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La domesticazione degli animali africani

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Lazebu domesticazione degli animali africani, tema di grande (e decisiva) importanza per lo sviluppo del continente africano, è rimasto fino ad ora un tema praticamente “tabù” nel mondo scientifico e in quello della cooperazione internazionale.

Come questo sia stato possibile è una domanda che mi sono posto a lungo, e paradossalmente la risposta/soluzione mi è giunta da un saggio storico sullo sviluppo, confezionato per diventare “una pietra miliare” della ricerca preistorica e storica (come dalla presentazione) e porre “una pietra tombale” sull’argomento.

Il saggio in questione, scritto da un autorevole membro dell’Accademia delle Scienze americana (Jared Diamond), con il titolo di “Guns, germs and steel, the Fates of Human Societies”, è stato pubblicato in Italia – nei primi anni ’80 del secolo scorso – con il titolo di “Armi, acciaio e malattie” e con la prefazione di noti “scienziati” italiani, indicati anche come aspiranti al Premio Nobel.

Esso pone, all’interno di una vasta rassegna storica e preistorica (pur interessante e ben sviluppata) dei popoli e dei continenti della terra, un tema privo di basi scientifiche, antinaturale ed antistorico – basti pensare agli elefanti di Annibale – come quello che gli animali africani non sarebbero domesticabili. Così si esprime, a tale riguardo, la prefazione del saggio : “La savana africana è ricca di meravigliosi mammiferi, ma nessuno di loro è mai stato domesticato, semplicemente perché non si lasciano addomesticare”, che rappresenta quindi una grande mistificazione scientifica posta in essere nel XX secolo, quello del trionfo dell’Industria e della Scienza.

Sull’importanza della domesticazione degli animali nella storia dello sviluppo è necessario spendere qualche parola, poiché questo tema non è stato sufficientemente approfondito dalla storiografia ufficiale; pochi sanno, infatti, che all’origine alla civiltà – come noi la intendiamo – va posta la domesticazione degli animali e l’impiego dell’energia animale: mi riferisco qui, in particolare, a tre scoperte fondamentali, l’aratro, la ruota e la scrittura (quest’ultima legata al commercio dei prodotti agricoli, alla diversificazione dei mestieri e alla nascita dei primi nuclei urbani), una conseguente all’altra, rese possibili solo dalla disponibilità di animali domestici adatti alla bisogna.

Con molta pazienza e una certa fortuna molti tasselli del puzzle sono andati al loro posto fino a creare un quadro del tutto coerente della situazione riguardante l’Africa sub-sahariana. Affacciata sulle rive del Mediterraneo, di cui costituisce la sponda meridionale, e conosciuta quindi fin dalla più remota antichità, l’Africa – culla della storia e della preistoria dell’Uomo – è stata paradossalmente anche l’ultima grande area geografica ad essere esplorata e conosciuta nelle sue aree interne.

Pur avendo una forma massiccia e compatta, l’Africa è caratterizzata da una chiara dicotomia. Infatti, la continuità fisica e socio-culturale, nonché le possibilità di comunicazione fra Nord e Sud del continente, si sono interrotte, o quasi, intorno al terzo millennio A.C., a causa dei processi di desertificazione del Sahara.

Questa immensa terra di nessuno, arida e infuocata, ha quindi separato negli ultimi millenni l’Africa bianca mediterranea da quella sub-sahariana, abitata da popolazioni di pelle nera. I pochi varchi esistenti erano, infatti, se così si può dire, presidiati da ostacoli di varia natura.

Solo intorno agli inizi della nostra era, e grazie all’introduzione del dromedario, proveniente dalla penisola arabica, fu possibile ristabilire sporadici contatti fra le due sponde del deserto. Come da un pianeta lontano e sconosciuto, presero quindi ad approdare sulle rive del Mediter­raneo, dall’interno del continente, merci ed oggetti strani, il cui uso e significato erano spesso sconosciuti o difficilmente comprensibili a greci e romani; da cui probabilmente l’antico detto, riferito da Plinio il vecchio: “Ex Africa semper aliquid novi“.

Le strenue difficoltà sempre opposte da questo continente all’accesso e alla penetrazione fanno quasi pensare che la natura abbia posto a difesa dell’Africa nera – come altrettante soglie iniziatiche – una serie di barriere protettive più o meno visibili. Si riconoscono a tale riguardo:

- una barriera fisica a Nord, costituita dal deserto del Sahara, che per un lungo periodo, precedente la nostra era, ha rappresentato un ostacolo pressoché insormontabile fra l’Africa mediterranea e l’Africa nera sub-sahariana;

- una barriera geografica, rappresentata da una struttura continentale compatta e da una linea costiera quasi del tutto priva di insenature e/o punti di approdo al riparo dai venti oceanici;

- una barriera geologica, derivante dalla struttura “a terrazze” del sub-continente; per cui il sistema fluviale africano, caratterizzato da una serie di rapide, impedisce l’accesso alle aree interne da parte di imbarcazioni che vogliano risalire il corso dei fiumi dalla foce;

- una barriera sanitaria per l’uomo, rappresentata dalla malaria, presente ovunque allo stato endemico nella sua forma più virulenta (Plasmodium falciparum), pericolosa soprattutto, fino alla scoperta del chinino, avvenuta intorno al 1820, per gli europei e le popolazioni di pelle bianca in genere;

- una barriera sanitaria per gli animali domestici, o “barriera delle glossine” (agenti vettori della tripanosomiasi animale, trasmessa dalla mosca tse-tse), presenti nella maggior parte delle aree di foresta, di savana e lungo il corso dei fiumi. Questa malattia, che colpisce tutti gli animali domestici di grossa taglia (bovini, zebù, cavalli, cammelli ed asini), i quali rivelano così la loro origine non autoctona – rendeva praticamente impossibile l’impiego di animali da soma nelle aree infestate dalla mosca, per cui era necessario ricorrere ai cosiddetti “portatori”.

A questa serie di ostacoli naturali si deve infine aggiungere una barriera culturale, in gran parte ancora da approfondire, dovuta alla diversità delle opzioni culturali di base fra mondo occidentale e quello africano per quanto concerne il rapporto Uomo-Natura. Mentre le barriere fisico-geografiche sono state ormai largamente superate o aggirate, quelle sanitarie, che – a differenza delle Americhe – hanno risparmiato all’Africa la colonizzazione e l’insediamento stabile di coloni europei, ma non lo schiavismo e il colonialismo, rappresentano ancora un serio ostacolo per lo sviluppo.

Ma la più grande barriera è quella culturale. In virtù del suo millenario isolamento, infatti, la cultura tradizionale africana rappresenta una grande sfida alla civiltà ed al pensiero occidentale. Sebbene così lontana da sembrare quasi appartenere a un altro pianeta, la cultura africana – di matrice animistica – merita di essere approfondita e conosciuta, poiché, essendo speculare e complementare rispetto alla nostra, è suscettibile di arricchirla notevolmente.

Alla moderna cultura occidentale, spesso prigioniera dei propri schemi razionalistici, essa serve inoltre a ricordare, oltre alla relatività del suo (nostro) impianto culturale, anche la presunzione e vanità di un’azione tesa a distruggere antichi ma autentici valori, per sostituirli con “istanze” più recenti, ma non di rado effimere ed illusorie.

Accostarsi all’Africa per comprenderne meglio Natura e Cultura richiede una grande apertura culturale, umiltà, pazienza e perseveranza. La straordinaria vitalità e capacità di adattamento dei popoli africani rendono comunque tale sfida affascinante e degna di essere affrontata. Dopo

aver avuto un ruolo fondamentale nel passato dell’umanità, non è forse possibile che questo continente possa averne uno altrettanto importante nel suo futuro?

Riguardo al grado di evoluzione raggiunto al momento del suo incontro con l’Europa, l’Africa sub-sahariana si trovava in uno stadio socio-culturale paragonabile a quello iniziale della nostra storia. Infatti, pur avendo sviluppato una prima forma di agricoltura – basata sul lavoro manuale – essa

praticava ancora attivamente la caccia e non aveva domesticato i propri animali[1], simili a quelli

del resto del Vecchio mondo, ma molto più adatti e resistenti alle severe condizioni ambientali del continente. Il ritardo culturale dell’Africa sub-sahariana ha reso quindi questa area fortemente tributaria di aree periferiche e marginali del sub-continente – con animali domestici (e talvolta anche con i loro allevatori) di diversa origine (zebù e loro allevatori dall’India, dromedari dall’Arabia, bovini, cavalli ed asini dal Nord Africa, altri animali di piccola taglia o di bassa corte).

I grandi mammiferi introdotti dall’esterno (specie bovini e cavalli) si sono tuttavia dimostrati poco adatti all’ambiente africano e scarsamente produttivi; inoltre, non raggiungendo una taglia sufficiente (essendo la taglia piccola un carattere di resistenza alle malattie, in particolare alla tripanosmiasi animale, trasmessa dalla mosca tse-tse[2]), non hanno potuto fornire che un contributo molto modesto allo sviluppo dell’energia animale. Quelli provenienti da regioni aride (soprattutto lo zebù) si sono poi rivelati anche “agenti di desertificazione”, in particolare per le loro modalità di allevamento. L’introduzione di specie estranee in ecosistemi nuovi e caratterizzati da un forte rapporto sinergico fra mondo animale e vegetale, ha un impatto fortemente negativo sugli equilibri biologici degli stessi. Inoltre gli animali non autoctoni sono troppo leggeri per la trazione animale (superano raramente i 4 q.li di peso) e poco resistenti alle malattie. L’Africa è particolarmente ricca di grandi mammiferi, alcuni dei quali sono potenzialmente molto più interessanti e produttivi dei bovini domestici di importazione. Il bufalo africano ed alcune grandi antilopi, oltre ad essere tripanoresistenti, possono raggiungere e superare gli 8 q.li di peso, come le nostre razze da lavoro. Per quanto concerne la domesticazione di alcuni animali potenzialmente utili (ma ancora allo stato selvatico, per le ragioni suddette – in primis il bufalo, poi la zebra ed alcune grandi antilopi, come gli Eland del Capo e di Derby) – il problema è più complesso ma, data l’importanza del tema, esso va affrontato decisamente, come già avvenuto all’inizio del XX secolo.

Nei primi anni del ‘900 le potenze coloniali si erano rese ben conto delle ragioni di fondo del ritardo socio-culturale dell’Africa nera, nel suo complesso. Risalgono a quegli anni i primi tentativi di domesticazione di alcuni grandi mammiferi africani (in particolare la zebra e l’Eland del Capo[3]), promettenti e coronati da successo.

Essendo in linea di principio contrari a questi sviluppi, alcuni alfieri della rivoluzione industriale e “fans” della caccia grossa vi si opposero risolutamente, coniugando i loro sforzi, per quanto miopi ed egoistici potessero essere. Questa tesi – sebbene rivisitata a posteriori – è più che verosimile, poiché vennero di fatto bloccati tutti i programmi di domesticazione, i quali divennero successivamente “tabù”, fino a cercare di accreditare – anche sul piano scientifico – la tesi che gli animali africani non fossero in alcun modo domesticabili e fossero quindi da considerare solo come animali selvatici (vedi WWF) o da “proteggere” per gli “aficionados” della caccia grossa.

Simile al re nudo della favola di Andersen, questa storia dimostra come decisioni di carattere geo-politico, anche importanti e riguardanti intere popolazioni, possano venir prese da un ristretto numero di persone che – pur prive di conoscenze specifiche e digiune di scienze sociali – riescono a condizionare e a coinvolgere il mondo scientifico, l’opinione pubblica, le istituzioni nazionali e quelle internazionali. Una volta avallate, queste decisioni diventano i dogmi di una falsa scienza (non sconfessata da quella ufficiale), che fa uso di carte truccate senza rendersi conto di avviare e perpetuare così una serie infinita di errori, il cui esito finale non può che essere dirompente.

E’ oggi necessario riconoscere che l’energia animale rappresenta uno stadio fondamentale dello sviluppo, e che essa lo è ancora per i popoli che non l’hanno conosciuta, sia per aumentare la produttività e le superfici coltivabili, sia per affrontare e risolvere complessi e delicati problemi di carattere ambientale e socio-culturale. Attualmente noi tutti, condizionati dai successi del mondo industriale – i cui aspetti negativi spesso ci sfuggono – ci rendiamo difficilmente conto del fatto che l’impiego degli animali per il lavoro costituisce una tappa insostituibile dello sviluppo, per cui cercare di farne a meno o di by-passarla equivale a “mettere il carro davanti ai buoi”.

Pietro Antinori

[1] Nel corso del suo primo viaggio di esplorazione in Africa, nella regione del Sahel (1795-1797), Mungo Park, giovane medico scozzese, scrive: In questa regione gli animali più comuni sono la iena, la pantera e l’elefante. Quando ho detto ai miei accompagnatori africani che in India gli elefanti sono stati domesticati e posti al servizio dell’uomo, essi sono scoppiati a ridere esclamando: è una bugia dell’uomobianco.

 [2] Contro la quale si fanno campagne di eradicazione dannosissime per l’ambiente.

[3] L’elefante africano fu già domesticato dai Cartaginesi, che – avvalendosi di addestratori indiani – lo impiegarono nelle battaglie di Annibale contro Roma par la conquista della supremazia nel bacino del Mediterraneo

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One Response to La domesticazione degli animali africani

  1. Beti PIOTTO Rispondi

    aprile 1, 2015 a 9:13 am

    Interessante e ben fondamentato l’articolo di Pietro ANTINORI.
    Confesso che sono affascinata dal pensiero di Jared Diamond ma, in questo caso, ha ragione Antinori.
    Saluti e complimenti
    Beti Piotto

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