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Futuro dell’olivicoltura italiana in crisi

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L’olivicoltura italiana è alle prese con una crisi ampia e profonda. C’è chi si adopera perché nulla cambi e chi invece ricerca modelli nuovi. Fra tradizioni e tecniche superintensive l’Italia deve trovare modelli diversi, puntando sulla quantità e seguendo i mercati.
La Spagna ha fatto fortuna puntando su impianti superintensivi, con densità tra 1.200 e 2mila piante ad ettaro. Un sistema che si basa sulla lavorazione in filari, con completa meccanizzazione di ogni attività colturale, compresa potatura e raccolta delle olive.
Le varietà spagnole Arbequina e Arabosana, come la greca Koroneiki, arrivano a produrre 8-10 tonnellate ad ettaro, ben al di sopra delle 4-5 tonnellate prodotte da cultivar nostrane in impianti da 300 piante/ettaro.
Luca Sebastiani, direttore di un Istituto della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa e coordinatore di un gruppo di lavoro sull’ Olivo e olio, dichiara di essere convinto che si debba trovare la nostra via all’aumento della produttività, anche senza rinunciare alle caratteristiche delle nostre varietà.
Le nostre aziende sono soprattutto di dimensione medie e piccole, spesso semi-abbandonate, quindi hanno possibilità limitate per realizzare impianti superintensivi “.
“Molte aziende oggi non coltivano adeguatamente l’olivo. Dobbiamo invece, anche affrontare le sfide dei cambiamenti climatici, delle nuove patologie e dei nuovi mercati, che richiedono una gestione molto più attenta. Il rischio è che la produzione italiana finisca per essere marginalizzata”.
“Ai cambiamenti servono capitali per la ricerca, per le innovazioni e anche per stimolare l’attenzione del mondo produttivo e sperimentare nuovi modelli di dimensioni aziendali adeguate. Non si può continuare a produrre olio così come si faceva cinquant’anni fa”.

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