti noi amanti degli alberi e dei loro benefici dovremmo lavorare (con il mondo della ricerca, i tecnici, i vari portatori di interesse e le amministrazioni) perché il termine selvicoltura diventi di uso comune quale sinonimo di cura e responsabilità nella gestione del patrimonio forestale e perché ci sia una maggiore diffusione della pianificazione nelle foreste italiane – obiettivi che SISEF persegue con decisione.

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