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L’Acqua è già Pubblica!

Un Briefing Paper dell’Istituto Bruno Leoni spiega che la proposta di legge sull'acqua non produrrebbe alcun cambiamento sostanziale, ma metterebbe a repentaglio gli investimenti ambientali e costerebbe decine di miliardi allo Stato

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1. Introduzione

Non importa che il gatto prenda i topi: l’importante è che sia del colore giusto. La riforma del settore idrico, in discussione alla Camera dei Deputati col sostegno del Governo, sembra rovesciare il motto di Deng Xiaoping. Il disegno di legge, che ha come prima firmataria la deputata Federica Daga, ha per obiettivo quello di perseguire “una gestione pubblica partecipativa e trasparente del bene comune costituito dall’acqua”. La proposta riprende con alcune modifiche l’analogo progetto di iniziativa popolare depositato dai movimenti per l’acqua nel 2007. Esso nasceva dalla convinzione che “il sistema ha fallito e le politiche di privatizzazione hanno prodotto il disastro”.

Come vedremo in questo articolo, se approvata, tale proposta avrebbe conseguenze negative per il settore, andando ad aggravare proprio la situazione che – correttamente – identifica come critica, ossia la necessità di nuovi e ulteriori investimenti. In primo luogo, il presupposto è scorretto: non è vero che in Italia vi sia mai stata una politica di privatizzazione dell’acqua. L’acqua è una risorsa pubblica, mentre la gestione del servizio idrico è stata oggetto nel passato di modesti tentativi di apertura anche ai capitali privati ma è e rimane saldamente in mano pubblica. Secondariamente, le modifiche previste – che riguardano principalmente la natura giuridica dei gestori, le modalità di affidamento e la regolazione tariffaria – avrebbero impatti potenzialmente devastanti sul settore: rischierebbero di bloccare (o comunque rallentare significativamente) gli investimenti, ridurre il controllo sull’efficienza delle gestioni e dunque far potenzialmente lievitare gli sprechi e i costi, e peggiorare la qualità del servizio…

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