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La disfida delle proteine

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Con lo sviluppo dell’offerta agricola e dei prodotti dell’industria alimentare l’umanità ha raggiunto livelli di consumo tali da soddisfare la domanda di alimenti di base, cioè di quelli necessari alla sua sopravvivenza, sia pure con livelli non omogenei nelle diverse aree mondiali. Nei Paesi sviluppati come l’Italia, superata la fase dello sviluppo quantitativo dei consumi, ne sono seguite altre in cui sono emersi gli aspetti qualitativi, prima legati ai contenuti nutrizionali, poi alle qualità intrinseche del singolo alimento e, in seguito, al soddisfacimento di altre e più complesse esigenze del consumatore. Nell’ambito di queste ultime si inseriscono altre valenze del cibo che guidano le scelte. Di conseguenza anche l’offerta ha dovuto compiere cambiamenti nella tipologia di prodotti, di preparazioni, di presentazioni degli alimenti. Si diffondono modelli di consumo ispirati a diverse concezioni spesso fondate su ideologie e teorie pseudo scientifiche. Reliquie di un passato in cui le conoscenze scientifiche sull’alimentazione erano inferiori a quelle attuali.
L’effetto sui consumi è forte. Cambiano i modelli alimentari e l’offerta di alimenti si adegua. Ad esempio, il consumo di cereali e derivati cala per essere sostituito da altre granaglie che cereali non sono; prevale la categoria di prodotti “senza”, cioè privi di qualche componente. Citiamo gli esempi del glutine o del lattosio, due elementi la cui assenza è indicata a chi li deve evitare, ma che vengono proposti a tutti con effetti indesiderati negativi. Un caso diverso è quello   dei cibi di origine animale: carni, latte e derivati. Seguendo precise posizioni ideologiche e diete specifiche come quelle vegetariane o vegane vengono eliminati dal consumo. Al loro posto vengono suggeriti prodotti alternativi, ma di origine vegetale, trascurando un’elementare cautela nutrizionale e seguendo diete fantasiose e senza riscontri scientifici.
Oggi nella disfida sulle proteine arriva una sorpresa con il Rapporto COOP 2019 (dati Istat e Nielsen del primo semestre 2019 ed elaborazioni Nomisma).  Infatti i dati dei consumi indicano, rispetto allo stesso periodo del 2018, l’inatteso ritorno della carne e, in misura minore, di latte e latticini, cioè delle proteine di origine animale.
Ma andiamo con ordine, partendo dal quadro generale dei consumi. La spesa degli Italiani per quelli alimentari, pari al 14% di quella totale, è più elevata che nei paesi europei comparabili. La crescita dei prezzi al consumo è inferiore a quella media dell’Ue di 1% circa, la sua dinamica si allinea all’insieme dei prezzi stazionari da anni.
Infine ecco le novità sulle proteine: rispetto alla prima metà del 2018 i consumi di carni aumentano in valore del 3,5%, i salumi del 2,9%, i formaggi dell’1,6% e i latticini dell’1,1%. Il pesce cala del 4,1%, la frutta fresca del 2,2%, quella secca sale del 4,1% e la verdura dell’8%. Il ritorno della carne, comunque ferma a 80 kg procapite ai livelli del 2000, ci colloca al quarto posto dietro Francia e Germania a 86 kg e Spagna a 100 kg. Questo cambio di tendenza è selettivo e porta le carni avicole al 27,8%, quelle di vitello e di bovino al 24,7%, quelle di suino al 10, 5%.
La vera novità nella novità riguarda i prodotti sostitutivi delle proteine animali che perdono il 4,7% sullo stesso periodo del 2018 pur appartenendo al gruppo degli alimenti preparati che complessivamente cresce oltre l’1%. Colpiscono il crollo del 40,5% dei wurstel vegetali, quello del 36,2% dei piatti surgelati, quello fra 8,6% e 8,8% di tofu e seitan o del 7,6% degli hamburger vegetali,  ma tutta la categoria è in calo.
Le due tendenze, ripresa delle carni e dei derivati del latte e caduta dei prodotti sostitutivi delle proteine animali, se confermate, suggeriscono due riflessioni di rilievo: 1) i consumatori ritengono importante un adeguato consumo di proteine di origine animale o almeno con funzione sostitutiva, 2) essi appaiono coerenti nel ritenere che la sostituzione con prodotti vegetali non sia sufficiente e quindi, almeno in parte, tornano alle scelte di consumo di prodotti animali, ma con prudenza, come dimostra il peso prevalente delle carni bianche sul totale carni.
La disfida sulle proteine di origine animale non finisce qui, ma la notizia di oggi è davvero buona.

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