Agricoltura sostenibile: i dati ISPRA


ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha pubblicato recentemente il report annuale 2019. https://www.isprambiente.gov.it/files2020/pubblicazioni/stato-ambiente/annuario-2020/ambiente_in_italia_i.pdf?fbclid=IwAR2RfbgBi2iVxsgAmGFUzg4jDwYZiUprU6_Cj2ch_mm_CbVwI2WVXOFv6QA

Lo sfruttamento, a scopi economici e/o di visibilità personali, delle paure della popolazione si è scatenato, utilizzando la pandemia del Covid 19 per moltiplicare gli attacchi mediatici nei confronti dell’agricoltura e dell’allevamento “intensivi”. I risultati della Green Revolution partita dagli anni ’60 del secolo scorso vengono denunciati come “fallimento”, dimenticando che nel 1950 la popolazione mondiale consisteva in 3 miliardi di persone, delle quali il 33% sottonutrite, mentre oggi consiste in 7,8 miliardi, delle quali il 13% sottonutrite. Per ottenere questi risultati talvolta si è ecceduto nell’utilizzo della chimica, ma è più ragionevole ridurne e migliorarne l’utilizzo, piuttosto che tornare alle tecnologie di 70 anni fa per sfamare la popolazione attuale. Molti ignorano, per scarse conoscenze o per partito preso, i passi aventi fatti negli ultimi anni, che sono stati certificati da ISPRA nel suo report più recente. L’impiego dei fertilizzanti chimici è stato ridotto considerevolmente, grazie a migliore qualità, distribuzione frazionata in funzione delle esigenze nutritive delle piante ad ai migliori attrezzi per lo spargimento (grafico 1).  L’azoto, insidioso per l’ambiente a causa delle emissioni gassose, dal 2007 in avanti ha visto ridurre i consumi medi del 25%. Ci sono ancora margini di miglioramento per il futuro, ma più si alza l’asticella, più diventa arduo saltarla. Occorre anche valutare i benefici produttivi, oltre che gli aspetti negativi, che sono comunque stati fortemente limitati, come dimostra il calo del gas serra NO2, collegato all’uso eccessivo di fertilizzanti azotati e dell’emissione dei trasporti (grafico 2). Anche le emissioni di ammoniaca, dovute agli allevamenti, in particolare bovini, sono in deciso calo, rientrando ampiamente negli obiettivi 2020 (grafico 3). Questa è la media nazionale; in alcune aree, dove esiste una grande concentrazioni di allevamenti, la situazione richiede ulteriori miglioramenti, specie nella distribuzione dei liquami.

Anche nel settore dei fitofarmaci vi sono state delle riduzioni consistenti (grafico 4). Essendo l’Italia un Paese con grandi tradizioni vitivinicole, i consumi di fungicidi sono predominanti. L’introduzione dei principi attivi di sintesi sistemici, che persistono a lungo all’interno delle foglie, hanno ridotto di molto il numero dei trattamenti rispetto alla tradizionale poltiglia bordolese. Tuttavia, la diffusione della coltivazione biologica della vite, che dipende essenzialmente dai prodotti rameici, ne richiede ancora grandi quantità. La distribuzione di rame è stata di recente limitata a 4 kg/ha/anno, dose insufficiente in mancanza di prodotti alternativi per il biologico. Dal 2002 ad oggi erbicidi, insetticidi, acaricidi ed erbicidi hanno avuto una riduzione prossima al 50%, mentre il consumo dei prodotti classificati genericamente come “altri”, probabilmente bagnanti e coadiuvanti, rimane stabile. Il trend di decrescita è rallentato nell’ultimo quinquennio perché le tecnologie attuali non permettono di scendere al di sotto di certi limiti, senza rinunciare alla produttività e sanità dei prodotti. Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione ad alcune aflatossine cancerogene, per cui trascurare la difesa fungina, specie per mais e cereali, può creare gravi pregiudizi per la salute dei consumatori.

Il progetto “Farm to Fork” si pone ambizioni di riduzione per il 25% dei fertilizzanti azotati e per il 50% dei fitofarmaci entro il 2030. Ma a partire da quando? Se fosse dal 2000 ci saremmo già riusciti, ma dal 2020 come si farà?  Pur accettando che i risultati ottenuti negli ultimi 20 anni siano medie, quindi una parte delle aziende abbiano ancora qualche margine di riduzione pure utilizzando le tecnologie attuali, ulteriori miglioramenti di grande respiro potranno essere fatti solo grazie a decisi avanzamenti tecnologici, quali Agricoltura di Precisione (ribattezzata 4.0) e soprattutto genome editing, ancora avversato da molte associazioni ambientaliste. Come saranno applicate le riduzioni? Indiscriminatamente alle aziende più efficienti e quelle arretrate?  Oppure mettendo limiti per ettaro, per coltura e per principio attivo? Per ottenere i risultati richiesti a partire da oggi servono grandi investimenti, parecchio tempo per la ricerca, ed altrettanto per la divulgazione. Le strategie operative devono ancora essere delineate, essendo il testo del “From Farm to Fork” per ora un’astratta dichiarazione d’intenti; si devono prima di tutto emanare indirizzi certi, ovviamente in numero sufficiente ad adattarsi ai diversi terreni, microclimi, tipi di coltura, ed andamenti climatici. Occorre anche scrivere bandi di finanziamento, ammesso che la crisi collegata al Covid 19 abbia lasciato qualche fondo disponibile. Chi sogna di risolvere tutto in dieci anni avrà a disposizione solo l’arma di una ulteriore emanazione di divieti, rischiando di soffocare definitivamente l’agricoltura europea in una burocrazia già fuori controllo.

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