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Il metodo partecipativo per decisioni condivise nell’agroalimentare

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Introduzione

Per gran parte del XX secolo il rapporto tra scienza e società si è basato su di un semplice contratto: la società forniva mediante la mano pubblica le risorse per effettuare ricerca e sviluppo, la comunità scientifica si impegnava a produrre e a rendere pubblicamente disponibile conoscenza scientifica, della cui qualità si rendeva garante attraverso meccanismi interni di controllo – come per esempio la peer review degli articoli scientifici o la cooptazione nell’accademia (Gibbons, 1999). L’approccio utilizzato per le decisioni riguardanti lo sviluppo e l’applicazione di nuove tecnologie era pertanto un approccio “elitario” o “tecnocratico”, basato sul principio che il pubblico non può comprendere la base scientifica dei fatti perché non domina i concetti e le conoscenze necessarie (principio del deficit cognitivo) (National Science Board, 2004). Le decisioni erano quindi delegate a scienziati o ad altri specialisti della materia che possedevano le conoscenze e le capacità tecniche necessarie.
Questo modello, che ha funzionato a lungo efficacemente, è stato messo in discussione nell’ultima parte del secolo scorso e in questo scorcio del secolo corrente. L’informazione (non solo scientifica, peraltro) non segue più un flusso lineare che parte dai soggetti ”esperti” creatori di conoscenza (ricercatori e tecnologi) ed è poi mediato da professionisti e tecnici per arrivare agli operatori economici, consumatori e semplici cittadini che ne beneficeranno come soggetti passivi. Il grande pubblico ha infatti acquisito un livello medio di istruzione più elevato di qualche anno fa e conseguito un ampio e veloce accesso alla informazione (Sonnino et al., 2017), e ritiene quindi di possedere il diritto, la forza e gli strumenti critici per partecipare attivamente ai processi decisionali che lo riguardano (Sykes e MacNaghten, 2013). L’esigenza di partecipazione ai processi decisionali è particolarmente avvertita per quanto riguarda i temi connessi con l’alimentazione nelle sue interazioni con la salute dei consumatori e con l’ambiente. Alcune tecnologie, per il cui sviluppo erano state investite ingenti risorse, sono state rifiutate dalla società. Gli esempi più rilevanti, ma non gli unici, sono la produzione di energia nucleare, l’uso in agricoltura di organismi geneticamente modificati (OGM) (Sonnino e Sharry, 2017; Borel, 2017) e le applicazioni delle nanotecnologie nell’industria alimentare (MacNaghten et al., 2015).

Le conseguenze dello scollamento tra scienza e società e tra professione e pubblico sono almeno due:

  1. In molti casi i risultati della ricerca – in particolar modo, ma non esclusivamente pubblica – fanno fatica a trovare accettazione sociale, per cui non vengono – o vengono solo parzialmente – tradotti in valore sociale, economico o ambientale. Questo significa che le risorse che la società mette a disposizione della ricerca, già scarse, volatili e non predicibili, sono utilizzate in maniera poco efficace, dando luogo a quella che è stata definita come ‘death valley’ delle acquisizioni scientifiche potenzialmente utili, ma non applicate.
  2. I portatori tradizionali di conoscenza, scienziati e professionisti delle varie materie, non sono più riconosciuti come tali, ed il loro ruolo stenta a essere riconosciuto come socialmente rilevante.

L’Osservatorio sul Dialogo nell’Agroalimentare

L’Osservatorio sul dialogo nell’agroalimentare è stato fondato nei primi mesi del 2018 dalla FIDAF, dalla Associazione Passinsieme, dalla rete del Festival Cerealia, dall’ENEA e da un gruppo di ricercatori afferente a diversi Enti, Università e discipline scientifiche, docenti universitari e operatori economici interessati alle dinamiche in atto nel settore agroalimentare. I campi di interesse del gruppo di fondatori dell’Osservatorio comprendevano l’agronomia, le tecnologie alimentari, l’ecologia, la fisica, la gastronomia, lo spettacolo, la comunicazione, l’informatica, l’antropologia, la sociologia, la filosofia della scienza e l’architettura. Questo ampio ventaglio di esperienze e di bagagli culturali ha permesso di impostare le prime discussioni su di un piano completamente interdisciplinare e di considerare una visione di insieme.
L’Osservatorio sul Dialogo nell’Agroalimentare è stato pensato come momento di riflessione e azione collettiva, al fine di individuare percorsi condivisi di sviluppo di proposte. La riflessione condivisa, però, non è di facile realizzazione, per cui si è pensato di ricorrere alla facilitazione professionale delle discussioni. I metodi partecipativi di intelligenza collettiva che sono stati applicati sono basati su pensiero critico e pensiero sistemico (Curatella, 2020). Il primo passo è stato quello di creare un porto franco dove attori con background culturale, opinioni, attitudini e interessi molto diversi tra loro, a volte addirittura opposti, potessero trovare ascolto in modo da ristabilire un clima di fiducia reciproca…

Vedi allegato

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