BANCA DATI

Presentazione del libro “World Food Production”

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A differenza della maggioranza dei precedenti interventi che sono stati prevalentemente vere e proprie relazioni di ampio respiro su temi affrontati nel libro mi concentrerò, interpretando in modo restrittivo il senso di un incontro di presentazione sul commento del testo da presentare, anche se proverò a riprendere alcuni spunti dai contributi molto interessanti portati dagli altri oratori.

Iniziamo con i pregi del libro (dico subito che per me il libro sarà un data bank di riferimento, ma anche un policy book di riferimento – aiuterà a questo scopo la versione digitale):

  • completezza da tutti punti di vista: temi, discipline, dati, ambiti territoriali, intera filiera, struttura del mercato
  • equilibrio dell’approccio che evita trionfalismi e catastrofismi, denunce sterili, rivendicazioni di un primato della scienza che se si allontana dalle considerazioni di fattibilità rischia di diventare autoreferenziale
  • spirito di proposta: il libro mi ha colpito favorevolmente perché emerge il messaggio si può affrontare con successo la questione della produzione di cibo nel mondo purché siano soddisfatte alcune condizioni quanto a obiettivi, risorse, ruoli.

Vediamo allora queste condizioni, su quali fronti occorre impegnarsi. Il libro li individua tutti ne scelgo tre non di area strettamente tecnico-scientifica:

  • educazione (culturale sociologica non solo formazione tecnica, ma dialogo per costruire consenso) per costruire la risorsa più preziosa che è quella della conoscenza (mi sembra questo aspetto sia stato centrale nel contributo di Vincenzo Tabaglio)
  • logistica (penso alla rivoluzione agricola italiana anni ’50, ’60, ’70 che trovò un impulso decisivo nello sviluppo e miglioramento della viabilità in forma consortile, nei consorzi di bonifica, nelle centrali ortofrutticole, nelle cantine sociali, nel credito per il miglioramento fondiario e la meccanizzazione agricola insieme con l’assistenza tecnica degli Ispettorati Provinciali dell’Agricoltura)
  • governance politica dei destinatari degli aiuti (a volte i Governi locali fanno parte del problema più che della soluzione), e dei donors anche alla luce dei recenti ripensamenti degli Organismi internazionali rispetto ai fallimenti del libero mercato e più in generale dell’esigenza di rivedere l’assetto il ruolo e i costi di questi organismi; ho già detto che la rivoluzione verde italiana non fu libero mercato, ma riforma agraria a tutto tondo e non fu libero mercato nemmeno la rivoluzione verde dei primi anni ’70 in India e in alcuni Paesi del Sud Est Asiatico.

La questione “che fare” si intreccia ovviamente con quella delle risorse  che non a caso compare nel sottotitolo. Apprezzo l’analisi, molto ben strutturata e largamente condivisibile (cito solo l’attenzione posta nel libro ai disordini alimentari dell’Occidente come un esempio particolarmente rilevante), con una sottolineatura di dettaglio, oltre alla già ricordata importanza di logistica e governance: penso vada approfondita la questione della disponibilità dei suoli (quanto ai paesi sviluppati qualcuno mi spiegherà la coerenza tra scarsità dei suoli e politica del set aside, mentre è cruciale la difesa dell’humus con tutte le implicazioni; quanto ai PVS – oohps World Bank ha cambiato terminologia –  il suolo agricolo va sì difeso dagli sfruttamenti (che sono dovuti a interventi delle multinazionali, ma anche dell’asportazione di ogni scheggia di materiale combustibile là dove, un po’ dappertutto, l’energia manca (all’energia sono dedicate pagine molto interessanti nel libro) e si costruisce (vedi i risultati di Israele di alcune aree nella Penisola arabica e vedi anche, potenzialmente, Great Green World , né vanno dimenticati i risultati delle grandi bonifiche italiane)

Ma anche una sottolineatura su di un aspetto più generale: rafforzare il messaggio che il divario bisogni – disponibilità si sta restringendo: il numero delle persone malnutrite nei PVS è in riduzione (gli sforzi e l’efficienza vanno moltiplicati, ma riconoscere e comunicare i risultati aiuta a mobilitare risorse a mio avviso più della monotona ripetizione dell’allarme che ha generato rassegnata assuefazione); allo stesso modo va segnalato che l’aspettativa di vita ha fatto e sta facendo grandi passi avanti (secondo WHO nel periodo 2000-2015  è salita a livello mondiale di 5 anni e in Africa di 9,4 anni).

Ritengo sia il caso di contestualizzare l’uscita del libro che trovo veramente tempestiva. Si comincia diffondere la consapevolezza che fame nel mondo, ambiente, migrazioni, terrorismo crisi economica e finanziaria sono manifestazioni interconnesse di una questione unica integrata che richiede un approccio globale. Cito solo il messaggio della Chiesa e non solo quello recente (penso a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI): primo diritto è quello di non dover migrare. Proposta italiana Migration Compact va nel verso giusto.

Una critica al libro la debbo fare perché non è elegante una presentazione senza almeno una critica. Ci sarebbe stata bene una più coraggiosa “sintesi di sistema” destinata a decisori e opinione pubblica (uditorio al quale il libro è dichiaratamente dedicato, ma del quale è forse sovrastimata la capacità di approfondimento e distillazione dei messaggi che contano). Il mondo scientifico preferisce comprensibilmente rimanere nel proprio territorio e rifugge dal terreno minato delle indicazione politiche (chiamiamole policy che è meno impegnativo, ma prendiamoci l’onere di formulare le nostre indicazioni). La presentazione induce a sperare in tal senso, ma il capitolo dedicato alle conclusioni lascia un po’ delusi per eccesso di cautela e per l’adozione di un taglio strettamente scientifico un po’ riduttivo per i miei gusti. Posso esprimere questa delusione perché so quanto siano profondamente impegnati anche nel sensibilizzare i decisori il curatore Bertoni e altri autori che conosco personalmente dato che vengono dal mio mondo di origine l’ENEA dove le tematiche tecnico-scientifiche sono sempre state coniugate a riflessioni più generali per facilitare il conseguimento di risultati concreti. Forse c’è anche una piena consolazione a questa delusione: in contemporanea alla stesura del libro anche con il contributo di molti degli autori sono stati prodotti in ambito Expo Milano pregevoli documenti di analisi proposta e sensibilizzazione. La presentazioni introduttiva oggi esposta da Bertoni è invece completa di tutti i rsivolti e molto esplicita (a me sarebbe piaciuto facesse parte del libro). E poi come potrei ritenere troppo prudente una seduta che ha visto l’appassionato intervento di Tommaso Maggiore che mi batte quanto a idiosincrasia per lo sterile “politically correct” e ha citato fatti incontrovertibili contro equivoci (sul ruolo dell’uomo della scienza, della tecnologia, dell’organizzazione) diffusi per convenienza, acquiescenza o semplice ignoranza. D Lenucci riprendo fra tante tutte istruttive e documentate –  le osservazioni sulla natura dei mercati: il settore agroalimentare ha segmenti distinti che debbono essere distinti e considerati complementari e non alternativi:

  • quello dove fanno premio, l’originalità, la tradizione, l’artigianalità caratterizzato da quantità limitate e, prezzi relativamente elevati)
  • quello delle materie prime per l’industria alimentare che non possono prescindere da qualità alta e standardizzata, elevate quantità e con rese unitarie elevate come difficilmente la piccola e media impresa può realizzare in modo competitivo; al contorno si manifestano situazioni di asimmetria dei poteri contrattuali che, tipico il caso del latte, in assenza di interventi pubblici (ormai hanno senso solo a livello internazionale) dà luogo a compressioni dei prezzi insostenibili per i produttori.

Forse le questioni poste dal TTIP anche in questo settore non sono state approfondite (o quanto meno condivise) a sufficienza. All’interno della UE una revisione delle policy in materia di qualità, controlli, prezzi, quote e sostegni finanziari connessi non sembra ulteriormente rinviabile anche ala luce di accordi internazionali recentemente stipulati a favori paesi esterni (penso al caso dell’olio tunisino).

Concludo con una proposta che è anche un auspicio: gli autori potrebbero promuovere la costituzione di Gruppi di Lavoro per il monitoraggio degli sviluppi effettivi relativamente a tre aree di interesse prioritario:

  • il follow-up di alcune delle proposte formulate a Milano e tenere informata la pubblica opinione di quel che accade in pratica; l’argomento è troppo noto ai presenti perché debba esprimermi al riguardo
  • il follow-up delle azioni previste dal documento FAO 2030 Agenda for Sustainable Development sulla quale non poso che complimentarmi per le notizie e le valutazioni che ci ha dato Andrea Sonnino
  • la proposta e l’implementazione delle azioni che nel settore agro-alimentare – che è decisivo – saranno assunte se andranno in porto come è lecito sperare le propote inserite dall’Italia nel Migration Compact a sostegno dello sviluppo dei paesi di origine e transito delle migrazioni

La FIDAF che ha organizzato questa giornata e della quale ho avuto il privilegio di essere stato recentemente nominato socio onorario sicuramente ha (in particolare nella persona del suo attuale Presidente Luigi Rossi e di altri autori del libro che sono soci FIDAF) volontà e risorse per un tale impegno e credo che altre strutture darebbero il loro supporto; cito per la mia passata esperienza ENEA e CNR ma non mancheranno altri contributi di pari rilievo.

Fabio Pistella

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Lancaster Sands, William Turner

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2 Responses to Presentazione del libro “World Food Production”

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