Cibo e pianeta: tornerà la competenza?


Un giorno o l’altro, passata la buriana tremenda della Covid-19, torneremo a occuparci di problemi altrettanto importanti anche se proiettati un poco più in là: il cibo e la salute (non solo del nostro corpo, ma anche del nostro pianeta). Quando ciò avverrà – speriamo presto – “nulla sarà più come prima”, e noi ci auguriamo possa significare in meglio con riferimento, nello specifico, al modo di affrontare i problemi che necessitano di supporto scientifico. Lo fa sperare l’attenzione ora assegnata alla competenza degli esperti in campo medico, cosa da tempo negletta, ma ci chiediamo se ciò potrà riguardare anche i temi dell’agricoltura; oppure se proseguirà l’attuale consuetudine di sentirne argomentare da parte di sociologi, geologi, esperti di clima, economisti…giornalisti, chef più o meno “stellati” e, solo raramente, dagli esperti del settore agricolo. Indubbiamente, oggi le competenze sono estremamente “diluite” ma, proprio per questo, pur senza la pretesa di veder affidare agli “agronomi” l’esclusiva del problema cibo, essendo fra l’altro numerosi gli aspetti da considerare, risulta singolare la scarsa attenzione che è loro concessa.
A titolo di esempio, anche perché ci servirà da traccia nell’affrontare il tema cibo-salute, richiamiamo il Report EAT-Lancet del 2019 dal titolo significativo: “Food in the Anthropocene: the EAT_Lancet Commission on healthy diets from sustainable food systems” (Willett W., Rockström J., Loken B., et al., Lancet 2019; published online Jan 16. http://dx.doi.org/10.1016/ S0140-6736(18)31788-4.).” Ad esso hanno infatti contribuito molti esperti, ma nessuno proveniente dalla produzione agricola primaria, infatti i due-tre ricercatori di Facoltà d’Agraria o similari coinvolti, afferiscono a dipartimenti di tipo socio-economico-ambientale. Oltre a questa circostanza, tale report è per certi versi emblematico poiché giunge alla conclusione che 3 potrebbero essere gli strumenti convergenti per continuare a soddisfare le esigenze nutrizionali dell’umanità, avendo però garantito la salvaguardia del pianeta, anche nel 2050 quando la popolazione sarà prossima ai 10 miliardi; essi sono: 1) rendere la dieta umana sempre più prossima a quella che definiscono “salutare”; 2) ridurre perdite e sprechi nel processo produttivo; 3) introdurre nuove pratiche produttive relative a: razionale uso dell’acqua, agricoltura di precisione, conservazione del suolo (es. non lavorazione e uso corretto dei fertilizzanti organici e non), rotazioni ecc.
L’aggettivo emblematico è, in realtà, “provocatorio” poiché da un lato il documento parrebbe corrispondere esattamente al pensiero dominante: nulla è più desiderabile, per risolvere un problema sicuramente “epocale”, che puntare a una dieta salutare, alla eliminazione di perdite e sprechi e vieppiù alla razionalizzazione delle pratiche agricole. Ma, d’altro lato, la bontà di molte proposte appare quantomeno dubbia. 

La dieta salutare
Per quanto possa sembrare strano e in apparente contrasto con il richiamo a “esperti competenti dello specifico” e non già di ambiti scientifici similari (come ben illustra Mauro Dorato in “Disinformazione scientifica e democrazia”), l’attenzione di uno zootecnico si soffermerà soprattutto sul 1° degli strumenti: la dieta salutare. Ciò non deve meravigliare, sia perché vi è una stretta attinenza con i prodotti agricoli (alimenti), ma anche perché i miei “primi” 40 anni di ricercatore sono stati dedicati alla fisiologia della nutrizione e ai rapporti fra alimentazione e salute, sia pure degli animali da latte; infatti, fra il 1986 e il 1993, ho insegnato a Viterbo sulla cattedra di Nutrizione e alimentazione animale.
Ciò premesso, l’obiezione riguarda  la definizione di  “salutare” rivolta a una dieta umana da ritenere “vegetariana”; il predetto Report suggerisce infatti la non utilità (se non la pericolosità) per l’uomo, degli alimenti di origine animale (AOA) e in particolare dei grassi provenienti dal latte, ma ancor più la possibilità di escludere le carni rosse (specie se conservate), ammettendo solo l’uso di pesce e pollame (pur senza ritenerli indispensabili). Per cui, si potrebbe addirittura parlare di ipotesi “vegana”, visto che reputano possibile (o forse preferibile) una dieta del tutto priva di qualsivoglia AOA. Ovvio che questa valutazione non intenda entrare, in alcun modo, nelle ragioni di tipo filosofico, culturale o morale – pur essendovene e non poche, anche da cristiani – ci si limiterà esclusivamente a quelle di tipo nutrizionale. Indubbiamente, si tratta di una visione assai diffusa, sia pure con accenti diversi, e attribuisce agli AOA una serie di effetti negativi che potremmo riassumere nell’accresciuto rischio per le cosiddette malattie degenerative (non comunicabili): cardio-vascolari (MCV) e cerebrovascolari, tumori e diabete o sindrome metabolica, tutte in qualche modo “precedute” da sovrappeso-obesità…

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