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I giovani e l’agricoltura

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I concetti e le definizioni sono soggetti, ai nostri tempi, a una instabilità che non esisteva in passato, soprattutto nei settori a più lenta evoluzione.

Per le precedenti generazioni la realtà e il pensiero non subivano rapidi cambiamenti o fluttuazioni. Ciò che appariva aveva profonde radici nel tempo, nella tradizione, nella storia. Se cambiamenti avvenivano erano molto lenti e graduali e la cultura e, quindi, la struttura e l’organizzazione delle comunità, si adeguavano con la lentezza capace di assorbire i modesti mutamenti che “aggiornavano” il mondo e l’umanità, favorendo il progresso, ma senza causare turbamenti o incontrollabili disagi. C’era, insomma, una “continuità rassicurante”.

Oggi non è più così, per almeno due ragioni. La prima, determinata dalla realtà “virtuale”, che supera e sconvolge i principi della realtà “materiale” sui quali è fondata la nostra esistenza e la nostra cultura tradizionale, che rende imprevedibili le epocali trasformazioni, senza precedenti, che hanno investito e continuano a investire la realtà che ci circonda. La seconda è la “velocità” dei cambiamenti, non comparabile con quella che ha caratterizzato ogni forma di evoluzione del passato.

Alla luce delle suddette considerazioni, è possibile fare specifiche riflessioni su aspetti che riguardano le aree rurali e il mondo agricolo nel suo complesso.

Non occorre tornare molto indietro negli anni per rilevare che nella convinzione comune i territori definiti “rurali” erano aree spesso considerate marginali, escluse dai processi di sviluppo demografico, economico e sociale; destinate, pertanto, a una progressiva emarginazione, in parallelo con la crescente urbanizzazione.

Di conseguenza, quali prospettive poteva avere l’attività agricola, soprattutto nelle aree marginali, penalizzata da insormontabili difficoltà per la realizzazione di adeguate trasformazioni? Ne è derivata una più accentuata perdita di peso della nostra agricoltura, contrassegnata anche dalla convinzione che era più conveniente acquisire prodotti alimentari da paesi connotati da una povertà che noi credevamo di aver superato.

Così l’agricoltura riduceva sempre più la sua incidenza sul prodotto interno lordo e, in parallelo, l’occupazione nel settore si riduceva in modo che si considerava normale, in nome di un progresso che aveva le sue componenti fondamentali nell’industria e nei servizi. E non era ancora l’era digitale !

Nell’Ottocento gli addetti all’agricoltura, nel nostro Paese, erano il 75 per cento della popolazione, mentre oggi sono appena il 4 per cento. Gli analfabeti erano il 70%, mentre ora v’è la scuola obbligatoria per tutti.

Stanno emergendo, per fortuna, cambiamenti significativi e incoraggianti. Non tanto per scelte economiche, quanto per una presa di coscienza, soprattutto dei giovani, i quali stanno riscoprendo le attività agricole come soddisfacenti forme di vita e di produzione di reddito, che si conciliano sia con le esigenze economiche, sia con quelle “umane”, finalizzate a trovare passione e soddisfazione nel proprio lavoro.

Un dato assai significativo di tale orientamento è costituito dalla crescita del 26 per cento degli iscritti alle Facoltà di Agraria ed è confermato dall’aumento del 9 per cento delle assunzioni di giovani nei settori agricoli. Dati che confortano anche per considerazioni di carattere più generale, se raffrontati con la parallela migrazione di italiani – soprattutto giovani – verso l’estero.

 Va evidenziato, pertanto, che quelli che restano nel nostro Paese, per dedicarsi all’agricoltura, non sono solo giovani con modesta preparazione o inadeguata competenza professionale. Ci sono molti significativi esempi di lavoratori già inseriti con successo in settori di rilievo, i quali hanno preferito entrare o tornare in aziende agricole, che magari conoscevano per esperienza familiare. E ciò conferma che la loro scelta non è stata un capriccio, bensì il frutto di esperienze vissute e di valutazioni razionali.

In sintesi, l’agricoltura, come tipologia di attività e come ambiente, non è quell’ “area marginale”, ingiustamente trascurata negli “anni del progresso”.

Ed è molto incoraggiante che queste scelte non siano il frutto di programmi e progetti politici, ma essenzialmente di una responsabile presa di coscienza di un settore della popolazione – quello giovanile – non influenzato da nostalgie e ricordi, ma animato da valutazioni concrete circa la validità di un lavoro e di un rapporto con il territorio.

La politica può e deve incentivare tutte le iniziative atte a superare la crisi ; non può, pertanto, rimanere estranea a questi problemi e a queste tendenze che, oltre tutto, non interessano soltanto specifici settori, poiché hanno crescente, inevitabile incidenza sul piano occupazionale ed economico generale.

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