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Lavoro: nuove opportunità per i giovani

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La nuova Presidente dell’U.E. – Ursula van der Leyen – ha predisposto un “Patto Verde” per l’Europa, finalizzato al rilancio delle aree e delle attività agricole. Un programma che favorisce l’uscita del nostro Paese dalla grave crisi, dovuta anche al processo chiamato “industrializzazione” che ha trasformato non poco la nostra società, soprattutto nell’ultimo secolo, creando un benessere che le generazioni precedenti non avrebbero nemmeno immaginato e che, quindi, non potevano desiderare.

Questo ha stimolato, nella cultura diffusa, la convinzione che eravamo su una strada che non poteva che crescere, creando altro benessere, altre ricchezze, in modo infinito e indefinito, al quale non si poteva rinunciare.

Poi, al progresso industriale si è aggiunto quello tecnologico-informatico e questo ha fatto credere sempre più che l’associazione tra il reale e il virtuale avrebbe definitivamente sconfitto ogni resistenza a un progresso e  a un benessere superiore, inestimabile e senza limiti.

Nessuno avvertiva gli scricchiolii di questa gigantesca “architettura economica “, che si è sempre più gonfiata, sotto l’insegna della globalizzazione.

Abbiamo vissuto e stiamo vivendo, insomma, questa esperienza che nessuno può contestare, di cui dobbiamo pure riconoscere gli effetti benefici, ma della quale bisogna saper valutare anche i limiti e i rischi. C’è sempre un rovescio della medaglia e ad ogni beneficio corrisponde sempre un “costo”. Inevitabile.

E’ opportuno, allora chiedersi, quali sono i costi e i limiti di questi processi che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. E’ necessario ragionare in termini meno convenzionali, per identificare non solo le cause dei problemi, ma anche le possibili e attendibili vie di uscita.

Parliamo di Agricoltura. Il settore definito “primario” si è progressivamente ristretto, riducendo notevolmente – in percentuale –  il proprio apporto alla ricchezza prodotta nel paese e alla occupazione. Anche l’Agricoltura ha tratto, sicuramente, vantaggi dal progresso tecnologico, aumentando la produttività; ma è stata sempre più costretta in un angolo, perché come settore appare meno concorrenziale rispetto ad altre opportunità.

Siamo sicuri che questo sia stato un cammino giusto, nell’interesse di tutta la società nazionale ? Siamo sicuri che continuare questo processo sia conveniente ai paesi così detti “sviluppati”, che hanno puntato i loro obiettivi e le loro risorse su uno sviluppo di tecnologie informatiche ? Qualche valido motivo di dubbio c’è.

Proviamo a riflettere. La prima considerazione riguarda l’aspetto demografico. Si deve parlare di popolazione non solo a livello di un singolo stato, ma di popolazione mondiale. La crescita demografica ha avuto sempre e  continuerà ad avere uno sviluppo a carattere esponenziale, cioè con progressive accelerazioni. La presenza umana nel pianeta ha raggiunto i sette miliardi, ma i demografi prevedono che entro pochi decenni saranno superati i 9 miliardi. Un incremento di quasi il 30 per cento non è certo poco. Già oggi, la parte dell’umanità afflitta dalla fame è notevole. Cosa sarà quando le bocche saranno cresciute così considerevolmente ? Non è certo lo sviluppo industriale  o tecnologico che può sfamare la gente.

E’ compito dell’agricoltura affrontare e risolvere il problema. Come ? Sviluppando le sue potenzialità con una collaborazione internazionale, che parta dal rafforzamento di tutte le possibilità locali.

La seconda considerazione riguarda l’aspetto ambientale. Siamo di fronte a cambiamenti climatici di eccezionale rilievo, accompagnati da un degrado che minaccia di peggiorare di stagione in stagione. Sono sempre più diffuse le convinzioni che attribuiscono all’inquinamento dell’uomo le cause del surriscaldamento del pianeta e le sue ineludibili conseguenze.

Il problema esiste e l’approccio più razionale è quello di difendere il territorio dal degrado, mediante una presenza vigile e costante che può essere assicurata sostanzialmente dalla popolazione che sul territorio vive. Naturalmente questa popolazione va appoggiata e stimolata anche in questa funzione, con politiche di assistenza e incoraggiamento.

Un’altra considerazione si riferisce alla sufficienza alimentare di un intero paese, che non può essere assicurata al cento per cento, ma va promossa tenendo conto delle inevitabili importazioni. Il parallelo della nostra dipendenza energetica dà una convincente dimostrazione di quanto sarebbe pericolosa una eccessiva dipendenza in campo alimentare, di fronte a scossoni che è sempre più facile prevedere, soprattutto nelle fasi di “nervosismo internazionale”.

Un’ultima considerazione si ispira ad un principio di sicura attualità. La stabilità economica e sociale di un paese è condizionata da un’equa ripartizione di attività e occupazione. Se c’è un equilibrato rapporto tra settori produttivi  – industriale-tecnologico, agricolo e dei servizi – si può sperare in una risposta più solida ad eventuali scossoni provenienti dal sistema internazionale. Bisogna cogliere le opportunità della globalizzazione, senza esporsi supinamente alla sua prepotenza.

Conclusione: il nostro paese avrà un futuro migliore se sarà in grado di restituire all’Agricoltura adeguate funzioni economiche e sociali, liberandola da quelle limitazioni che si pensava aprissero le porte ad una “modernizzazione” indispensabile ed inevitabile e che invece ha avuto anche effetti negativi. Per raggiungere tale obiettivo sono importanti – anzi essenziali – due linee operative strategiche. La prima è una politica non solo di sostegno, ma anche di garanzia e di stimolo, a livello nazionale e soprattutto comunitario. La PAC deve concretizzarsi in azioni coordinate, progressive ed efficienti, per valorizzare e non condizionare le risorse dei paesi interessati. Occorre rinnovare  la concezione di quella politica e tutelare i reali legittimi interessi di tutti i Paesi. La seconda linea operativa e strategica dipende dalla volontà e dalla capacità della politica di dare stimolo e impulso ai giovani, affinché  riscoprano il fascino – anche se impegnativo e faticoso – del lavoro a contatto con la Natura.

Ormai tutti dicono che il futuro deve essere dei giovani. E’ una verità tanto ovvia quanto importante. E che ci induce ad aggiungere, alla richiesta indirizzata alla politica di stimolarli, di rivolgerci ai giovani stessi affinché siano essi a trovare le risorse e la forza per credere nella propria capacità di passare dalle formule attuali, elaborate su una esperienza che ha evidenziato i suoi limiti, ad una esperienza nuova, che non sia la riscoperta di un passato che ha avuto i suoi meriti, ma non è riproducibile e sia invece un “nuovo futuro” adatto al mondo di oggi e soprattutto a quello di domani.

Un cambiamento di cultura economica e sociale è quello che i giovani devono sostenere, sulla base delle loro sensibilità e competenze, per costruire il nuovo mondo che li aspetta e che dipende soprattutto da loro.

RAMO DI MANDORLO IN FIORE, 1890

RAMO DI MANDORLO IN FIORE, 1890

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