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Sassari, 21 settembre 2018 – Giornata di studio “Paesaggi rurali. Un progetto per la Sardegna”

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Il carattere dominante del paesaggio rurale della Sardegna è l’estensività: macchia mediterranea e pascoli naturali ricoprono quasi la metà dell’Isola, mentre i boschi e le colture agrarie occupano specifici comprensori, prevalentemente in collina e montagna i primi, in pianura e nelle aree periurbane le seconde. La vegetazione forestale occupa, quindi, più del 50% dell’Isola, mentre la superficie agricola utilizzata è pari al 42,4%, con una dominanza dei pascoli (51,5%) sulla porzione coltivata. Il paesaggio risultante non è, quindi, di norma quello del «giardino mediterraneo», ma piuttosto quello della steppa, della savana quercina e di un disordinato, ma non disarmonico, colorato mosaico di arbusteti.

Si tratta del risultato di un processo avviato all’inizio del XX secolo, quando l’introduzione di nuove tecnologie di caseificazione ha favorito l’espansione degli ovini da latte. La necessità di ampi pascoli ha modificato l’organizzazione sociale dello spazio e impresso le sue forme alla base naturale conferendo un carattere unico e inconfondibile al paesaggio sardo nel panorama italiano.

L’utilizzo collettivo delle terre e il modello policolturale e agropastorale si scontra con la monocoltura pastorale, che a partire dalle colline della Sardegna centrale si diffonde sino alle pianure irrigue spingendosi anche al di fuori dell’Isola. Il mondo contadino ha la sua massima espressione nei villaggi della grande pianura meridionale del Campidano e nelle colline marnose che, mollemente ondulate, la racchiudono a est.

È tuttora leggibile lo storico ordinamento spaziale dei campi coltivati all’intorno del villaggio rurale, organizzato in cerchi concentrici di cui il più interno ospita una ristretta fascia di orti e frutteti, difesa dal morso del bestiame rude da fitte siepi di ficodindia. Superato l’hortus, l’orizzonte si apre su un paesaggio di campi di grano e maggesi, attraversati da una fitta rete di sentieri. È questa una terra a uso collettivo,
l’antico vidazzone, le cui regole di gestione comunitaria, codificate nel XIV secolo dalla Carta de Logu dei Giudici di Arborea, esercitano ancora i loro effetti su molte periferie dei borghi rurali. Oltrepassati i campi di cereali, la macchia e i cespuglieti si infittiscono sino a formare una landa dove la popolazione locale esercita gli antichi diritti ademprivili (legnatico, macchiatico, ghiandatico o pascolo).

L’insediamento diffuso è presente solo in Gallura, Nurra e Sulcis dove le locali comunità hanno fondato una rete di cuiles, furriadroxius, medàus e stazzi, unità abitative isolate ma anche autosufficienti.

La canalizzazione del cambiamento è oggi demandata al Piano Paesaggistico Regionale, che la Sardegna ha definito nel 2006 per le sole aree costiere. L’estensione dello stesso alle aree interne è, tra l’altro, preceduto da un articolato progetto di ricerca i cui principali risultati sono presentati in questa giornata di studio.

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