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L’agricoltura mediterranea: quale futuro? Il ruolo della Cooperazione nord-sud nella Ricerca e Sviluppo Agro-alimentare

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  1. Introduzione

Durante i passati e presenti semestri di Presidenza dell’Unione Europea da parte dei tre più grandi Paesi Mediterranei: Francia, Spagna ed Italia, sono state gettate le basi per una rivalutazione del ruolo dei Paesi dell’U.E. per lo sviluppo dell’intero bacino del Mediterraneo, tramite una serie di iniziative concertate Nord-Sud.

L’iniziativa intende in qualche modo controbilanciare lo spostamento a Nord dell’U.E. intervenuto, di fatto, con la successiva entrata nell’Unione di diversi Paesi nordici e nord-orientali.

L’azione iniziata a suo tempo dalla Francia ha inteso considerare i problemi legati al mare ed alle zone costiere, con particolare riferimento allo “stato di salute” delle aree marittime costiere, spesso densamente popolate, ed all’approvvigionamento idrico di queste zone per scopi urbani, industriali ed agricoli.

Nell’area a Nord sono già presenti importanti conglomerati urbano-industriali, in continuo sviluppo: Malaga, Barcellona, Marsiglia, Genova, Napoli, Palermo, Taranto, Bari, Ancona, Trieste, Atene. Nell’area a Sud: Algeri, Tunisi, Tripoli, Cairo, Tel Aviv, Damasco, Beirut, Adana, Smirne, Istanbul.

Nell’area costiera a Nord si verifica, particolarmente durante i tre mesi estivi centrali, la presenza massiccia di una pressione turistica (con componenti sia Sud che Centro-Europei), particolarmente importante in alcune aree vocate.

Lo squilibrio di presenze umane nel territorio interessato tra estate e le altre stagioni impone che buona parte delle produzioni delle infrastrutture e dei servizi tengano conto di questo fenomeno. Anche in alcune aree a Sud si sta verificando un forte incremento del turismo (Tunisia, Israele, Cipro, Libano, zone Egee della Turchia) con importanti effetti sui conglomerati urbani grandi e piccoli ed anche sull’agricoltura.

  1. Le condizioni fisiche dell’area del Mediterraneo

Il clima mediterraneo ha caratteristiche peculiari che si ritrovano soltanto in poche altre aree nel mondo (California, Sud Africa, sud-est Australia).

Fondamentalmente è caratterizzato da un clima temperato-sub tropicale, con precipitazioni (100-800 mm) precipuamente invernali e con temperature e siccità estive finora molto elevate. Nell’area del Mediterraneo, i suoli sono vari, ma prevalentemente calcareo-argillosi nella fascia nord e calcareo-sabbiosi nella fascia sud.

Sono abbondanti le zone montane e collinari a scapito delle pianure.

Le precipitazioni sono spesso violente, con gravi fenomeni di erosione. Al sud si verificano anche importanti fenomeni di erosione eolica. Nella maggior parte dei Paesi i fattori limitanti sono rappresentati da eccesso o penuria di umidità nei periodi freddo e caldo rispettivamente, da scarso contenuto in sostanza organica ed in genere di azoto nei suoli, che presentano strutture fisico-chimiche, in generale, poco favorevoli alle coltivazioni.

Le colture, sia stagionali che perenni, sono derivate per la maggior parte da specie indigene (frumenti, orzo, avene, leguminose da granella e da foraggio ecc. tra le stagionali e vite, olivo, fico ed altri fruttiferi mediterranei tra le perenni) e quindi adattate da migliaia di generazioni alle condizioni pedo-climatiche dell’areale. La maggior parte delle colture stagionali allevate durante il periodo estivo, con irrigazione, sono spesso importate da altri climi (cereali estivi, ortaggi) riproducendo artificialmente le condizioni climatiche dell’area di domesticazione primaria.

Le condizioni medie raggiungono gli estremi andando sia a nord che a sud, considerando che tutti i Paesi a sud confinano con i deserti del Sahara o dell’Arabia, mentre i Paesi mediterranei a nord e ad est confinano con aree a climi continentali freddi o temperato-umidi.

  1. Le condizioni socio-economiche dell’area del Mediterraneo.

Complessivamente nei 21 Paesi mediterranei vivono oltre 400 milioni di abitanti, circa la metà al nord e metà al sud, anche se con ben diverse caratteristiche.

La popolazione dedita all’agricoltura nel sud del Mediterraneo è mediamente poco superiore al 30%, con punte massime in Turchia (44,5% ed in Egitto 38,6%), mentre al nord risulta mediamente inferiore al 10%, con minimi in Francia (4,3%) e Malta (3,4%) e massimo in Albania (45,7%) per le note vicende storico – politiche.

Mediamente circa 87 milioni di agricoltori hanno a disposizione meno di un ettaro e mezzo ciascuno, mentre solo meno di un terzo di ettaro per abitante è mediamente disponibile per la produzione agricola ed alimentare, nei Paesi mediterranei arrivando addirittura ad un ventesimo in Egitto (300 metri quadri ad abitante)!

La disponibilità di terreno utile si divide equamente tra aree a nord ed a sud del Mediterraneo, particolarmente se si considera che solo circa un terzo delle superfici agricole della Francia e della Turchia e due terzi della Spagna possono essere considerate mediterranee.

I problemi che i Paesi mediterranei debbono affrontare a breve e medio termine per quanto riguarda il comparto socio-economico rurale, sono riferibili principalmente:

  1. Ad una diminuzione continua degli addetti agricoli, che ovviamente ha risvolti ed aspetti sia positivi che negativi: una maggiore produzione per addetto da un lato, ma una minore disponibilità di lavoratori dall’altro, con marginalizzazione sempre più spinta di aree meno favorite, con conseguente contrazione delle aree produttive totali.
  2. Un maggiore intervento di tecnologie avanzate nelle aree più favorite, con intensificazione delle produzioni, mentre nelle aree meno favorite sta aumentando la estensificazione, ma non necessariamente delle stesse produzioni.
  3. I costi di produzione tendono ad aumentare con il miglioramento del tenore di vita della popolazione, mentre i ricavi netti per gli agricoltori tendono a rimanere stagnanti o a divenire addirittura negativi, secondo una tendenza ormai comune in tutta l’area.
  4. Dato l’incremento della popolazione, gli indici di autosufficienza alimentare, particolarmente nel sud del Mediterraneo, tendono a peggiorare ulteriormente, specialmente per i cereali, lo zucchero, le proteine ed i grassi alimentari.
  5. Il diritto di famiglia tradizionale nell’area tende continuamente a spezzettare le aree coltivate. Inoltre, le aree di uso comune tendono a degradarsi sempre di più, per mancanza di investimenti e per l’aumento della pressione della popolazione totale, sia umana che zootecnica.
  6. Il peso politico degli agricoltori è destinato sempre più a diminuire, influenzando negativamente gli investimenti in questo comparto ed ulteriormente sbilanciando i possibili investimenti in favore delle aree urbane.
  7. Specialmente nell’area nord, ma non esclusivamente, si sta verificando una massiva cementificazione delle aree rurali (in Italia, dal 1955 al 2010, circa 4 milioni e mezzo di ettari, spesso di buona qualità, sono stati sottratti all’agricoltura).

Tutte queste problematiche hanno ben poco riscontro in azioni politiche decise ed efficaci a contrastarne i danni. La crisi occupazionale dell’industria che, specialmente al Nord, si sta facendo sempre più evidente, tende a far passare in secondo piano le problematiche del primario, in passato quasi sempre visto con mentalità ed attitudine assistenziali, come male necessario, ma temperato da una economia industriale in espansione.

Infine con una industria in processo tendenzialmente recessivo, anche questo tipo di assistenzialismo per l’agricoltura tende a limitarsi sempre più: la recente PAC lo dimostra.

Per quanto riguarda i fattori fisici, tecnici e politici, specialmente nel Sud, occorre considerare:

  1. Il sistema agricolo mediterraneo risulta essere un sistema vulnerabile, specialmente per quanto riguarda la piovosità e gli improvvisi sbalzi di temperatura, specialmente primaverili ed autunnali.
  2. Assume fondamentale importanza un corretto uso e conservazione delle risorse idriche, che rappresentano il fattore limitante di base per lo sviluppo dell’intera economia e per tutte le produzioni agricole, ma specialmente per quelle estive.
  3. In molte aree si nota una notevole difficoltà nel trasferimento dei prodotti dalle zone di produzione a quelle di consumo, con conseguenti riflessi sui prezzi di mercato.
  4. Esiste una scarsa mentalità associativa di filiera, per cui l’agricoltura, l’agro-industria e la distribuzione risultano tra loro scoordinate e spesso perfino in contrasto.
  5. Il marketing e la pubblicità dei prodotti agricoli sono spesso primitivi ed insufficienti.
  6. Mentre il nord è prevalentemente associato all’Unione Europea, il sud risulta essere, nel suo interno, completamente scoordinato, con legami bilaterali con il nord molto soggetti al variare della politica contingente.
  7. L’impatto della ricerca è modesto e dilazionato nel tempo, per cui le innovazioni tecnologiche tardano ad attuarsi e ad affermarsi.
  1.  Il contributo della ricerca

Credo che oggi tutti concordino che i problemi della ricerca non possono più essere affrontati in modo settoriale, senza cioè tenere in debito conto sia le filiere di produzione, processamento e distribuzione del prodotto, che le situazioni politico-economiche di base, considerando il mercato globale delle produzioni che, direttamente od indirettamente, afferiscono all’Agricoltura, all’Agroindustria ed alla Distribuzione dei prodotti alimentari.

Infatti è perfettamente inutile, anzi finanziariamente e psicologicamente dannoso, produrre innovazioni di prodotto e di processo che non risultino rispettare una domanda del mercato o che entrino in competizione o addirittura in contrasto con le politiche economiche oggi prevalenti.

Occorre inoltre sottolineare la “schizofrenia” che oggi attanaglia le politiche agricole del Nord e del Sud del Mondo.

Al Nord è prevalente (con l’eccezione dei Paesi dell’ex Comecon) la parola d’ordine: riduciamo le produzioni alimentari, per mantenere il mercato e di conseguenza un reddito soddisfacente per gli operatori agricoli e per gli agroindustriali, in una situazione di domanda stagnante, puntando prevalentemente sulla qualità dei prodotti.

Nei Paesi emergenti del Sud è invece imperativo aumentare al massimo la quantità delle produzioni alimentari, per poter nutrire la popolazione sempre crescente e per poter esportare al Nord prodotti e quindi disporre di valuta utile per i necessari acquisti strategici.

Un ulteriore dilemma si presenta un po’ in tutti i Paesi, emergenti ed avanzati, riguardo le politiche di sviluppo riguardanti le aree rurali ed urbane.

Quasi dappertutto la maggior parte degli investimenti viene attuata nelle città, provocando direttamente od indirettamente fenomeni di urbanizzazione selvaggia e la conseguente desertificazione umana delle campagne.

D’altro lato, problematiche complesse ed integrate di difesa e di conservazione dell’ambiente vengono invocate per contrastare questa tendenza, preconizzando il mantenimento ed il consolidamento di una importante presenza umana nelle aree rurali.

Inoltre la necessità di spingere la standardizzazione dei prodotti e la diminuzione dei costi e dei prezzi spinge l’azienda agricola alla sua assimilazione, nella struttura ed organizzazione, più ad una industria che non ad una miriade di strutture artigianali diffuse e micronizzate nel territorio, molto difficili, se non praticamente impossibili, da stimolare, guidare e coordinare da parte della direzione politica ed economica dei Paesi.

In un panorama generale così contraddittorio, così contrastato, così “schizofrenico”, un responsabile della politica e degli indirizzi della ricerca in Agricoltura non si trova certo in una posizione felice: quali sono le frontiere che si vogliono raggiungere ed oltrepassare ed in che contesto, a livello nazionale, europeo od internazionale?

  1. I clienti della ricerca

Per quanto riguarda la ricerca orientata alla filiera dell’agricoltura, dell’industria agroalimentare e del marketing degli alimenti in genere, occorre tener presenti alcuni punti che sembrano ovvii, ma che di fatto ovvii non sono. I clienti dei prodotti o dei processi innovativi derivati dalla ricerca dovrebbero essere in primo luogo gli agricoltori, che dovrebbero migliorare le tecniche di produzione, sia quantitativa che qualitativa; in secondo luogo l’industria di trasformazione, cercando di fornire prodotti idonei ai vari tipi di processamento e conservazione; in terzo luogo i consumatori tutti, tramite la distribuzione, contribuendo a fornire prodotti graditi e di buon livello alimentare; infine gli stessi ricercatori, per un giusto ritorno di “self-promotion”, in termini di carriera e di riconoscimento morale, che portino a soddisfazione ed entusiasmo per il lavoro svolto e da svolgere. Occorre infatti considerare che l’attività di ricerca è per buona parte creativa, anche se componenti di “routine” sono necessarie per ottenere risultati importanti.

Occorre invece constatare che, per troppi sistemi di ricerca, le priorità, per quanto riguarda i clienti, sono esattamente invertite: la “self-promotion” e la carriera dei ricercatori sono fattori primari sia nelle scelte degli argomenti di ricerca che nella utilità pratica delle ricerche stesse.

Tutto ciò nonostante quasi tutti i finanziamenti per la ricerca siano stati finora in buona parte, di origine pubblica e quindi finanziata dalla società nazionale ed internazionale. Per ovviare a questi inconvenienti, occorre stabilire criteri “a priori” e sistemi di controllo “a posteriori” sui finanziamenti così da orientare la ricerca a criteri di “problem solving” e non di “career promoting”. Certo non facile, ma possibile, specialmente se a questa politica sono subordinati la maggior parte dei finanziamenti.

In tempi più recenti si sono sempre più affermate le ricerche che fanno capo a multinazionali, che, evidentemente, sono certo più interessate al profitto che al benessere delle popolazioni.

  1.  Le priorità della ricerca e le collaborazioni possibili tra i Paesi Mediterranei

Come dianzi accennato, uno dei problemi capitali per l’agricoltura dell’area mediterranea è la conservazione e l’uso ottimale delle risorse idriche.

Quindi innanzitutto la conservazione, sia in falda che in superficie, delle precipitazioni, riducendo drasticamente il deflusso torrentizio delle acque e l’evaporazione dei bacini idrici superficiali, problema quest’ultimo finora non risolto, anche se risolvibile.

Quindi ottimizzazione delle tecnologie di irrigazione, per eliminare la dispersione idrica e maggiori spazi per il miglioramento genetico per la resistenza allo stress idrico delle principali colture alimentari. Introduzione di precocità, di strutture morfo-fisiologiche che conferiscano resistenza alla siccità, di adattamento all’utilizzazione di acque riciclate o di modesta qualità, tutte caratteristiche che occorre studiare in filiera, assommando i vantaggi che ciascuna componente fisica o biologica può apportare.

Non è detto che ogni Paese debba necessariamente tendere all’autosufficienza alimentare. Si possono produrre prodotti orto-floro-frutticoli di pregio, da esportare ai più ricchi mercati del nord, particolarmente fuori stagione, sviluppando tecnologie di difesa che permettano di ottenere prodotti liberi da pesticidi e quindi di migliore penetrazione economica. In cambio potranno essere importati cereali da Paesi che possono produrli e venderli a prezzi competitivi, come ad esempio sta operando Israele.

Il miglioramento genetico ed agronomico di specie orto-floro-frutticole può rappresentare un obiettivo fondamentale di collaborazione per la ricerca tra Paesi mediterranei. Infatti le condizioni pedoclimatiche presenti nel Mediterraneo sono ben diverse da quelle del Nord Europa, dove la maggior parte del breeding viene effettuata.

Esistono anche specie frutticole tipiche del Sud, quali agrumi, vite, olivo, pesche, fico, nocciolo, pistacchio ecc. che debbono essere migliorate, specialmente per quanto riguarda resistenza a parassiti più svariati, con programmi che non possono essere svolti che nel Mediterraneo.

Quasi tutti i Paesi del sud sono autosufficienti o quasi per la carne.

Migliorando ulteriormente i pascoli ed il management di questi, particolarmente prodotti ovi-caprini potrebbero rappresentare un interessante export verso il Nord.

Problematiche ed argomenti di ricerca comune tra i paesi del nord e del sud del Mediterraneo certo non mancano. Da scambi e confronti di idee molti altri argomenti potranno facilmente essere identificati. Quello che invece risulta – a mio parere – essere fortemente deficitario è il contesto in cui le collaborazioni di ricerca e sviluppo possano essere sviluppate.

Credo che i progetti tradizionali di sviluppo, condotti esclusivamente nei Paesi in Via di Sviluppo (PVS) e finanziati da FAO, UNDP, IFAD o con fondi fiduciari di Paesi donatori singoli, in bilaterale o multilaterale, abbiano fatto il loro tempo e non rispondano ai criteri di collaborazione attiva tra Istituzioni di ricerca esistenti nei PVS e nei Paesi sviluppati.

Anche le attività in passato condotte dall’Ufficio Regionale Europeo della FAO (programma ESCORENA) per oltre due decenni, si sono limitate – di fatto – a stabilire contatti tra Ricercatori ed Istituzioni a Nord e Sud, ma non finanziando, in modo sostanziale, la ricerca.

Le iniziative portate avanti dai 4 Istituti Agronomici Mediterranei (Montpellier, Zaragoza, Bari e Kania a Creta) sono principalmente orientate a sviluppare attività didattica e solo marginalmente coinvolgono attività comuni di ricerca con Istituti operanti a Nord e Sud, in particolare per finanziamenti che dovrebbero continuare ben oltre i 2-3 anni, date le difficoltà e le diversità ambientali presenti nel Mediterraneo..

Il modello che più si avvicina a quello ottimale è rappresentato dai nuovi programmi e progetti di ricerca finanziati dall’Unione Europea, in cui Istituzioni di Paesi appartenenti all’Unione collaborano con Istituzioni dei PVS del Sud del Mediterraneo, sviluppando tematiche di ricerca comuni con competenze complementari e sinergistiche.

Risulta anche ovvio che simili iniziative, se potessero essere svolte bilateralmente, con accordi specifici, potrebbero anche essere considerate con estremo favore.

In tale caso un Paese del Nord (ad es. l’Italia), tramite finanziamento bilaterale (MAE), potrebbe coinvolgere uno o più Istituti di ricerca italiani da un lato ed uno e più Istituti di ricerca dei Paesi del Sud, dall’altro.

Solo mediante la promozione dell’Agricoltura e delle economie delle aree rurali dei Paesi del Sud si potrà evitare il verificarsi sempre più importante del fenomeno di migrazioni massive, particolarmente di giovani in cerca di nuovi orizzonti e quindi l’insorgere di conflittualità potenziali, certo non augurabili, ma certamente attese, spesso mascherate con motivazioni razziali e religiose, ma indubbiamente riconducibili a radici socio-economiche vere e profonde.

C’è sempre troppo divario a livello economico e sociale tra Nord e Sud ed il Sud non starà certo solo a guardare la televisione. (Alessandro Bozzini, 25/11/2014)

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