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Il Covid-19: niente sarà come prima. Anche l’Agricoltura?

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La pandemia ha colpito l’economia mondiale con una dirompenza che, si teme, possa superare addirittura quella della Grande Depressione del 1929. Il FMI stima per il 2020 una contrazione del PIL del 3% nel mondo, del 7,5% nell’Eurozona, con la Francia, la Germania e la Spagna rispettivamente al 7,2%, 7%, 8%. Per l’Italia si prevede una contrazione del 9,1% con un indebitamento del 155,5% rispetto al PIL. Una crisi che non conosce confini geografici, con previsioni incerte poiché dipendono dalla permanenza dell’emergenza sanitaria, dalla durata delle misure di contenimento e dalla velocità della successiva ripresa. La recessione sarà inevitabilmente profonda, con un calo generalizzato dei prezzi ed il forte rischio di trasformarsi in una lunga depressione, azzerando i progressi degli ultimi dieci anni di lotta alla povertà.

L’UE, frenata anche dalla instabilità governativa di molti Paesi, stenta a reagire. Se non troviamo rapidamente una risposta comune, il progetto europeo è esposto al prevalere dei nazionalismi o ad una deriva antidemocratica. Dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Solo una entità sopranazionale, quale una Unione europea integrata e solidale può attenuare le diseguaglianze e le insicurezze, rendendo più efficaci le politiche interne degli Stati nazionali ed inserendo armonicamente la propria politica estera nel quadro internazionale. In definitiva una strategia verso un’Europa che crei fiducia e partecipazione attraverso l’attivazione di azioni comuni, con finalità comuni ed estese a tutti gli Stati membri. Occorrono interventi innovativi, congrui nella misura e nei tempi, proporzionati per assicurare pari condizioni di indebitamento per le aree colpite dalla pandemia in modo differenziato, ma certamente senza alcuna diretta responsabilità di chi ne subisce gli effetti devastanti. Appare indispensabile una forte condivisione, una distribuzione solidale del debito, in assenza della quale si renderebbero necessari, al livello nazionale, interventi di risanamento finanziario di dimensioni gigantesche, pregiudizievoli sul piano degli equilibri economici ed incidenti fortemente sull’ordine sociale: i mercati potrebbero essere indotti a dubitare della nostra capacità di superare gli effetti di un enorme indebitamento.

La reazione dei diversi Stati è fortemente differenziata, con conseguenti tempi diversi nella ripresa e differenti esposizioni finanziarie. Secondo alcune analisi l’Italia occuperebbe il 31° posto, rispetto al 4° per la Germania, il 9° per gli USA, il 14° per la Francia, il 23° per la Spagna. Non si può certo chiedere anche una mutualizzazione dei debiti del passato che, però, pur dipendendo in gran parte da errori di politica nazionale, sono stati appesantiti da un forte rallentamento del processo di integrazione della UE. La pandemia giunge, infatti, trovando una Europa in piena e persistente congiuntura negativa. Se, pertanto, ingenti iniezioni di liquidità possono sostenere il superamento della crisi sanitaria è necessario, anticipando i tempi, tendere con decisione a stemperare le condizioni che da troppo tempo rallentano la crescita nella UE.

Anche sul piano della politica estera comunitaria si impone, infatti, una vera e propria svolta, con l’obiettivo di attenuare una forte discrasia rispetto alla politica dei maggiori attori internazionali. Non si tratta certo di scadere in una sterile contrapposizione tra liberismo e protezionismo: l’UE deve tendere ad armonizzare i propri rapporti commerciali nel contesto internazionale, rimodulando soprattutto le importazioni dalle aree – incompatibili o a ridotta compatibilità per divari economici, sociali, ambientali – che spesso possono godere di condizioni produttive in forte deroga rispetto alle regole di concorrenza.

Non è certo proponibile la riattivazione di dazi oggi spesso solo virtuali, ma occorre agire soprattutto attraverso quote di importazione che possano assicurare una armonica integrazione dei mercati. Non sono anche da escludere supporti diretti o indiretti (tipo Farm Bill USA) rapportati all’andamento dei prezzi mondiali. La crisi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ormai del resto inadeguata per frenare gli effetti perversi di un accelerato processo di globalizzazione ha, infatti, spinto da tempo importanti aree del mondo a proteggere il proprio mercato con barriere daziarie riferite soprattutto alle produzioni strategiche. Una tale politica spinge al ribasso i prezzi mondiali, amplificando la dipendenza delle aree deficitarie. Il vecchio continente risulta in effetti l’area più aperta del mondo soprattutto con specifico riferimento all’Agricoltura, ma anche per altri comparti manufatturieri, quali a titolo puramente esemplificativo, l’acciaio e l’alluminio.

Come può l’UE essere fideisticamente liberista quando il resto del mondo risulta protezionista? La discrasia appare evidente non solo all’esterno ma anche all’interno della UE, per un deficit di armonizzazione fiscale, finanziaria, sociale oltre ad un insufficiente coordinamento nella lotta all’evasione fiscale ed alla corruzione: un deficit che può essere superato richiamando i Capi di Stato ai valori originari della Costruzione Europea. La forte ed esponenziale accelerazione nelle aperture commerciali della UE, spesso sulla base di accordi internazionali stipulati senza un’attenta ponderazione del conseguente impatto sulle specifiche aree produttive e senza alcuna reciprocità in relazione alle possibili situazioni di eccedenza o penuria dei prodotti, ha amplificato il processo di internazionalizzazione dei mercati, rendendo le quotazioni internazionali un riferimento pressoché vincolante per la formazione dei prezzi sul mercato interno. Un mercato che è divenuto, quindi, sempre di più una componente integrata del mercato internazionale…

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