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Escher spiegato dalla capra Rosetta

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E’ l’estate del 1929. I primi di giugno. Maurits Cornelis Escher viaggia in Abruzzo per la seconda volta e passa per Alfedena provenendo da Scanno. Una foto del 29 maggio lo riprende con il suo amico Haas “sul percorso  da Scanno a Villetta Barrea”, come scrive di suo pugno sulla foto. Quindi si può supporre che visiti Alfedena nei giorni successivi.

E’ facile pensare ad Escher che gira per il paese studiandone gli aspetti più significativi. Certamente guarda dal ponte, con meraviglia, la profondissima incisione che il fiume ha scavato nei millenni, e continua a scavare, nella roccia viva, tumultuoso, perché si stanno sciogliendo le nevi. Intorno un paese con la sua vita ordinata: da una parte il “castello” che incombe sul fiume e, dall’altra, la chiesa. Intorno case accostate l’una all’altra, di pietra, come in tutti i paesi di montagna. Escher schizza sul suo taccuino un panorama, che chiamerà “Il Ponte” e che svilupperà in una litografia solo dopo sette anni, nel 1936.

Ma Escher continua ad essere suggestionato da Alfedena perché schizza anche un altro panorama che questa volta si allarga alle montagne e include il vicino abitato di Scontrone. Darà origine ad una incisione, sviluppata l’anno dopo, il 1930, che include un aspetto del paesaggio spiegabile solo conoscendo la tradizionale forma di allevamento delle capre in uso, allora, in Alfedena.

E’ attratto dai molti alberi, alti, robusti e con un solo ciuffo di foglie sulla cima. Sono salici, olmi, in gran parte pioppi. Si domanda perché quegli alberi siano potati in maniera così strana. Sono più di cento alberi e in un paese piccolo si notano. Si incuriosisce. Chiede spiegazioni? Se si, gli dicono che da quegli alberi si sono appena raccolte le foglie destinate ad alimentare le capre in inverno quando, per la neve, non possono andare al pascolo. E forse gli spiegano anche il tipo di organizzazione che le famiglie attuano scambiandosi il latte che resta dopo la colazione dei bambini, per poter fare formaggio anche quando posseggono una sola capra. E ancora l’importanza che ha, per una comunità di montagna che in inverno può rimanere isolata per molto tempo, produrre formaggio, un alimento proteico che si conserva per lungo tempo.

Doveva essere un uso consolidato, in Alfedena, lo scambio del latte tra le famiglie in possesso di capre se il “Museo Pigorini di Arti e Tradizioni Popolari” di Roma ha esposto nelle sue bacheche il sistema che veniva usato per contabilizzare il latte scambiato: un secchiello di alluminio e tante bacchette di 20-25 centimetri con una linguetta su cui era scritto il nome di una delle famiglie (una decina) partecipanti alla micro cooperativa. E sulle bacchette le “ntacche” che indicavano la quantità di latte ricevuto e da restituire.

Venti anni dopo, finita la seconda guerra mondiale, con il paese bombardato e in ricostruzione, molte cose cominciano a cambiare, ma la tradizione dello scambio del latte di capra tra le famiglie continua anche se durerà ancora per  poco.

Anche la mia famiglia aveva una capra, si chiamava Rosetta. La mattina veniva consegnata a Giovanni, il capraio. A volte lo facevo io, andando a scuola. Giovanni si prendeva cura di una cinquantina di capre. La sera le riportava in paese e Rosetta, come tutte le altre, tornava a casa da sola. Quando in inverno nevicava la capra non poteva andare al pascolo e le si dava da mangiare una delle “fascine” di foglie di pioppo raccolte in maggio e conservate in fienile.

Le fascine dovevano essere tante quante i giorni con neve, che in genere erano una trentina, e venivano raccolte da due – tre alberi alti e frondosi. Quindi, considerando le sole 50 capre del gregge di Giovanni, in Alfedena dovevano esserci non meno di 100 – 150 alberi che a giugno avrebbero dovuto essere in piena foliazione e che, invece, avevano un solo ciuffo di foglie sulla cima.

Nel 1929 il panorama doveva essere simile perché Escher inserisce in primo piano nella sua incisione “Alfedena” (1930) gli alberi usati per produrre foglie per alimentare le capre in inverno.

A supporto di questa ipotesi vale anche la considerazione che i lavori di Escher di quegli anni sono molto realistici e tra la precisione del dettaglio e l’atmosfera onirica predilige la prima. Ne è un esempio la litografia riferita a Scanno nella quale la descrizione del luogo è fedele alla realtà anche nei particolari più minuti.

Solo dopo qualche anno inizia la fase “fantastica” che lo renderà famoso e chissà, forse è proprio nella litografia “Il Ponte”, di cui si è già detto e che Escher riprende e mette a punto solo nel 1937, che si cominciano a vedere i primi segni della straordinaria e fantastica produzione futura.

Vedi articolo

http://www.settemuse.it/pittori_scultori_europei/m_c_escher.htm

Water Lilies - Claude Monet - 1903

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