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Il Mezzogiorno sarà risorsa soltanto con una profonda riscossa culturale

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Il Mezzogiorno: risorsa o peso per il Paese ? Il Sud ha sicuramente prospettive di sviluppo non inferiori a quelle di altre aree, ma non dispone di adeguata capacità di realizzarle, nonostante sussistano tutte le condizioni essenziali, da quelle umane a quelle ambientali ed economiche – agricoltura e turismo innanzitutto – che costituiscono potenzialità enormi: basti pensare alla specificità e al pregio di tanti prodotti agricoli, alle eccezionali attrattive delle sue località marine, alle città – soprattutto costiere – celebri per la loro unicità e bellezza, ai suoi tanti paesaggi appenninici ricchi di straordinaria vegetazione mediterranea.
Ma, allora, come si spiega il paradosso ?
Vanno ricordati – per tentare di capire cosa necessita – alcuni fattori ai quali si possono addebitare le cause di un processo di sviluppo mai concretamente avviato; in particolare:
– il diffuso individualismo degli operatori, i quali non riescono a trovare la via di un concreto associazionismo e del coordinamento delle loro iniziative;
– una legislazione nazionale e degli enti locali insensata, appesantita da una burocrazia dedita all’arte delle raffinatezze formali;
– una amministrazione inadeguata che caratterizza quasi tutte le regioni meridionali;
– il cancro della delinquenza.
Grossi problemi sui quali si giuoca il destino soprattutto delle nuove generazioni. Se quanto precede è stato già detto – e sicuramente è stato detto – perché ripeterlo ? Che cosa si può aggiungere ?
Bisogna, forse, andare alla ricerca di una pre-condizione indispensabile, per realizzare l’aggancio del nostro Sud alla realtà costituita, sempre più, dalla evoluzione tecnologica, economica e sociale che si intreccia con la progressiva globalizzazione dei mercati e con la realizzazione di un’ Europa più coesa.
Una precondizione “culturale”, nel senso di una mentalità idonea a recepire maggiore conoscenza.
Il Sud – per vincere questa sfida – deve attrezzarsi con una concenzione che parta dalla consapevolezza delle proprie opportunità e capacità. Spesso, molto spesso, si fa confusione tra valutazioni antropologiche e aspetti sociologici.
La diatriba se siano migliori quelli del Nord o quelli del Sud è sbagliata e priva di fondamento. Da un punto di vista antropologico non possono esservi differenze tra le relative percentuali di bravi e meno bravi, buoni e meno buoni; e così via.
Le differenze emergono quando si fanno valutazioni di natura sociologica, influenzate da situazioni ambientali legate a storie locali, che hanno lasciato tracce negli ordinamenti, nei sistemi di vita, nella mentalità.
Se, dunque, dal punto di vista antropologico la gente del Sud non ha nulla da invidiare a nessuno, non dovrebbe essere prigioniera di una mentalità – ormai tradizionale e inadeguatà ai tempi della globalizzazione – che la ingabbia in concezioni e situazioni che bloccano le sue capacità e le sue iniziative.
Quanto questo sia vero lo dimostra il numero incredibile di esempi di uomini del Sud i quali, in altri contesti, in tutto il mondo, hanno saputo affermarsi e ottenere gratificanti riconoscimenti, offrendo contributi scientifici, culturali, imprenditoriali non ordinari.
Bisogna superare l’individualismo, per favorire lo sviluppo delle condizioni che promuovono la crescita economica e sociale delle comunità.
Il cambiamento di cultura a livello di vaste aree, però, non si realizza con la bacchetta magica. La strada migliore è quella di un costante, franco dibattito, che deve coinvolgere Istituzioni, Scuola, Enti e le Organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori, di tutti i settori.
I tempi a disposizione per agganciare il Mezzogiorno al treno del resto del Paese non sono lunghi; ma, purtroppo, non tutti coloro che dovrebbero affrettarsi hanno la consapevolezza necessaria per liberare il potenziale represso dal secolare letargo, generato anche da un diffuso individualismo, che concorre non poco a penalizzare la sua crescita sociale ed economica.

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