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Lo stallo della Ricerca sul mais in Italia e la sua progressiva decadenza

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Tra le coltivazioni erbacee più diffuse nei comprensori agricoli italiani, il mais è quella che maggiormente è stata interessata negli anni dagli incrementi più significativi delle rese produttive, grazie al progresso scientifico nella genetica delle sementi e nei diversi aspetti dell’agrotecnica, determinando i momenti gestionali più redditizi per il mondo rurale, come è avvenuto dalla fine degli Anni Sessanta, con l’affermazione del binomio mais-carne che determinò una straordinaria fase di sviluppo nelle nostre campagne, consolidando il ruolo strategico del mais nell’economia delle nostre aziende agricole.

L’avvento delle biotecnologie e le nuove acquisizioni dell’ingegneria genetica, hanno in tempi più recenti individuato ancora la coltura del mais tra quelle più suscettibili di rivoluzionarie prospettive produttive, in termini quantitativi ma anche qualitativi e nutrizionali, pervenendo ai cosiddetti Organismi Geneticamente Modificati, ma vedendo determinarsi una frattura nel mondo agricolo, tra fautori degli OGM ed obiettori, con l’insorgenza di un autentico braccio di ferro tra le opposte fazioni, che ha finito con il condizionare pesantemente il destino della coltura del mais nell’agricoltura italiana.

Per fornire alcuni elementi di valutazione, senza voler interferire su scelte che ormai appaiono chiare in Europa, in base agli “Accordi di principio” in via di definizione a Bruxelles per normare le coltivazioni OGM negli Stati membri, proponiamo alcuni momenti del dibattito intercorso in Italia.

Ragionando in termini rigorosamente scientifici, la moderna trasformazione genetica si propone di integrare e non di sostituire le tecniche convenzionali di miglioramento genetico. E’ quanto sostenuto dalla gran parte degli scienziati e dei ricercatori, come il dottor Allavena, del CRA di Imperia, intervenuto ad uno dei Convegni più importanti realizzati in Italia sugli O.G.M. in tempi recenti, quello tenutosi a Sanremo nel gennaio 2013, su iniziativa dell’Ordine degli Agronomi di Imperia. Tra le relazioni, tutte rintracciabili sul sito del Conaf, si segnala quella del Dirigente di Copa Cogeca, Arnauld Petit, che ha recuperato un termine efficace della tradizione biblica per sottolineare il ruolo decisivo della produttività delle colture agrarie per la sicurezza alimentare del futuro, definendola pietra angolare (cornerstone) di ogni pianificazione sostenibile, come ha confermato la stessa filosofia ispiratrice dell’ultima PAC 2014/2020. E non c’è alcun dubbio che gli OGM saranno chiamati a   rappresentare una componente non secondaria nelle future pianificazioni agrarie dei principali paesi produttori.

Va ricordato il contributo importante che sta dando in questa prospettiva il Consiglio Nazionale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali (Conaf), che sotto la Presidenza Sisti ha saputo adottare dal 2010 una responsabile posizione propositiva e di approfondimento scientifico, attraverso la costituzione di un’apposita commissione tecnico-scientifica e la realizzazione di Convegni di studio sugli OGM, il primo dei quali nell’ottobre 2010, presso la Sala Nassirya del Comando dei Carabinieri del Nas a Roma, con la partecipazione di autorevoli personalità del mondo accademico e della Ricerca, con le presenze, tra gli altri, del prof. Tommaso Maggiore del Dipartimento di Agronomia di Milano, e del dott. Luigi Rossi, noto scienziato dell’ENEA, georgofilo e Presidente Fidaf, la Federazione Nazionale laureati in Agraria.

Lo stesso Ordine degli Agronomi veneziano ha organizzato a Villa Braida, nel novembre del 2011, un Convegno sulla coltura del mais e le sue novità genetiche, con grande partecipazione di agronomi iscritti da tutti gli Ordini Provinciali veneti. Vi furono presenze di autorevoli accademici, come il già citato prof. Maggiore ed il prof. Reyneri, proveniente dall’Università di Torino ed esperto di micotossine nella coltura del mais. Si è trattato forse del primo Convegno sul Mais organizzato in Veneto a distanza di quasi vent’anni dalla Seconda Conferenza Nazionale sul Mais, che trovò svolgimento a Grado in Friuli nel 1992, ed a quarant’anni dalla Prima Conferenza Nazionale, tenutasi a Pisa nel 1971, dopo i primi Convegni sulla coltura del Mais organizzati nel Vicentino a metà degli Anni Sessanta.

L’avviamento di una nuova fase di convegni e seminari sulla coltura del mais era il segnale di una definitiva rottura con la moda imperante negli ultimi decenni e caratterizzata da un atteggiamento di omertà verso il mais e le sue tematiche più avanzate, come le varietà OGM, considerate imbarazzanti e sulla cui intransigente opposizione il Governo Italiano ebbe a costruire l’irrazionale decisione di proibire ogni ipotesi di ricerca scientifica. Da quel momento occuparsi di miglioramento genetico del mais o di OGM divenne politicamente scorretto, e sulla coltura scese il silenzio del mondo politico, del mondo accademico e della gran parte degli addetti ai lavori, salvo qualche rara e coraggiosa eccezione di scienziati ed agricoltori.

Al riguardo ha assunto particolare rilievo, la scorsa primavera 2014, l’intervento sul Corriere della Sera della Senatrice a vita e biotecnologa prof.ssa Cattaneo, seguita da altri illustri rappresentanti di primari Centri di Ricerca scentifica, a sostegno dell’apertura alle coltivazioni OGM nel territorio nazionale ed, in particolare, ad una sollecita ripresa della Ricerca in Italia su questi temi.

 La conseguenza nei fatti, sempre più grave a distanza di una quindicina d’anni dall’improvvida decisione governativa, è stata la progressiva decadenza della maiscoltura italiana, dalle rese record degli ultimi Anni Novanta che la vedevano ai vertici delle graduatorie internazionali, con trend di crescita annui di 1.5 q.li/ha, all’odierna retrocessione a livelli molto più bassi, con trend di crescita negativi, da qualche anno a questa parte, per -0.5 q.li/ha/anno.

Ne sta derivando un calo nelle superfici investite, nonostante l’incremento legato alla recente diffusione delle Centrali a Biogas, ed un volume di produzione di granella pesantemente ridotto, che ha trasformato l’Italia da Paese esportatore a Paese importatore di granella di mais, per valori pari ad almeno il 40% del suo fabbisogno, per la domanda del settore zootecnico ed agroindustriale.

Ne sono conseguiti i canali d’importazione dall’est europa in prevalenza, con il movimento di navi e di colonne di autotreni che valicano i confini nazionali, consumando rilevanti quantità di energia fossile, per portare in Italia granelle sovente di modesta qualità, quando non OGM o inquinate dalle più svariate fonti di contaminazione: è nota ed ancora relativamente recente, tra gli altri, la vicenda del cargo sbarcato a Ravenna con mais proveniente dall’Ucraina ed inquinato da diossina.

In questa situazione appare difficile sostenere che l’utilizzo del mais da parte dell’industria agroalimentare, possa avvenire nel rispetto dei principi di sostenibilità opportunamente pianificati dalle Autorità Comunitarie, per garantire la necessaria sicurezza alimentare e l’auspicata riduzione delle emissioni di carbonio nell’atmosfera.

La domanda di mais è oltrettutto destinata a crescere in Italia, indipendentemente dalle soluzioni che saranno adottate in futuro per l’alimentazione delle   Centrali a biomasse, da orientare verso il crescente utilizzo dei sottoprodotti dell’agroindustria, nell’attesa che la produzione di energia verde possa trovare un’implementazione attraverso il definitivo decollo della tecnologia di “seconda generazione”, per la produzione di etanolo, recuperando l’energia della componente fibrosa delle produzioni agricole-

In prospettiva incombe tra l’altro l’impatto che avrà nei piani colturali delle Aziende Agricole europee l’abolizione del sistema delle quote latte.   Paesi come Irlanda, Olanda, Germania e Francia si stanno già organizzando per incrementare le mandrie ed inondare il mercato con massicci aumenti della produzione lattiero casearia. L’Italia, da quanto si legge sulle riviste del settore, appare in ritardo nel prepararsi alle nuove sfide produttive in arrivo, sia a livello di allevamento che di industria di trasformazione.

Ne deriverà un aumentato fabbisogno in Unità Foraggere Latte che solo una coltura del mais rilanciata ai livelli che gli compete, potrà soddisfare.

E non potrà mancare un rilancio della Ricerca nel nostro Paese, atta a sostenere l’impegno degli agricoltori che dovranno poter trovare le soluzioni giuste per una produzione sostenibile di mais, con un ritorno all’aumento delle rese che consenta una riduzione degli input per unità produttiva, quanto a impiego di energia, sotto forma di fertilizzanti e di agrofarmaci, e di acqua,

Secondo progetti di sviluppo suggeriti dalla stessa UE nella Pac 2014/2020, soltanto le filiere sostenibili di qualità potranno rappresentare il sostegno alla valorizzazione delle produzioni agricole e, per gli agricoltori italiani, la filiera del mais, nelle diverse tipologie di utilizzo agricolo o industriale, è un’opzione irrinunciabile a cui tutti gli operatori del settore dovranno dare il loro contributo per la sua realizzazione.

Tante sono ancora le incertezze che condizionano le scelte degli agricoltori, tra le contraddittorie ma pericolose esperienze vissute in questi ultimi anni, in tema di contaminazione da micotossine, e la mina sempre vagante della imprevedibilità dei mercati.

Le proposte e gli obiettivi sono pertanto molto chiari, come le prospettive che si stanno aprendo per l’agricoltura e l’agroindustria, considerata la crescente domanda di granella di mais italiana, proveniente dai più importanti brand dell’agroindustria europea.

Con il rilancio della Ricerca ed un ritorno ad un rapporto più collaborativo tra le Organizzazioni Agricole, gli addetti al settore non tarderanno ad individuare le soluzioni tecniche in grado di contenere il rischio micotossine e consentire ai produttori agricoli italiani di tornare a misurarsi, liberamente e senza condizionamenti, con la potenzialità produttiva conseguibile, la “pietra angolare” di ogni possibile sicurezza alimentare, ed il mercato.

In questa fase delicata di transizione, è pertanto opportuno diffondere tra gli agricoltori la fiducia nella coltura del mais, stimolandoli ad incrementarne gli investimenti colturali, ed avendo cura di affinarne l’agrotecnica, mediante il ricorso alle consulenze tecniche più avanzate, oggi disponibili.

In questa prospettiva si inserisce opportunamente l’iniziativa di Assomais per organizzare un Convegno su queste tematiche, coinvolgendo i più preparati esperti del settore e le Personalità del mondo scientifico ed accademico più rappresentative, con la volontà di porre le basi per una Terza Conferenza Nazionale del Mais che potrà trovare finalmente le premesse condivise per essere avviata proprio in Veneto, a 23 anni dall’ultima Conferenza di Grado, voluta all’epoca dal Governatore del Friuli Venezia Giulia Biasutti, un uomo politico che aveva ben capito qual’era l’interesse del proprio Territorio e degli agricoltori della Regione.

Nell’auspicio che qualche altro uomo politico illuminato possa emergere dal grigiore generale di questa fase politica anonima ed incurante degli interessi del mondo agricolo, il Convegno di Assomais potrà dare un contributo importante per fare chiarezza sulla reale situazione del comparto ed alimentare la speranza in un futuro migliore per la maiscoltura nazionale.

Portogruaro, 1 gennaio 2015

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