BANCA DATI

Quale Scuola domani ?

Recenti fatti di cronaca hanno provocato un opportuno intervento del Presidente Mattarella, il quale ha definito “incivili e inammissibili” le aggressioni di genitori e di studenti agli insegnanti ; un intervento che ha contribuito a ricordarmi i lontani anni della mia Scuola elementare.

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Non guasta, ogni tanto, un “ritorno al passato”, per ricordare chi eravamo, come eravamo. La rievocazione dei miei primi giorni di scuola è un delicato e istruttivo ripercorrere i sentieri della memoria, alla riscoperta di personaggi e situazioni che hanno contrassegnato un’epoca ormai così lontana ; e crea l’atmosfera di una fiaba alla quale molti giovani di oggi stenterebbero a credere.

Ho un ricordo perfetto del mio primo giorno di scuola : un giorno di pioggia inattesa e carogna, come sanno essere le piogge nelle giornate consacrate al sole.
Accompagnato da mia madre per le strade e i vicoli che uniscono il “sottano”, ove abitavo, a Lucera, fui consegnato al maestro, in un seminterrato – semibuio e angusto – sito in un edificio fatiscente : il convento di Santa Caterina, così denominato per la ragione che in un lontano passato aveva ospitato suore.
Un seminterrato che oggi non sarebbe utilizzato neppure quale magazzino per merce rozza, ma che nel lontano 1935 ospitava venticinque bambini spauriti, laceri, affamati. Vi si accedeva, ricordo chiaramente, dal portone principale dell’ex convento, attraversando ambienti scalcinati e tetri, percorrendo praticamente tutto un lato del vecchio complesso edilizio.
La mia scuola si affacciava sul cortile interno, centrale : un quadrato di terra – fango appiccicoso nei mesi invernali e polvere noiosa in quelli asciutti – che consentiva vita stentata a pochi ciuffi di erbe spontanee e a qualche oleandro triste.
Ricordo perfettamente il mio maestro della prima elementare ; era un poeta dialettale, al quale sono stati tributati riconoscimenti non ordinari, soprattutto …… postumi. Ci trattava con affetto, senza rancore per il fatto che lo distraevamo dalla sua diletta poesia. Minuto, spesso assorto, ci introduceva nei misteri dei numeri, delle maiuscole, della formazione delle sillabe.
Le lezioni iniziavano e terminavano al suono di una campanella, né elettrica, né metaforica : su di un muro del cortile – le classi erano poste su tre dei quattro lati di esso – ve n’era attaccata una, che l’unico bidello faceva rintoccare con coscienziosa puntualità.
Non saprei descrivere con altrettanta precisione le aule nelle quali ho trascorso i successivi anni delle elementari, presso una nuova scuola, ubicata in uno dei posti più belli della città. Un’opera meritoria, che sottrasse noi giovani scolari a insalubri aule ricavate in locali non idonei, per sistemarci in un complesso edilizio degno di tutto rispetto : luminoso, spazioso, ben riscaldato d’inverno. Forse per questo anonimo : privo, cioè, di elementi che favoriscono un ricordo duraturo.
Ho memoria chiara, invece, del maestro del primo triennio : anziano, taciturno, burbero, perennemente alle prese con un mezzo sigaro dispettoso, restio a farsi fumare.
Lo ricordo soprattutto per una ragione : aveva l’abitudine di fare lunghe passeggiate, subito dopo il pranzo. E io dovevo accompagnarlo. Lo odiavo, perché mi sottraeva ai miei compagni, che io ritenevo più fortunati di me, in quanto liberi di dedicarsi ai giuochi preferiti, che si svolgevano in strada, anche perché non sarebbe stato possibile organizzarne nei sottani ove abitavamo, angusti e affollati.
Ero costretto a trascorrere un paio d’ore al giorno con lui, camminando lungo sentieri della periferia e della vicina campagna ; una tortura, poiché spesso egli ritornava sulle questioni trattate la mattina a scuola – storia e geografia, in particolare – con approfondimenti per me impegnativi.
E mi “tormentava”, soprattutto con riflessioni riferite alle stagioni, agli animali e ai contadini che incontravamo, i quali gli rivolgevano rispettosi saluti, togliendosi il cappello già prima di incrociarci.
Un esempio di quanto proficua sia stata, per me, questa particolare benevolenza, che io ho capito e apprezzato soltanto da grande. E’ pomeriggio e lungo le pendici di una collina arranca un carretto carico di verdure, trainato da un asino. Una ruota del misero mezzo cigola maledettamente. Il maestro, dopo aver risposto al saluto dell’ortolano – togliendosi, come di abitudine, anch’egli il cappello – mi dice : hai sentito il cigolio della ruota ? Ebbene sappi che nei carretti cigolano le ruote malandate e nella vita cigolano le persone poco intelligenti.
In quinta elementare ebbi un altro maestro : basso, duro, esigente, accuratissimo nel vestire. Aveva sulla cattedra, in bella evidenza, una spazzola della quale faceva quotidiano doppio uso : spolverava frequentemente la giacca e dava colpi sul palmo della mano del malcapitato di turno. Ma erano “palmate” giuste, mai distribuite a caso. Con lui era vietato distrarsi o, peggio, farsi trovare impreparati. Anche di lui ho un ricordo particolare.
L’esame di ammissione alla scuola media – l’accesso non era automatico, in quanto l’obbligo scolastico si esauriva alle elementari – si sosteneva innanzi a una commissione della quale facevano parte docenti delle medie e uno dei maestri delle quinte elementari. Il caso volle che quell’anno della commissione facesse parte il mio maestro.
Superate le prove scritte, venne il giorno di quelle orali. Quando arrivò il mio turno notai che egli faceva dei cenni agli altri commissari, come per dire : adesso vedrete che fenomeno ! Evidentemente ciò mi bloccò. Alla prima domanda, nessuna mia risposta ; e scena muta anche per la successiva. Grande imbarazzo dei commissari, ma non del mio maestro, il quale si alzò e mi mollò un ceffone. Miracolo : risposi di colpo a tutte e due le domande.
Le buone frequentazioni, soprattutto nell’età della formazione, sono una fortuna eccezionale. Gli insegnamenti dei Maestri – ma erano altri tempi – costituivano occasioni fidate per apprendere ciò che …. nessun canale televisivo e nessun cellulare possono insegnare.

Giochi di bambini - Pieter Brueghel Il Vecchio

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