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LUCERA : CITTA’ DI STORIA E D’ARTE

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Segnalo, con piacere, l’articolo di Nicola Santoro – frutto del suo commosso ricordo della città avita : Lucera (FG) – anche per evidenziare che AgriCulture è lieta di ospitare scritti finalizzati a far conoscere Borghi e Comuni interessanti sia sul piano turistico e culturale, sia su quello delle nostre attività.

Andrea Sonnino, Presidente FIDAF

Lucera, in provincia di Foggia, è una Città d’Arte alla quale mi legano inestinguibili emozioni e cari ricordi. Ad economia agricola e pastorale, la città produceva, sin dall’antichità, ottime lane, buone razze di cavalli e grandi quantità di biade, ed è ricordata per la prima volta dallo storico greco Polibio, che la pone nella Daunia, la provincia più settentrionale dell’Apulia. Di essa parla anche Strabone, che la definisce “antica città dei Dauni'; meta dell’eroe argivo Diomede, che in un preesistente tempio (successivamente consacrato al culto di Atena Iliaca, una delle divinità più antiche venute dal mondo greco) vi avrebbe deposto le armi, i doni e la statua di Pallade, il simbolo delle città imprendibili.

La città è definita anche “la chiave delle Puglie” poiché la sua conquista, nel 315 a.C., segnò l’inizio della colonizzazione romana dell’intera Apulia. Alleata di Roma contro i Sanniti, Lucera venne infatti elevata a colonia di diritto latino e munita di larghe autonomie, propri magistrati e privilegi fiscali, divenendo anche punto centrale e di raccordo delle vie della transumanza tra l’area appenninica e l’Apulia settentrionale. Due sono le testimonianze archeologiche riferibili a questo periodo: una lex de luco sacro e una ricchissima stipe votiva, riferita a ex voto anatomici in terracotta e ad altri frammenti decorativi che costituivano il materiale votivo e architettonico del tempio di Athena Ilias. In età imperiale Luceria è un’opulenta colonia militare, ricca di edifici pubblici, templi, terme e di un maestoso anfiteatro, costruito in onore di Ottaviano, a spese del magistrato locale Marco Vecilio Campo, teatro di lotte gladiatorie e di esecuzioni capitali, tuttora perfettamente conservato.

Circondata da una rete di piccoli comuni – che scomparvero tra tarda Antichità e alto Medioevo, ma che furono riedificati a presidio del suo territorio in età bizantina – nella città si avvicendarono longobardi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli, francesi, Borbone.

Dal XIII secolo, in particolare, la sua storia si intersecò con quella di Federico II, il quale fece della città una delle roccaforti del suo potere e vi trasferì dalla Sicilia una numerosa colonia di saraceni (a lui e ai suoi discendenti Corradino e Manfredi sempre fedeli), artefici di un periodo di grande sviluppo civile, economico, urbanistico, artistico e demografico. Sul più alto dei tre colli cittadini (Albano, Belvedere e Sacro), lo Stupor mundi ordinò anche la costruzione della sua splendida dimora imperiale, il Palatium (1233) – successivamente inglobato dalla cortina muraria in laterizio – e la Fortezza (1269-1283), che Carlo I d’Angiò volle munita di fossato, porte e torri, tra cui le due imponenti torri circolari in pietra, dette del Re e della Regina.

La fine della Luceria Saracenorum, enclave musulmana in terra cristiana, coincise con l’avvio di un non meno utopistico progetto di rifondazione della città, rinnovata negli abitanti e nelle strutture amministrative. Spopolata nell’agosto del 1300 dai Saraceni tornò ad essere abitata dai cristiani e Carlo II riprese il disegno paterno di crearvi un saldo centro della sua signoria; quindi chiamò nuova gente a stanziarvisi, concesse uno statuto proprio e favori speciali, popolando presto il borgo di chiese. Tra queste, per celebrare la vittoria sugli “infedeli”, la nuova Cattedrale, monumento di notevole solennità a metà tra un castello e una chiesa, frutto della virtuosa interazione tra arte gotica d’oltralpe e tradizione romanica locale: una delle più intatte creazioni dell’architettura angioina nel Mezzogiorno d’Italia, impreziosita nel tempo da una mensa eucaristica, formata da una grande lastra di pietra, che dicesi essere stata la mensa di Federico II a Castel Fiorentino, da una fonte battesimale e un tabernacolo del ‘400, un pulpito-tomba del ‘500 e una scultura marmorea ad altorilievo della Madonna delle Grazie (1605), recentemente ricondotta al genio di Pietro Bernini.

Attorno alla Cattedrale di Santa Maria iniziava la riedificazione e la rinascita cristiana della città: le chiese e i monasteri di San Domenico (dove, tra 1322 e 1323, visse e operò il Beato Vescovo Agostino Kazotic), di San Francesco (oggi Santuario, all’interno del quale sono custodite le spoglie del “Padre Maestro” Francesco Antonio Fasani, il Santo francescano di Lucera, vissuto tra 1681 e 1742), di San Leonardo, di San Bartolomeo (oggi inglobata all’interno del Convitto Nazionale intitolato a Ruggero Bonghi), di Sant’Antonio Abate, di Santa Caterina ed altre ancora. Carlo II diede alla città anche un nuovo nome, quello di Città di S. Maria, in ricordo della vittoria riportata alla vigilia dell’Assunta in quel primo anno giubilare. Ma questa nuova denominazione ufficiale non prevalse mai contro l’uso e la tradizione popolare. Ripopolò, infine, la città di nuovi coloni cristiani – attratti con privilegi ed esenzioni fiscali, tra i quali ripartì il territorio – affidandone il governo ad un Consiglio di dieci cittadini rappresentanti le tre diverse categorie sociali dei maioribus, mediocribus et minoribus.

Nelle epoche successive Lucera continuò a svolgere un ruolo importante. Fu soprattutto sede di giustizia e capoluogo della provincia di Capitanata e del contado del Molise. Nel 1806, quando Giuseppe Bonaparte ridisegnò la geografia amministrativa del Regno di Napoli, la città perse il titolo di capoluogo provinciale, ma mantenne il suo Tribunale e si arricchì
di nuove istituzioni: il Real Collegio (1806), il Teatro (1817), la Biblioteca (1834).

La gestione delle terre pubbliche incolte, destinate a pascolo – che connotavano gran parte del Tavoliere – era da secoli affidata a un Procuratore, con sede a Lucera.

Con gli Aragonesi la “mena delle pecore” venne perfezionata e la pastorizia transumante ebbe definitiva e stabile organizzazione. Le principali novità erano costituite dal collegamento istituzionale, tramite lo Stato, tra i possessori di bestiame dell’Abruzzo e i proprietari dei terreni in Capitanata, obbligati a gestirli a pascolo; nonché dalla istituzione della Dogana delle pecore – che regolava l’assegnazione ed il fitto dei pascoli demaniali – che ebbe sede a Lucera dal 1447 al 1468 e successivamente a Foggia, fino al 1806.

Da questo rapido excursus nella storia della città si comprende perché il suo vasto centro storico è oggi un museo a cielo aperto; un susseguirsi di palazzi gentilizi, corti, piazze, torri (peculiari le due torrette dalle forme saracene), chiese (medievali e barocche), campanili. Vico Ciacianella, uno dei suoi vicoli più caratteristici, è una delle strade più strette d’Italia.

Ma è la Piazza del Duomo il vero “salotto di pietra” della città, una perla incastonata nel cuore dell’antico centro abitato, frutto anche di un convinto recupero di palazzi, terranei e cantine, che oggi offrono la possibilità di fruire di originali locali adibiti ad attività commerciali e di ristorazione. È qui che sorge anche il sontuoso Palazzo vescovile, tra le principali architetture barocche della provincia, che al suo interno ospita un ricco Museo diocesano. Poco distante dal Duomo, all’interno del Palazzo de Nicastri-Cavalli, il Museo civico “Giuseppe Fiorelli”, istituito nel 1904, offre numerosissime testimonianze della ininterrotta presenza della città, dall’era preistorica fino ai nostri giorni. Tra i suoi reperti più antichi si segnalano armi preistoriche e terrecotte italo-greche (vasi, lucerne) e romane (antefisse, suppellettili). Per l’età romana, la citata stipe votiva, i mosaici, la Venere marina e le monete della Zecca di Lucera; per l’età tardoimperiale alcuni ritrovamenti archeologici provenienti dal sito scoperto in località San Giusto, divisi tra il Museo civico e il nuovo polo bibliotecario e museale da qualche anno allestito nel quattrocentesco ex complesso francescano del SS. Salvatore; e per l’età svevo-angioina alcuni raffinati esempi di protomaiolica, come piatti di ceramica invetriata e brocche con filtro.

Particolarmente sentita è la tradizionale festa patronale di Santa Maria Assunta, nel cui nome il 14 agosto di ogni anno, nella splendida cornice della Piazza del Duomo, si svolge la suggestiva rievocazione del corteo storico angioino “della vittoria”.

La città presenta aspetti non ordinari anche per il rilievo che assumono alcune attività agricole di qualità, come le colture di pregio nei settori del vino (il Cacc’e Mitte è uno dei primi ad aver ottenuto il riconoscimento Doc), dell’olio di oliva, degli ortaggi. In calo, invece, le attività artigianali e le industrie laterizie, da sempre operose e dinamiche.

Le condizioni di sfavore che penalizzano la mia Lucera – aggravate, oggi, dal vento maligno di COVID – sono comuni a quelle che vivono ampie aree del Mezzogiorno d’Italia. La città, che fino ad un decennio fa superava i 35.000 abitanti, è ormai oggetto di amare diaspore, non compensate dall’immigrazione che proviene dal vicino Preappennino dauno.

Eppure ampia e variegata appare l’offerta culturale di questa autentica Città d’Arte italiana, una propensione storica e naturale che occorre tuttavia incentivare e arricchire con iniziative di recupero, di richiamo e di valorizzazione turistica, ma soprattutto di conoscenza e di consapevolezza da parte dei suoi abitanti.

Lucera

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