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Il rilancio della utilizzazione dei pascoli montani nella salvaguardia e valorizzazione del territorio

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“Mi piace segnalare questo Speciale di Alessandro Bozzini dedicato ai milioni di ettari di prati pascoli montani in gran parte abbandonati o trascurati in Italia. Una lettura utile per politici e tecnici, per una miglior comprensione di flora, fauna, disponibilità di acqua e di “risorse trascurate”, perché il progresso non sia misurato soltanto in termini di crescita economica, ma, per essere vero, sia misurato anche in termini di qualità della vita”.

Luigi Rossi, Presidente FIDAF

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Indice                                                                                                                       

 

  1. Premessa.
  2. La gestione dei pascoli.
  3. L’influenza climatica sui pascoli.
  4. Funzioni produttive e protettive dei pascoli.
  5. Una programmazione per l’uso della copertura vegetale.
  6. Controllo dell’erosione.
  7. Ricupero delle aree abbandonate con lo sviluppo dei pascoli.
  8. Importanza della copertura boschiva.
  9. Valorizzazione delle foraggiere erbacee nel bosco.
  10. Ruolo del genere Quercus.
  11. Ruolo di altre piante legnose utilizzabili per il foraggio.
  12. Altri interventi per la valorizzazione e la tutela del territorio.
  13. Valorizzazione delle popolazioni locali degli animali domestici.
  14. Integrazione della montagna con la pianura.
  15. Terra pubblica, Università agrarie e Comunità montane.
  16. Scienza e Tecnica.
  17. La Formazione e Valorizzazione del Personale tecnico.

                                                                     

  1. Premessa

I prati-pascoli del nostro Paese interessano attualmente una superficie di circa 4 milioni ettari, collocati principalmente in collina ed in montagna; il pascolo naturale essendo, di fatto, ormai quasi completamente scomparso nelle pianure, sia al Sud che al Nord. Un tempo, anche vaste superfici di pianura erano a pascolo: buona parte del Tavoliere della Puglia, la Maremma, la vasta area pianeggiante intorno a Roma e, più a sud, nel “colle-piano” del Crotonese, dove il bestiame si inseriva in un sistema agricolo fondato sulla pratica del maggese.  Ciò anche in quanto i migliori pascoli si trovavano appunto sulle superfici a riposo in cui cresceva spontanea ed abbondante un’ottima leguminosa foraggiera, la sulla (Hedisarum coronarium). Si trattava, sino alla fine del 1800, di immensi pascoli punteggiati da aree a seminativo e boschive che trovavano nella transumanza, durante il periodo estivo, cioè col trasferimento del bestiame sui monti dell’Appennino, il modo di utilizzare appieno le risorse locali disponibili.

Anche in Italia, come d’altronde in tutti i Paesi ad agricoltura avanzata, da molti decenni si persegue l’obbiettivo – con la scomparsa del maggese – della intensificazione colturale, specie nelle aree più favorite, puntando verso un’agricoltura meccanizzata e con l’utilizzo crescente di cultivar migliorate, di fertilizzanti chimici e di pesticidi di sintesi, per ottenere rese elevate, sino ad alcuni decenni or sono impensabili. Si tende quindi ad eliminare ogni possibile concorrente delle più importanti specie e varietà coltivate.

A questo punto è sorto il problema della tutela dell’ambiente, della conservazione della fertilità del suolo, in quanto la forzatura della produttività porta con sè inevitabili contrasti ecologici.  Difatti, mentre da un lato l’agricoltore cerca di ottenere dalle proprie colture produzioni massimali con l’uso di ogni mezzo messo a disposizione delle tecnologie, dall’altro, l’impiego, spesso eccessivo e talvolta indiscriminato, di tali tecnologie e particolarmente di pesticidi e di fertilizzanti chimici, rivolto all’ottenimento del massimo a breve scadenza, porta spesso e quasi inevitabilmente a serie conseguenze negative sull’ambiente. Ad esempio, nella metà del secolo scorso il contenuto medio di sostanza organica nel terreno agrario era dell’ordine del 3,0-3,5%: oggi si aggira solo sullo 0,5 -1,5!

D’altro canto l’agricoltore, per massimizzare il suo reddito, magro ed aleatorio rispetto ad altre attività più redditizie, non può rinunciare a spingere la fertilizzazione, l’uso di antiparassitari, di erbicidi, di fitoregolatori, sino ai limiti della convenienza, anche se vista soltanto a breve termine. La meccanizzazione, fattore primario su cui ruota l’agricoltura intensiva, è indubbiamente l’intervento colturale che ha inciso in modo più marcato sulla nuova impostazione dell’impresa agricola, con la inevitabile conseguenza della diminuzione dell’impiego della manodopera, che diviene specializzata e ridotta all’essenziale.

Anche gli ordinamenti colturali, con la specializzazione, vengono ad essere molto semplificati, con la monosuccessione ed in genere con la diminuzione del numero delle colture vegetali e con la tendenza, quasi inevitabile, a ridurre sempre più gli allevamenti animali da latte e carne, una volta strettamente associati alle colture vegetali. Per molte nostre terre fertili di pianura l’indirizzo produttivo da zootecnico-cerealicolo tende a passare a cerealicolo puro (ad es. grano dopo grano), mentre gli allevamenti divengono sempre più specializzati, con la caratteristica sempre più spiccata di divenire delle biofabbriche, spesso avulse dal contesto agricolo, con l’alimentazione basata su mangimi, spesso prodotti quasi esclusivamente con granaglie di importazione anche per la possibile assenza di terreni coltivabili nell’azienda.

La montagna, invece, a causa della sua difficile morfologia e di una serie di vincoli ambientali (carenza di viabilità rurale, di infrastrutture, di servizi, di energia, etc.) non si può avvantaggiare in modo adeguato dell’intervento di mezzi meccanici. Nella pianura l’impresa agricola assume una nuova fisionomia: da familiare, georgica, tradizionale, diviene sempre più industrializzata e la produttività per ettaro aumenta notevolmente, mentre in montagna l’impresa agro-pastorale è costretta a segnare il passo, non riesce ad adattarsi alle innovazioni ed inoltre non trova più, come nel passato, nella pastorizia itinerante, quella integrazione che consentiva di valorizzare ed utilizzare razionalmente le produzioni vegetali sia di montagna che di pianura.  Aumenta di conseguenza il divario economico tra il reddito della pianura e della montagna, a danno sempre crescente di quest’ultima. In molti territori montani l’esodo diviene un vero e proprio abbandono, che ormai si stima interessare 4-5 milioni di ettari, con lo sviluppo di flora spontanea non sempre redditizia.

Resta però il fatto incontrovertibile che nella montagna e nella collina più impervia l’allevamento e l’utilizzazione dei pascoli rimangono sovente l’unica risorsa continuativa del territorio nel breve tempo, in quanto la foresta necessita di tempi ben più lunghi per accumulare il legname, prodotto quasi esclusivo di tali colture. Pertanto, il problema della utilizzazione continua delle aree interne impervie, viene ad identificarsi con l’uso dei pascoli.  Inoltre, la montagna, con i vincoli che pone all’uso di certi mezzi, pur dovendo rimanere incontaminata, può rimanere sede di attività agro-pastorali che non fanno o fanno minimo ricorso ad interventi inquinanti ed, innanzitutto, con le sue risorse foraggiere, derivanti prevalentemente dai suoi pascoli naturali, può e deve tornare ad essere origine di prodotti zootecnici di alta qualità, pregio e valore economico.

Non solo l’allevamento di ovicaprini e bovini, ma anche di caprioli, daini, mufloni, cervi ed, in certe situazioni, anche di cinghiali, potrebbe rappresentare un valido mezzo per sottrarre all’abbandono ed al degrado, vaste aree marginali, anche se impervie, con finalità economiche dirette ed al tempo stesso, di notevole attrazione anche per l’ecoturismo. E’ la strada da tempo imboccata da molti Paesi centro-europei, con risultati molto validi, soprattutto nelle cosiddette aree protette (parchi nazionali e regionali ecc.)…

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