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BANCA DATI

Denominazioni varietali, storie interessanti

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I nomi assegnati alle varietà di specie agrarie e che il consumatore ritiene essere recenti nascondono delle storie che si rifanno anche a qualche secolo fa. Addirittura, da parte di una certa letteratura superficiale, queste varietà datate sono definite spregiativamente “moderne” e le si vorrebbero sostituire con vecchie varietà dimenticate, non tenendo conto che se sono state tralasciate è perché sono risultate totalmente inadatte all’evoluzione delle filiere produttive e distributive di oggi. Ci limitiamo a raccontare le storie dei nomi di tre di questi frutti: la mela Golden Delicious, la pera Williams ed il frumento Manitoba.

Cominciamo con la “Golden Delicious”. La pianta del melo è originaria dei territori asiatici confinanti con il nord della Cina, dove nel Cretaceo una specie ad 8 cromosomi si è fusa con un’altra a 9 cromosomi e successivamente i 17 cromosomi risultanti si sono duplicati generando così una pianta fertile che si è diffusa in tutta l’Eurasia. Se ci rifacciamo a ciò che si dice oggi dobbiamo ammettere che il melo è una pianta OGM, seppure naturale. Con la scoperta delle Americhe iniziò il trasferimento reciproco di piante tra i due Mondi ed il melo non fece eccezione. Lo sfruttamento della variabilità del genere Malus avvenne grazie all’incrocio tra specie diverse e successiva domesticazione, da qui il nome botanico di Malus domestica. Evidentemente per scoprire cosa si genera con un incrocio spontaneo bisogna seminarne i semi ed attendere che la pianta dia frutti per scoprire se si sia generata qualche caratteristica interessante. Solo dopo inizierà la conservazione e, sfruttando la totipotenza delle cellule vegetali, ne inizierà la moltiplicazione per via agamica al fine di non perdere ciò che è stato ritenuto interessante conservare. Moltiplicazione agamica facile nelle piante arboree e sfruttata da tempo immemore, recentemente è sfruttata anche nelle piante erbacee con la moltiplicazione in vitro. Ebbene La nostra mela Golden ha fatto tutta questa trafila ed infatti è stata trovata in una semina a caso di semi fatta nel 1880, vale a dire 140 anni fa ed in barba alla modernità. Essa per il suo bel colore giallo sarà stata conservata a livello di frutteto famigliare che grazie al Rinascimento era divenuto un modo di abbellimento e di coreografia delle ville padronali. Fu, ad esempio, nel XVIII sec. che fiorì questa moda di esporre e modellare le piante da frutto nelle ville venete della Serenissima. In veneziano questo luogo fu chiamato “brolo” e alcuni, vista l’assonanza con la parola “imbroglio”, la collegherebbero al fatto che a Venezia dopo le cerimonie religiose i patrizi della repubblica solevano riunirsi per colloquiare in un “brolo” attiguo alla basilica di San Marco. Inizialmente per il popolino ciò che si diceva in questo luogo era come oro colato, al punto che la locuzione dialettale “i lo ga dito in brolo” era usato per testimoniare la veridicità di un fatto o di una notizia. Evidentemente col tempo se ne fece poi un uso distorto e da in brolo man mano si coniò imbroglio. Ritornando, però, a noi, la mela Golden fu notata da Anderson Mullins del West Virginia nel suo frutteto ed inizialmente fu chiamata Mullins Yellow Seedling. Mullins fece dono di tre mele gialle a Paul C. Stark, un vivaista, e questi subito si è recato nell’azienda, ha reperito l’albero e lo ha comprato per 5000 $ del tempo (120.000 odierni); non solo, ma ha subito isolato l’albero con una intelaiatura di rete metallica reticolata per impedire il prelievo di rametti. Stark ritenne anche opportuno cambiargli il nome in “Golden Delicious” (Dorata deliziosa). Egli diede il nome anche alla “Stark Red Delicious”; mela dal bel colore rosso nata da una mutazione della Golden e reperita nel 1921.

Una storia simile la possiamo raccontare anche per la “pera Williams”.  Il genere botanico Pyrus sembra essersi differenziato durante il Terziario nella Cina occidentale per poi diffondersi verso ovest. Anche il pero è una pianta GM in quanto come il melo risulta dalla fusione di due genomi diversi con successiva duplicazione. L’Eurasia è la patria del Pyrus communis, ma più in particolare l’Europa lo è della sottospecie pyraster, mentre della sottospecie caucasica è appunto il Caucaso. Successive e sconosciute ibridazioni unitamente a conservazioni da parte dell’uomo hanno dato origine al pero attuale. Le conservazioni avranno seguito le stesse modalità descritte per il melo e in una di queste semine a caso fatta dall’inglese Stair, nel Berkshire, è stata notata una pera interessante di cui ha conservato la pianta. Siamo nel 1770, cioè 250 anni fa e sempre in barba alla modernità! Successivamente la fattoria del Sig. Stair è stata comprata da un certo Williams che pensò di assegnare il suo cognome alla pera conservata nel frutteto di Stair. Essa si diffuse poi in Europa e prese anche altri nomi. In Francia si chiamò Boncretienne e con questo nome arrivò in Italia in occasione del Congresso Pomologico dell’Esposizione di Treviso del 1888, divenendo prima conosciuta come Buoncristiana Williams e poi solo con Williams. Alcuni rametti furono trasferiti in USA per interessamento di James Carter e finirono nella fattoria di Thomas Brewer che li usò come talee d’innesto, ma senza sapere trattarsi della pera Williams scoperta in Inghilterra. La fattoria poi fu venduta a Enoch Bartlett che rinominò la varietà con il suo nome. Ecco la ragione per la quale la stessa varietà è conosciuta come Williams in Europa e Bartlett Pear” in USA. Bartlett sfruttò la varietà in USA credendola americana, solo nel 1928 si preoccupò di conoscere quali pere si coltivavano in Europa e comprò una cassetta di pere d’importazione. Con sua sorpresa si rese conto che esse avevano la stessa forma delle sue e addirittura lo stesso gusto e quindi si rese conto che si trattava della stessa varietà. Infine nel 1938 fu scoperta nello Stato di Washington la Red Bartlett o Williams Rossa, proveniente da una mutazione sorta sul callo d’innesto di un pero Williams. Sono vecchie varietà anche seguenti denominazioni: Decana del Comizio (francese 1849), Passa Crassana (francese 1845), Abate Fetel (francese 1866); Guyot (francese 1870), Conference (inglese 1875). Quasi tutto il Made in Italy agroalimentare è purtroppo ottenuto con varietà “made altrove”. Chi sono gli imitatori? Noi o gli altri?

Una storia simile la possiamo raccontare per il frumento Manitoba, che in realtà non è una denominazione varietale ma geografica nel senso che trattasi di varietà diverse del medesimo tipo coltivate nello Stato di Manitoba in Canada. La storia ha inizio nella Galizia austro-ungarica (oggi compresa nell’Ucraina) e nel XIX sec. granaio d’Europa; da qui partivano continui carichi di frumento per i porti del mar Baltico o del Mar Nero per l’esportazione in Francia ed Inghilterra o nei paesi affacciantisi sul Mediterraneo. Non dimentichiamo che l’unità d’Italia fu salvata dal grano che da Odessa raggiungeva Napoli e Palermo. Da questi carichi furono man mano ricavate sementi conosciute in Europa o in America del Nord come frumento di Noè (dal nome del Marchese francese), Red Five (in Canada) e Wheat Turkey in USA. Ciò che qui ci interessa è il Red Five (rosso, per il colore del seme, Five dal nome di chi lo coltivò per primo). Una storia, forse un po’ romanzata, ma che racconta un fatto vero, si dice che un carico di frumento proveniente dalla Galizia giunse a Glascow, qui uno scaricatore di porto, parente di Five raccolse una manciata di questo frumento e lo inviò allo stesso Five in Canada agli inizi del 1800, questi lo seminò, ma una vacca gli mangiò quasi tutte le spighe in erba, da quelle che si salvarono, però, il Five creò la sua semente che venne riseminata per decenni assumendo anche nomi diversi in funzione del luogo. Il grano era comunque troppo alto e aveva un ciclo troppo lungo e nel 1886 se ne iniziò il miglioramento utilizzando spighe scelte nel Red Five per fare incroci con altri grani di varia provenienza. Di questo lavoro, finanziato pubblicamente, se ne incaricò il Dr Sauders e da suo figlio. Da un incrocio tra spighe di Red Five e una varietà indiana, la Hard Red Calcutta precoce, ma di minor qualità. si ricavò una popolazione sufficientemente uniforme chiamata Markham. Fu su questa popolazione che il figlio di Sanders ricavò un genotipo particolare di frumento frutto di un criterio selettivo originale: qualche chicco di una spiga era testato con i denti per saggiarne la “durezza”. La spiga che presentava i semi più duri era conservata e riprodotta, infatti la durezza era correlata con un maggior contenuto proteico e di un particolare glutine. Si fecero altri incroci tra le piante ottenute da questi semi e altre due varietà denominate semplicemente A  e B e da qui si generò la varietà “Marquis” che presentava una produttiva superiore del 40% maggiore del Red Five. Il Marquis fu il capostipite di una nuova categoria di frumenti, i cosiddetti “grani di forza”. La varietà Marquis fu posta in commercio nel 1909 (grosso modo coetanea del Senatore Cappelli) e da questa varietà partì l’exploit della granicoltura canadese, inizialmente fondata dalle coltivazioni dello stato di Manitoba ma ora trasferitesi più negli attigui stati di Alberta e Saskatchewan. Mi sembra non fuori luogo far notare che i canadesi non si sognano oggi giorno di coltivare la varietà Marquis, mentre noi crediamo di rifondare la nostra granicoltura resuscitando il Senatore Cappelli! La stessa storia la potremmo raccontare per il Weat Turkey generato da sementi che   intorno al 1860 un gruppo protestante di Mennoniti russi di lingua tedesca della zona del Volga portarono con sé emigrando nel Dakota e nel Kansas. Comunque chi ci fece conoscere i grani di forza americani fu il Piano Marshall del dopoguerra.

Che insegnamenti trarre da queste storie? 1°- La privativa sulle varietà non è cosa delle multinazionali di oggi, basta rifarsi a quanto raccontato sull’operato di Paul C. Stark a cui nessuno ha mai imputato l’appropriazione del vivente, tanto meno lo si può fare oggi visto che una varietà vegetale è un assemblaggio genetico nuovo e originale al punto da essere assimilabile ad un ritrovato intellettuale. La presunta appropriazione del vivente ottenuta con una privativa su una varietà è una vera e propria fandonia, ce lo conferma il fatto che l’istituzione non ha impedito, a chi l’ha voluto fare, la creazione di tantissime altre varietà; 2° Le denominazioni varietali antiche di specie erbacee erano geografiche e spesso indicavano la stessa varietà popolazione, trattandosi poi di varietà popolazioni disformi riseminate di anno in anno senza mantenimento in purezza, sono state soggette a segregazioni e accumulo di mutazioni in numero tale da farne con il tempo qualcosa di completamente diverso. Pertanto il voler resuscitare varietà di 80/100 anni fa come se fossero arrivate fino a noi immutate, alla stregua di piante che possono sfruttare la riproduzione agamica, è un vero e proprio “imbroglio”.

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